ottonAlessandro Giammei

Tra le leggende letterarie italiane della sua generazione, Tommaso Ottonieri – Super8, o Major Tom, come lo chiamano rispettivamente i miei e i suoi contemporanei nel giro appartato ma confortevole dei più recenti avanguardismi nostrani – è forse l’unico a essere rimasto del tutto fedele al proprio mito. Geòdi è il suo terzo libro di versi, e risponde senza strappi ai divertimenti pop di Elegia Sanremese (Bompiani 1998) e ai rigori da sala di montaggio di Contatto (Cronopio 2002). Risponde anche all’assenza degli ingombranti fantasmi paterni che hanno affollato la sua esistenza poetica, per la prima volta tutti scomparsi o in procinto di congedarsi. I testi, dalle genesi più disparate e disperate (e disparite si potrebbe aggiungere, nel senso di puramente e sfacciatamente irrintracciabili e post-punk), convergono grazie alla forza centripeta di una nota, come fu in principio ma senza più dilaganti paternali sanguinetiane. La Nota è di per sé un capolavoro di cristallografia: un’elegante esibizione di credenziali che sembra indicare la strada a chi, oggi, non sa più cosa significa fare l’avanguardia sul serio.

Se la sostanza di cui era composto il postmodernismo (militante o no) è senz’altro liquida, approdare a una cristallizzazione significa forse ammettere di essere cresciuti, e di essere rimasti soli. La «disparizione», appunto, è un esercizio tardo-leopardiano (non è forse Pompei il più straordinario dei geodi?) e qui coincide col pensarsi oggetto di un decadimento atomico, di una finale stabilità che contempla la morte («è, questo mio corpo, caglio della terra» si ammette nelle Stanze per una cella, e Giobbe chiedeva a Dio «Non mi hai colato come latte e cagliato come formaggio?»). Il gelo indifferente delle galassie, soffiato sul magma che preoccupava il vecchio Luzi cinquant’anni fa, spegne ogni illusione di rilevanza – se mai si era stati illusi – ma (e qui sta il disincantato ottimismo del libro) il «bulicame» tiene in serbo panorami cristallini che sono, in fondo, meditazioni riposate e ordinate che il liquido non consentiva. Leopardianamente, Ottonieri resta vittima felice della propria interminata infanzia; un’intenzionale infanzia mentale e generazionale che si è sempre specchiata, stilisticamente, nell’infanzia della poesia tout court. Così, invece di regredire al pregrammaticale che interessava ai nati prima della Guerra, si torna al Duecento, e il «cristallino» apre a metafore oculari che sì, certo, hanno a che fare con il perturbante oftalmico di Buñuel e di tutto il surrealismo freudiano, ma che soprattutto pertengono all’ottico e aggiornano i problemi finissimi con cui si lambiccava la tersa lirica dei Siciliani delle origini, quando scienza e poesia erano un po’ la stessa cosa. A quella scrittura precisissima e implume somiglia la saputa ingenuità della lingua di Ottonieri, che disprezza la volgarità delle preposizioni articolate eppure affastella morfemi intorno alle radici per ottenere più parole dalla stessa sostanza. E a quella pratica della poesia, concepita per davvero come canto e solo collateralmente codificata nel silenzio delle carte, si riferisce l’esibita sonorità su cui poggiano i vari esperimenti radunati nel libro, tutti accomunati – sempre dugentescamente – da un lessico inorganico che ri-gioca continuamente gli stessi fonemi (scaglie, grani, ghiacci e così via).

La costernata predica napoletana in bonus track che chiude il volume è emblematica, in linea con tutta la scrittura più distintiva dell’autore, di una simile preoccupazione per il potenziale vocale delle immagini testuali, per la loro performatività intrinseca: un problema che troppo facilmente si ascrive al concretismo internazionale del dopoguerra, e che invece radica, direi, nella retorica medievale, nelle mnemotecniche del rinascimento eccentrico, in quello straordinario prologo in cielo a strutturalismi e poststrutturalismi recenti che è stato il neoplatonismo italiano cinque secoli fa. Che non si curino, tali Lapilli della Gravitazione, di risultare del tutto comprensibili, docili alla parafrasi per dire, è pacifico – che mai saranno le «scarde», infatti, di «quel ch’è tòssico»? e chi sarebbe poi il «boss de l’asse clànico-industriale»? – ma ciò non toglie alla prosa la sua intenzione di essere letta, un’intenzione denunciata, se non altro, dagli accenti grafici che costellano il dettato. C’è un ritmo esatto per questa maniera tipografica da Giacomo Lubrano, il cui titolo lavico fa il verso alle Scintille poetiche del gesuita barocco (che a sua volta pare uno di quei titoli di Lucini e Govoni che piacevano a Sanguineti): un flow che affratella Casa Professa e Castel Porziano, invettiva post-savonaroliana e persuasione da rap: la pagina ne registra gli ictus, come sempre nelle prose pronunciabili di questo autore poco libresco, e ci invita dunque a figurarcela letta in un certo modo, in un certo tempo, come in una partitura. Non è d’altronde un caso che Aragno abbia stampato Geòdi nello scomodo eppur «manabile» formato quadrotto che lo differenzia dagli altri «domani»: l’orizzontalità spinta del libro aperto evita quei detestabili rientri o rimpicciolimenti in cui sono costretti i versi lunghi o sparpagliati dei genitori di Ottonieri nelle ristampe odierne (penso all’oscar di Balestrini, o ai due metallici Sanguineti feltrinelliani nell’Universale Economica), ma soprattutto assomiglia la raccolta a una partitura, alla traccia cartacea di un avvenimento potenziale.

Per quanto quest’ultima produzione di Ottonieri funzioni in effetti come un addensamento materico dei suoi precedenti amniotici e poi acquatici, direi che tutta la materialità si cristallizza infine nell’immaterialità del suono, nelle continue figure di ripetizione, nel suggerito intrecciarsi di lingua, labbra e palato. È difficile infatti non immaginarla filtrata dal distintivo accento adolescente, vagamente meridionale, elettrizzato dai microfoni che solo il corpo di Tommaso è in grado di produrre.

Tommaso Ottonieri

Geòdi

«i domani» Nino Aragno 2015, 156 pp., € 12

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