PORPORA_ph.ANA_SHAMETAJValentina Valentini

 Nel mondo astrale tutto parla attraverso il colore e la luce. Quindi da tale mondo di colori risuona, prima piano e poi sempre più forte, un mondo di suoni. Quando l’uomo vi arriva sperimenta lo spirito del mondo; viene ad intendere che cosa sperimentano i grandi spiriti quando, come Pitagora, parlano di musica delle sfere. 

Rudolf Steiner,1906

Siamo al teatro Bonci di Cesena (incluso nel circuito italiano delle Strade Europee dei Teatri Storici), centoventi spettatori collocati sul palcoscenico. Di fronte a noi, in prospettiva, si dispiegano nella loro armonia di colori tenui pastello, verde chiaro, il damasco della sala, le file di palchi e la platea. A distanza ravvicinata dagli spettatori è lo spazio riservato alle due dramatis personæ, che insieme mettono in azione il rito sonoro e verbale al quale siamo convocati. Lo spazio è allestito da Cesare Ronconi con due pulpiti provvisti di microfoni su aste lunghissime, e un trespolo con un’incudine: su di essi si ergerà Mariangela Gualtieri, poeta dicitore. Un’invenzione semplice e straordinariamente potente, questa di invertire la prospettiva: non dalla platea verso il palco ma su di esso gli spettatori, al cui sguardo si offre una doppia visione, quella del teatro vuoto e quella delle dramatis personæ in azione. Un capovolgimento che intende riscoprire la natura del teatro. A sinistra della scena – racchiusa da una teoria di lunghe canne di bambù appese in alto e oscillanti, docili al passaggio –, due pianoforti, uno preparato dal musicista Stefano Battaglia e uno normale; sul pavimento un tamburo, una corona di unghie di tigre, due lunghe carrube secche che scosse risuonano. Le fonti di luce, visibili come elementi plastici dello spazio, riquadrano il volto e le mani del poeta dicitore e il musicista che aziona tasti e corde muovendosi da un pianoforte all’altro, e producendo una musica di straordinaria varietà timbrica e ritmica, incline al percussivo, suoni cristallini come di clavicembalo, ritmi sostenuti. Fra la voce del poeta dicitore e la musica del pianista compositore corre un dialogo fondato sulla reciproca autonomia: si ascoltano senza prevalere l’uno sull’altro, non c’è una partitura preesistente «cucita attorno alle parole», ma un improvvisare qui e ora che scaturisce da un ascolto profondo della poesia. La parola attrae coagula dà ritmo a timbri a particelle sonore che non mirano né a rappresentarla né a creare un ambiente. Felicità dell’udibile-visibile: «cantare i colori come forze acustiche», scrive Mariangela Gualtieri nell’introduzione a Porpora (il testo, come d’abitudine, è stampato in proprio dal Teatro Valdoca), richiamando la percezione sinestetica, ovvero la capacità del cervello di attivare una doppia percezione, uditiva e visiva insieme. Luce e silenzio sono elementi del visibile-udibile: «Imparare quel mantra che contiene / l’antica vibrazione musicale / forse la prima, quando dal buio immenso / per traboccante felicità / un gettito innescò la creazione».

Di cosa ci parla il poeta dicitore? Dell’«azione sensibile-morale dei colori», potremmo dire richiamando il Goethe della Teoria dei colori, per il quale ogni colore ha un’attitudine, è portatore di un’esortazione morale: «il bianco è lunghe grida senza rimedio, dolore; la cantilena del verde [esortazione: Fermati ora, ovvero mettiti in contatto con il cielo e smetti di essere affaccendata]. Il blu fa rabbrividire [...] per profondità, un vibrare di suono bassissimo; nel celeste c’è il volo, [...] col suono che solleva su, e si oppone alla terra che lega, al peso del pensare. Le lacrime tutte sono nel viola . Lì è raccolta la voce di tutto il dolore [e si associa al lento sfinire della vecchiaia: Questa fanciulla mamma rovinata, Questo suo andare al rallentatore dentro la morte. La gioia del rosso ci inquieta – un sipario nero chiude il palcoscenco e ci sottrae la vista del teatro], il potere si veste di rosso [qui intervengono il tamburo, le unghie di tigre, le lunghe carrube scosse]. Questo è il suono esatto del nero / quel seminare nel buio una morte. L’arancione [...] sono grida di chi scappa e ride. È il venire e svanire del sole [esortazione: alleggerire, far svaporare la parte razionale, cancellare il già noto]».

Raccontare come suonano i colori, di quali sentimenti sono veicolo, è connetterli a situazioni dell’essere e imprimere a questi mondi sonori-cromatico-luminosi un movimento verso se stessi –«Guarda ancora siamo qui» – e verso l’altro – il trasformarsi che le parole della poesia intendono produrre. In Porpora l’esortazione è pacata : non ci sono coppie di colori uno di fronte all’altro, né l’armonia che si produce dalla congiunzione degli opposti, come la luce e l’oscurità che sono state le materie prime, il principio costruttivo del Teatro Valdoca e della poesia di Mariangela Gualtieri. Coesistenza di luce abbagliante (ricordiamo le miriadi di candele che si consumavano su giganteschi candelabri in Fuoco centrale) e di buio, in cui il dolore e la violenza sono dentro la luce splendente. In Porpora si sente il vacillare: «Avessi la formula degli antichi miracoli / avessi le parole, avessi il canto de la guarigione». Si sente la fatica di vivere, la mancanza, il non andare avanti , le bastonate, il non sapere più: «Che cosa chiedi? Che cosa vuoi?»

Per Caino, era il 2011, scrivevo: «è uno spettacolo che va oltre lo spettacolo, forse va in direzione di una “funzione rituale” perché ci porta in una zona impervia, dove ci si interroga sull’origine del bene e del male, perché non lascia solo lo spettatore, anzi, gli pone le domande che ha smesso di porsi». Rituale, nel senso che mira a una trasformazione di chi partecipa e assiste allo spettacolo. Questa’attitudine, nel lavoro del Teatro Valdoca e di Mariangela Gualtieri, si è andata radicalizzando: l’anno scorso il sentimento che animava Comizi d’amore – una parata eseguita per le strade di Cesena da un gruppo di giovani attori in formazione con Cesare Ronconi – era quello di opporsi a un’esistenza priva di passione, per cui costruire una «parata urbana», un’azione pubblica, significava contrastare il narcisismo e l’individualismo per produrre un’azione efficace da condividere. Con Porpora il rito diviene partecipato da una comunità di spettatori desiderosi di ascoltare la parola poetica: l’esortazione diventa azione al presente. Contro il potere che fa male con i suoi modi sgraziati, si riafferma la funzione della poesia: «abbattere il silenzio» con il grido e il respiro, coltivare il vuoto. «Di certo un tempo siamo stati immensi, infiniti. Allenarsi al salto mortale. Ridere. Ci sono ingredienti della salvezza così minimi».

Teatro Valdoca

Porpora. Rito sonoro per cielo e terra

Cesena, Teatro Bonci, 18-23 aprile

testi scritti e recitati da Mariangela Gualtieri, musiche composte ed eseguite dal vivo da Stefano Battaglia

regia scene e luci di Cesare Ronconi

 

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