170px-Francesco_ArcangeliPiero Del Giudice

In coda alle manifestazioni per il centenario della nascita di Francesco Arcangeli (Bologna 1915-1974) escono dal Mulino – in collaborazione col «fondo librario Roberto Tassi» dell’università di Parma – le sue lezioni nel primo biennio della cattedra di storia dell’arte – 1967/68, 1969/1970 – che terrà, sino alla morte, nell’università della sua città. Arcangeli vi dichiara la propria continuità con l’insegnamento di Roberto Longhi (che su quella cattedra lo aveva infatti preceduto dal ’34 al ’49): colui che aveva svelato uno spazio culturale nuovo e nuovi protagonisti della storia dell’arte «rivelando l’esistenza potente di una grande tradizione di Val Padana, ben distinta da quella tosco-romana o anche veneziana», e le cui lezioni – aggiunge Arcangeli – sono  «un incontro con me stesso, con i tramandi più profondi e originali della mia terra, quelli che la polvere dei secoli aveva velato». Per il dibattito del presente vale infatti, per lui, la sintesi longhiana (tra romantica e marxiana) per cui «l’arte è liberazione di sentimenti in forma di gratuito, irretribuibile lavoro umano».

Sbrigate nell’introduzione le condizioni di lavoro e studio (siamo nel ’68) per cui le lezioni saranno ex-cattedra e non in forma di seminari o collettivi di lavoro, e l’opzione per «individui» protagonisti della storia dell’arte – certo anche «prodotti» da comunità e società determinate – invece che culture collettive espresse da classi o ceti sociali, Arcangeli elenca gli autori su cui farà perno: lo scultore Wiligelmo – che lavorò al duomo di Modena con l’architetto Lanfranco dal 1099 al 1106 –, i pittori Vitale da Bologna attivo nella metà del Trecento, Amico Aspertini figura radicale del Rinascimento bolognese, Lodovico Carracci cugino dei più celebrati Agostino e Annibale, Giuseppe Maria Crespi e Giorgio Morandi: l’arte bolognese ed emiliana insomma, dal medioevo al contemporaneo, dalla Prima crociata ai bombardamenti della Seconda guerra mondiale «quando il lettuccio di Morandi nella camerella di via Fondazza», aveva scritto Longhi, «vibra sotto il pugno del cannone che viene da Castel bolognese “Deus gart Lombardia Boloign” e Milans…».

La pianura padana centro del discorso? Certo, ma anche il romanico di Puglia e infine la cultura di una civiltà millenaria – quella contadina – e la sua crisi: «indago questi testi e questa civiltà perché sta scomparendo, una necessità primaria ci deve spingere a difenderla prima che scompaia». I corpi grevi delle sculture di Wiligelmo sono i corpi della civiltà contadina medievale e dei Comuni, i serti vegetali dei portali e dei capitelli wiligelmici sono la «giungla» della pianura attorno alle mura comunali e badiali, le sculture delle Storie della Genesi al duomo di Modena sono la nascita di un mondo nuovo, di fisicità e terrestrità, antimistico e antibizantino, e di un uomo altrettanto legato all’hic et nunc, al dasein, all’esistere in un determinato luogo dello spazio, in un determinato momento del tempo: «Dasein: “esser-ci”, laddove il ci non sta a indicare una mera localizzazione spaziale, ma qualcosa di più ambiguo e complesso, ovvero il modo in cui concretamente (fenomenologicamente) l’Essere si dà nella storia».

In Arcangeli scompare il dato (scolastico) di una storia dell’arte che si dà con le sue graduatorie, immobile nel tempo. Un tòpos della innovazione arcangeliana è, di contro, la diacronia del discorso: la storia dell’arte è fatta piuttosto di «tramandi», di esperienze individuali che sono o non sono lotta per la vita vivente, la terrigenità dei corpi e dei bisogni, la fisicità e il peso dei corpi. Questa «vita vivente» lo storico la cerca, la studia, la connette in ipotesi di civiltà e la investe sul presente, nell’attività di critico d’arte. Per questo la «giungla» padana di Wiligelmo si rivela nel dripping di Jackson Pollock, contadino di Cody nel Wyoming, il cui espressionismo astratto Arcangeli lega all’informale europeo (secondo la formula di Michel Tapié) di Wols, de Kooning, De Stäel, e degli italiani Morlotti, Moreni, e dei bolognesi Mandelli, Vacchi, Bendini: fatti confluire nel linguaggio internazionale, questi ultimi, attraverso la poetica dell’«ultimo naturalismo» (esposta nei saggi usciti su «Paragone» nel ’54 e nel ’56, Gli ultimi naturalisti e Una situazione non improbabile). Prima di tutto Giorgio Morandi, nella cui pittura Arcangeli evidenzia la traccia anarchica e insubordinata, anticlassica della pura materia: «strati della materia come condizione ultima e mortale delle cose». E se nelle composizioni chardiniane-cézanniane Morandi fa apparire un lume a petrolio nell’Italia piccolo borghese della pre-elettrificazione, ricordando le estati dell’adolescenza in Romagna, scrive Arcangeli nella pagina introduttiva della monografia Morandi: «La luce del vecchio lume a petrolio che ora splende nella memoria fuori dal mutevole tempo marino, mite, compatta, trasparente, e solida, dava già un effetto di “natura morta in ambiente”».

Per quanto ostinato, l’individuo non piove dal cielo e Arcangeli conviene sia, primamente, un «prodotto sociale». Così innova gli studi sui Carracci a partire da Lodovico (Bologna 1555-1619), ridistribuisce le attribuzioni tra la parentela, assegna alla figura artistica di Lodovico originalità e innovazione a partire dalla  particolare sua pietas religiosa che trova spazio e aggio nella Bologna del cardinale Paleotti, dal 1566 alla guida della comunità felsinea, il cui testo base sull’arte Discorso intorno alle immagini sacre e profane (1582) recita e sollecita come l’officio del pittore sia «l’imitare le cose nel naturale suo essere et puramente come si sono mostrate agli occhi de’ mortali». Un dettato ateologale, di fisicità e realtà (si veda Paolo Prodi, Arte e pietà nella chiesa tridentina, il Mulino 2014).

Corpo, azione, sentimento, fantasia espone dunque la parte degli studi di Arcangeli dedicati alla sua regione, alla sua città e alla scena in cui nasce, brevemente vive, dispera e muore. Ma se egli è grande qui, va poi letto soprattutto nei saggi d’arte contemporanea: le pagine sullo Spazio romantico – definitivo scardinamento di una prospettiva storica – e sul panteismo di Turner, sulle nympheas di Monet a Giverny, sugli impressionisti e i poeti (Rimbaud prima di tutto), sulla presa sul reale di Courbet, sui pittori americani della città (in parallelo la beat generation), sugli europei Soutine, Permeke, Sickert, Wols, De Stäel, su una generazione – la propria – affondata in una promessa storica «zero», negli anni in cui il grande e concluso conflitto mondiale (le pratiche di sterminio, la Shoah, l’olocausto atomico) si rovescia nella guerra fredda.

Francesco Arcangeli

Corpo, azione, sentimento, fantasia. Naturalismo ed espressionismo nella tradizione artistica emiliano-bolognese. Lezioni

a cura di Vanessa Pietrantonio, prefazione di Vera Fortunati

il Mulino, 2016, 2 voll., pp. 333, 269; con 164, 179 ill.ni, € 48

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