jose gil

Jose Gil

Daniela Angelucci

Tra i tanti concetti problematici e fecondi della filosofia di Gilles Deleuze c’è sicuramente quello, sempre più presente nei suoi ultimi testi, di immanenza. Ovvero l’esigenza – ereditata da Spinoza e da Nietzsche – di cancellare ogni presupposto che possa assumere la funzione di criterio trascendente. È su questo tema che si incentra l’ultimo scritto del filosofo, l’articolo Immanenza: una vita, del 1995, in cui la nozione viene descritta a partire dalle figure del moribondo, colui che è tra la vita e la morte, e del neonato. Vite impersonali, neutre, indefinite. Un concetto problematico, dicevo, perché si tratta di un compito – pensare e praticare l’immanenza, il piano delle singolarità pre-individuali e della vita impersonale – fatalmente arduo per l’essere umano, costitutivamente scisso e sempre altrove rispetto al suo presente e alla sua corporeità. Come scriverà nel 1991 lo stesso Deleuze insieme a Félix Guattari in Che cos’è la filosofia?, si tratta di un compito necessario e impossibile: appena si prova a pensare il piano di immanenza, ecco che la trascendenza fa capolino. Ma anche, nello stesso tempo, un concetto particolarmente fecondo, al centro di molte riprese della filosofia deleuziana, frequentato e significativo nel pensiero contemporaneo non soltanto italiano.

Proprio a questa nozione è dedicato il libro, da poco tradotto in italiano (l’edizione originale è del 2008), del filosofo portoghese José Gil, tra gli studiosi che negli anni Settanta frequentavano il Dipartimento di Filosofia e psicoanalisi di Paris VIII, allievo diretto di Deleuze. L’impercettibile divenire dell’immanenza si propone, a detta dello stesso autore, come un’introduzione alla filosofia di Deleuze, e in effetti segue le vicende del suo pensiero scandagliando i testi senza sorvolare, anzi insistendo, sui momenti più teoreticamente complessi. Dai volumi della fine degli anni Sessanta –Differenza e ripetizione e Logica del senso – si approda agli ultimi lavori, senza trascurare i testi multiformi e affollati di invenzioni concettuali scritti negli anni Settanta con Guattari.

Nella lettura risulta però ben presto evidente che questo libro non è una semplice introduzione, non soltanto per la sua complessità – che implica una conoscenza pregressa del pensiero dell’autore di cui si parla –, ma anche perché Gil ci presenta esplicitamente il «suo» Deleuze, in quello che Gianfranco Ferraro, autore della postfazione, definisce un «corpo a corpo». Si tratta infatti di un confronto anche polemico, che individua nei primi scritti teoretici di Deleuze una falla proprio nella mancanza del concetto di immanenza. A causa di tale mancanza Deleuze è costretto, per tutti gli anni Sessanta, a usare ancora nozioni classiche, che gli avrebbero impedito la piena espansione del suo pensiero nell’affermazione della differenza. Solo l’immanenza e la nozione di vita impersonale – afferma Gil in modo convincente – hanno permesso al filosofo di rinunciare alla predominanza del soggetto, evitando però di correre il rischio opposto, cioè quello di una totale dissoluzione.

Proprio nel descrivere la possibilità sempre aperta di una dissoluzione totale dell’io – quello che Deleuze e Guattari in Millepiani definiscono come la trasformazione di una linea di fuga in una linea di abolizione – Gil introduce nel libro uno dei suoi apporti più personali, proponendo un nesso tra il pensiero deleuziano e l’opera di Fernando Pessoa. L’Ode marittima, dell’eteronimo Álvaro de Campos, racconta e spiega meglio di qualunque trattato il momento in cui l’Io «entrato in divenire» e fattosi moltitudine si comincia a chiudere in se stesso, contraendosi fino a frantumarsi. Sono, questi brani, vere e proprie linee di fuga dalla ortodossia deleuziana, alla cui lettera viene giustamente impressa una torsione che ci restituisce una vera fedeltà al suo pensiero. Gil si dimostra tanto più libero, nella sua rielaborazione, quanto più riconosce all’incontro con l’opera del suo maestro la potenza di quella costrizione senza la quale, scriveva proprio Deleuze, è impossibile imparare a pensare.

José Gil

L’impercettibile divenire dell’immanenza. Sulla filosofia di Deleuze

a cura di Gianfranco Ferraro e Manuele Masini

Cronopio, 2015, 317 pp., € 20

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!
Almanacco
Il primo Almanacco di alfabeta2 che riassume come «cronaca di un anno» l’attività di www.alfabeta2.it sul tema Post-futuro. Con sconto 30%!
La moneta del comune
Il secondo libro della collana alfalibri: La moneta del comune a cura di Andrea Fumagalli ed Emanuele Braga. L’obiettivo è semplice creare un ambiente socio-economico ed ecosostenibile in grado di produrre per sé e non per il profitto e la rendita.