Paolo Carradori

La lega delle «tre B» ideata dal direttore d’orchestra Hans von Bülow, che metteva insieme tre giganti – Bach, Beethoven e Brahms – dopo la serata al Teatro Verdi andrebbe forse aggiornata. La più che convincente lettura di Rendering, per orchestra (1989/90) di Franz Schubert /Luciano Berio, offerta dall’Orchestra della Toscana sotto la direzione del danese Thomas Dausgaard stimola tentazioni avventurose. Berio in realtà sarebbe il primo a non accettare di fare da quarto con vicini così ingombranti. Ma al di là di classifiche e leghe che non ci porterebbero da nessuna parte Rendering rappresenta, nella produzione del compositore ligure, un unicum irripetibile. Il lavoro prende il via da una vera e propria azione di restauro – …un’esperienza che, per alcune problematiche, si avvicina molto alla pittura... – su alcune bozze e schizzi di Schubert, redatti poche settimane prima della scomparsa – morirà a trentuno anni nel 1828 –, che rappresentavano un progetto di una Decima sinfonia, in Re maggiore, mai realizzata. Berio interviene negli interstizi, negli spazi vuoti, con un tenue cemento musicale che commenta la discontinuità e le lacune fra uno schizzo e l’altro. Un tessuto connettivo filigranato, misterioso e sognante nel ciclico uso della celesta. L’orchestrazione esalta, in Schubert, la condizione di crepuscolo tra uno degli ultimi momenti del classicismo viennese e, probabilmente, l’inizio stesso della musica romantica, caratterizzata da linee melodiche, lirismi, armonie intimistiche a tratti dolenti.

Dausgaard muove l’ORT con maestria, grande trasporto emotivo, gesto coinvolgente. Non va dimenticato, usando una metafora sportiva, che l’orchestra toscana gioca in casa: le frequentazioni di Rendering, anche con Berio sul podio, infatti sono state molte. Sorprende sempre l’unità di suono, l’agilità esecutiva, la sottolineatura dei dettagli, il controllo dei volumi. Su questo fronte Rendering è un affascinante banco di prova, col suo fare da ponte tra un classicismo in lenta evaporazione e l’irrompere delle problematiche contemporanee.

Scriveva nel 1879 Johannes Brahms, riguardo alla sua Seconda sinfonia: «Devo tra l’altro confessare che sono un uomo profondamente malinconico, che ali nere battono incessantemente sopra di noi». Parole che possono suonare strane per un’opera i cui caratteri pastorali, elegiaci sono sempre stati sottolineati. Scritta quasi di getto, la Seconda sinfonia risulta innovativa nell’andamento, nello spezzare il ritmo narrativo del tradizionale movimento sinfonico, ma anche «accademica», convenzionale nei suoi aspetti pacati, sereni, accattivanti (è opinione di Alex Ross, del resto, che proprio Brahms avrebbe inaugurato l’era della musica accademica, cioè di composizioni indirizzate non per il consumo popolare ma per platee erudite). Ma tornando alle ali nere, nella sua direzione Dausgaard, sembra voler sottolineare, della Seconda sinfonia, pur nella presenza ciclica di aspetti naturalistici e intimismi, proprio quelle venature inquiete, le tensioni liriche che la attraversano. Richiede all’orchestra un notevole sforzo collettivo, accelera alcuni tempi, in un’orchestrazione sontuosa nell’equilibrio instabile tra spazi di tenebra e luci improvvise. Nella parte centrale dell’opera risaltano con grande fascino gli impasti, ma anche i contrasti timbrici tra fiati e archi, dove i Maestri dell’ORT danno prova della riconosciuta malleabilità e forza espressiva. Brahms è un conservatore romantico: che prefigura, nascoste tra le pieghe delle proprie composizioni, quello che verrà. Le ali nere.

Franz Schubert/Luciano Berio

Rendering, per orchestra

Johannes Brahms

Sinfonia n. 2 in re maggiore op. 73

Firenze, Teatro Verdi, 6 maggio 2016

O.R.T. Orchestra della Toscana, diretta da Thomas Dausgaard

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