bassa io mia moglie e il miracolo 2 @dammacco altaFrancesco Fiorentino

Diceva Marx che ciò che una volta è stato tragedia ritorna ancora una volta come farsa. Ma nella farsa – dirà poi il marxista Heiner Müller – spesso sta in agguato di nuovo la tragedia. In questa seconda temporalità della farsa sembrano collocarsi gli spettacoli dei Punta Corsara, il gruppo napoletano nato dall’audace esperimento di un teatro a Scampia, la famigerata Scampia delle «Vele» e della camorra, ma anche di tanti fermenti culturali, sociali, artistici, all’estrema periferia nord di Napoli. Il progetto, da cui prendono il nome, è diretto da Marco Martinelli del Teatro delle Albe: tre anni di spettacoli e seminari di registi e gruppi protagonisti del teatro italiano; poi laboratori, incontri con le scuole, un corso triennale di formazione ai mestieri dello spettacolo, dal quale sono usciti tutti i componenti della compagnia che si costituisce nel 2011.

Una farsa il primo spettacolo, Il signor Porceaugnac di Molière, calata in ambiente napoletano da cui è resa più nera, di una comicità che denuncia la propria crudeltà come mimesi stralunata della crudeltà di quell’ambiente, al quale questo teatro tende la mano per poi ritrarsi appena lo tocca. Un altro spettacolo, Petitoblok, mischia la comicità di Antonio Petito e la denuncia autoironica di Aleksandr Blok, del suo scandaloso La baracca dei saltimbanchi, rappresentato per la prima volta a San Pietroburgo nel 1906 per la regia di Mejerchol’d. Come Blok usava le maschere della Commedia dell’arte per schernire il sistema estetico del simbolismo, di cui era rappresentante, i Punta Corsara riprendono il suo sguardo per volgerlo su se stessi: un personaggio del suo dramma, il burattinaio Ciarlatano, diventa un ex commediante di Petito che, fuggito nei teatri d’avanguardia di San Pietroburgo, torna in patria per ammazzare le storiche maschere di Pulcinella e Felice Sciosciammocca. Ma la loro multiforme vitalità resiste a ogni avanguardia e loro sopravvivono: coi loro vezzi, le loro smorfie, i loro stucchevoli siparietti.

È il riconoscimento di un debito, e anche di una certa insofferenza, nei confronti di una tradizione che non si lascia sopprimere e dalla quale i Punta Corsara riprendono anche un modo di rinnovare la tradizione: l’innesto delle inquietudini dell’avanguardia internazionale nel testo storico di un teatro napoletano, in cui quelle inquietudini trovavano echi inattesi. Così in Hamlet Travestie, lo spettacolo che fa dialogare due grandi classici – l’Amleto e l’Urfaust – contaminando due loro parodie: l’omonima riscrittura di John Poole e il Don Fausto di Antonio Petito. Shakespeare mischiato con Petito, e gettato nella realtà di una Napoli popolare fatta di piccole e grandi disperazioni, di debiti e di omicidi, di strozzini. Una farsa nera, come il fondale che domina durante tutto lo spettacolo, eppure piena di vitalità: come i personaggi variopinti, le loro gag, il loro dialetto pieno di ritmo e di brio.

Nel tempo postumo della farsa si può giocare ironicamente coi linguaggi della tradizione, al di là di ogni angoscia dell’influenza. E si può anche giocare col proprio marchio di fabbrica, i «ragazzi di Scampia», come avviene nel Convegno, lo spettacolo – diretto come tutti i precedenti da Emanuele Valenti – in cui la compagnia racconta ironicamente la sua «biografia di gruppo» mettendo in scena, appunto, un convegno sulla retorica delle periferie. Nel tempo della farsa si può giocare ironicamente con la propria appartenenza a questi luoghi «infami», cioè – con Foucault – «senza voce»: luoghi di cui non si parla se non con un linguaggio che non è il loro. Nel tempo della farsa si può giocare ironicamente con la messinscena di un sottoproletariato che si offre col proprio sguardo straniato, la propria presenza stralunata e inquietante, ma che è sempre esposto al pericolo di essere ingabbiato nella categoria dell’esotico.

Io, mia moglie e il miracolo, di scena il 16 e il 17 aprile al teatro India a Roma, è la prima regia del giovanissimo Gianni Vastarella, vincitore con questo testo del festival «I Teatri del Sacro» 2015. Qui la tragedia contamina la farsa e la smorza. Il testo è sofisticato e angoscioso, di grande impatto. Ma lo spettacolo vive soprattutto grazie a una recitazione che raffredda la sofferenza e la desolazione dei personaggi con una comicità allucinata e stilizzata. Per ampi tratti viene da pensare a un oratorio solo apparentemente surreale: gli attori parlano stando spesso fermi, rivolti verso il pubblico, senza guardarsi, lontani. I contatti vengono solo mimati, a distanza. Così la violenza sadomasochista – tra moglie e marito, tra commissario e prostituta – diventa un balletto elegante e sensuale, in cui vittima e carnefice si muovono lontani, quasi a mostrare la violenza come ricerca disperata e insensata di un contatto che mai si instaura.

I personaggi sono maschere un po’ meste, l’espressione raggelata da un tormento che non riescono a dire. Il primo a comparire è un marito che urla incantato e dolente i suoi vani tentativi di sfuggire all’infelicità. C’è poi la moglie sottomessa, che però di notte chiama un numero telefonico letto in un bagno pubblico («se ti vuoi sfogare chiama…»). C’è la prostituta che riceve i suoi lamenti telefonici e li racconta allo sceriffo, suo cliente, che tanto vorrebbe indagare, ma non trova i presupposti per farlo. E poi c’è uno strano personaggio che si aggira per la città, agognato e ignorato, un uomo capace di riportare vita nelle persone morte o solo apparentemente vive. E c’è infine un uomo bambino al quale trent’anni fa è rimasta attaccata alla mano la stecca di un lecca lecca: il personaggio, interpretato da Vincenzo Semolato, cita chiaramente certe macchiette napoletane, facendone apparire tutta la surreale follia..

Il finale è agghiacciante. Grazie all’uomo dei miracoli il rimosso ritorna, la figlia è ritrovata e riportata in vita. Era chiusa in lavatrice. Il padre è smascherato come colpevole. Ma non serve a nulla, se non a far emergere tutto l’orrore di un interno piccolo borghese. La famiglia è ricomposta, sorridente nella sua mostruosità. Alla trasformazione tutti preferiscono il perpetuarsi della prigione, l’inferno del godimento collettivo del sintomo. Nulla può il guaritore, il potere miracoloso del deus ex machina (o dello psicanalista): enigma di un miracolo possibile che non viene accettato, assurda incapacità di immaginare l’altro che imbavaglia la nostalgia di felicità che pure tormenta tutti i personaggi. L’unico segno di speranza è affidato a quelli che più stanno ai margini: rappresentanti di un’umanità costretta a vendere il proprio corpo, e di una tradizione improbabile e fuori luogo, ma proprio perciò capace forse di quel gesto semplice e inaspettato che può cambiare molte cose.

Punta Corsara

Io, mia moglie e il miracolo

scritto e diretto da Gianni Vastarella

Roma, Teatro India, 16-17 aprile 2016

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