GuglielmiIl 5 maggio l’editore Pendragon manda in libreria – per le cure di uno degli ultimi allievi di Guido Guglielmi (Rimini 1930-Bologna 2002), il giovane marchigiano Valerio Cuccaroni – un libro che attendevamo proprio per la sua inattualità. Di questo, che va ricordato – oltre che come grande critico e studioso – quale uno degli ultimi veri maestri dell’Università italiana, il libro raccoglie quattro saggi dispersi risalenti ai suoi ultimi anni di lavoro, sulla critica letteraria, sulla nozione di «canone» nella modernità, sulla svolta postmoderna; e tre saggi esemplificativi – del metodo o piuttosto dello stile critico di Guglielmi – su Svevo e Joyce, su Beckett e su Volponi (la struttura del volume, sottolinea nella sua introduzione Niva Lorenzini – prima allieva, poi collega e sodale di Guglielmi all’Università di Bologna, sul «verri» e in tante altre iniziative – riproduce così quella delle raccolte dei propri saggi pubblicate in vita dallo stesso autore, a partire dal seminale Letteratura come sistema e come funzione, Einaudi 1967).

Dal volume anticipiamo, per gentile concessione dell’editore, parte dell’introduzione di Niva Lorenzini e del primo saggio compreso nel volume, Crisi della critica, crisi della letteratura, pubblicato nel 2000 sul numero 1-2 di «Bollettino ’900» (in forma integrale leggibile qui). Da questo testo proviene il titolo del libro. E che la letteratura, come sostiene Guglielmi, sia «nonostante tutto» una «necessità» – in quanto essa, contro ogni apparenza, dà corpo a una funzione della società, o meglio della nostra esistenza – lo dimostra che la frase sulla quale si conclude il saggio non vale, ai nostri occhi, solo per la critica letteraria. Ma, in generale, per qualsiasi forma di pensiero critico che, di questa società e di questa esistenza, si ponga come verifica, problema, permanente contraddizione. Se tutto oggi ci dice che esercitare una critica non ha più senso, e che «resistere non serve a niente», proprio questo è il momento di attrezzarsi, davvero, per un di più di critica.

A.C.

La verità sta nella ricerca della verità

Niva Lorenzini

Si potrebbe collocare in esergo alle pagine di Guido Guglielmi che qui si riuniscono, appartenenti a un arco di tempo compreso tra il 1997 e il 2002, la frase che i suoi studenti e i suoi interlocutori gli sentivano spesso pronunciare: «La verità sta nella ricerca della verità». Era perentorio, Guido, nel contrapporre all’assolutezza delle posizioni codificate, ai dogmatismi, alle categorizzazioni date come immutabili e definitive, un pensiero critico argomentante, aperto alle ragioni del confronto, alla dialettica che fa spazio alle contraddizioni, alle antinomie, alle lacune, e al convivere di posizioni diversificate, che considerava un dato strutturale, irrinunciabile, della ricerca.

Ci manca, in questo nostro presente sottoposto a radicali revisioni di valori e al vacillare di punti di riferimento in grado di interpretarne la complessità, quel pensatore dall’intelligenza acuta, studioso interdisciplinare dalle letture aggiornatissime, aperte a un contesto internazionale, sempre disponibile come era alla sfida del pensiero dialogante, per citare anche solo il titolo di una intensa giornata di studio che l’Università di Bologna gli aveva dedicato nel 2012 a dieci anni dalla scomparsa, e i cui Atti restano affidati al fascicolo 49, 2012, del «Verri». Ci manca, quel letterato-filosofo capace di sintesi fulminanti, che con esattezza e rigore si interrogava sul senso della letteratura, che considerava in permanente definizione e ridefinizione insieme con il trasformarsi del contesto sociolinguistico cui era destinata la ricezione, e che investigava attraverso un procedere euristico dinamico, in un interscambio continuo tra teoria, critica e verifica testuale. Il senso veniva così gradualmente rivelandosi, nelle sue analisi, nelle relazioni che l’opera instaura di volta in volta con gli orizzonti di riferimento: dell’autore che l’ha prodotta, in primo luogo, ma assieme del lettore che le si accosta dandole vita, cioè ponendola in essere nel proprio presente, nella consapevolezza, sulla scorta di Benjamin e di Gramsci, che non esistono acquisizioni intemporali e che la letteratura è necessariamente un fatto storico e sociale immesso in un contesto, radicato nella temporalità. Ci manca, quel critico che amava più di ogni altra cosa insegnare, ed era amato dagli allievi che ne subivano il fascino perché sapeva ridiscutere e verificare ogni volta le proprie scelte, a lezione o nelle conversazioni che alle lezioni facevano seguito, come poi nei saggi teorici e nella pratica delle analisi.

Era, il suo, un argomentare documentatissimo e insieme dinamico, disposto all’ascolto ma non all’accettazione di posizioni ireniche, omologanti, pacificate, che relegassero in secondo piano il giudizio di valore: per lui fare critica significava schierarsi, prendere posizione, seguendo il percorso del testo – sottolineava in sintonia con lui un giovane critico dalla sensibilità rara, Riccardo Bonavita, in un’analisi che reca titolo L’alchimista. Guido Guglielmi e la dialettica nel fascicolo 49 del «Verri» già ricordato – e non usandolo mai, il testo, per dimostrare un proprio pensiero né «per rendersi evidente o suggestivo di per sé». Restava infatti aperta, la sua pagina, anche alla possibilità di rivedere giudizi e modificare conclusioni di fronte all’insorgere di nuovi, inattesi riscontri ermeneutici: per questo i suoi itinerari di lettura venivano ogni volta «avviati» – sottolineava giustamente Riccardo – ma non tracciati «con segni troppo marcati». Era di fatto, la sua, la fisionomia del critico viator, come viatores erano i poeti a lui cari, Ungaretti o Palazzeschi, o

Campana, o Leopardi su tutti, in viaggio sempre verso una meta che non poteva darsi, a suo avviso, come approdo predefinito o definitivo, perché la meta del fare ricerca, come quella dell’invenzione della scrittura, si situava, per lui, sempre interna al «cammino», che da solo genera ogni volta da sé, come si legge nel suo splendido Il sogno di una cosa, accolto nell’Udienza del poeta uscito per Einaudi nel 1979, «le sue occasioni di verità». […]

«Ricerca di una lingua della verità» che è sempre, per Guglielmi, una verità «critica, non positiva», che «mira, al di là delle evidenze, alle riserve dei possibili».

Continua a cercarla, il Guglielmi lettore, critico, pensatore, quella verità, nonostante lo sgretolamento, la disintegrazione in cui si è inseriti e che non è mai, per lui, solo perdita, ma apertura a possibilità nuove, da cercare problematizzando il proprio stare nel presente e accogliendo, della scrittura letteraria, i conflitti e le «impossibilità». Per questo, correggendo Habermas che cita in Canone classico e canone moderno, egli non ritiene che il progetto della modernità resti incompiuto, ma «che esso sarà sempre da compiere», soprattutto ora che anche il Novecento comincia a diventare inattuale, mentre viviamo immersi in un disorientamento storico che ci preclude il passato e il futuro: al punto che, nel ritmo di cambiamenti che si afflosciano reificati sul presente, rischiamo di espungere l’«impensabile» dai nostri programmi e dalle nostre vite computerizzate, andando incontro a una divaricazione incolmabile tra la quantità di informazioni da cui siamo bombardati e l’incapacità di utilizzarla con criteri razionali di selezione.

Rileggiamolo, Guido, con il suo stile teso, concentrato sino alla brevità dell’epigramma, che non gli impedisce affatto la chiarezza espositiva. Credo che il titolo scelto dal curatore per questo volume, Critica del nonostante, gli corrisponda appieno, perché la critica resta per lui proprio una scienza del possibile «nonostante tutto», necessaria all’arte e che dall’arte prende sostanza, in un dialogo che la coinvolge in quanto attività storica, sempre occasionale e mai neutrale.

Non solo crisi

Guido Guglielmi

Da tempo ormai si parla di crisi della critica letteraria, di crisi della cultura in generale, di crisi del romanzo, di crisi della letteratura, e questo è un fatto su cui tutti consentono. Già qualche anno fa Segre parlò di crisi: penso che senz’altro siano condivisibili le sue conclusioni provvisorie sullo stato della critica.

Credo che la crisi della critica sia strettamente collegata alla crisi della letteratura: se c’è letteratura c’è critica; se non c’è letteratura la critica muore. Non è pensabile una letteratura che non sia nutrita di ragioni, quindi di ragioni critiche. Ciò significa che le sorti della critica restano a mio avviso strettamente legate alle sorti della letteratura negli anni a venire. E d’altra parte pronunciarsi su questo punto è arrischiato. Personalmente ritengo che la letteratura abbia una sua possibilità anche se il medium letterario non è più, da un pezzo, il medium centrale della cultura. La scrittura resta fondamentale, anche se non ha più e non può più avere quella posizione dominante, anzi esclusiva, che ha avuto a lungo. Sin da quando esistono il cinema, la fotografia e gli altri media la scrittura si è ridimensionata, ha assunto un diverso ruolo. E tanto più oggi: sia il mezzo televisivo che quello informatico offrono possibilità che la scrittura non può più soddisfare. Oggi per esempio un messaggio «d’avanguardia» (in senso stretto) non passerebbe più attraverso il medium verbale: è probabile che passi attraverso altri media. E tuttavia la scrittura continua ad avere una funzione essenziale, perché la lingua della critica è la scrittura e non riesco a immaginare qualunque nuova produzione separata da una riflessione, cioè da una critica. […]

È chiaro che la cosa più facile è delegittimare la critica, come la cosa più facile da dire è «la letteratura è morta»: non si vede più – sembra – una funzione della letteratura; e se la letteratura è morta, la critica è sicuramente morta. Se la letteratura creativa si spegne, nessuno capisce più la letteratura e dunque non si capisce cosa possa fare la critica. Leopardi diceva che il male del suo tempo era la perdita del sensorio necessario per capire la poesia, un sensorio «acquisito», nato, nel caso di Leopardi, dalla lettura di Virgilio, Orazio, Dante, Petrarca, ecc. Se non hai questa sensibilità per un testo, il testo ti sfugge. Per conservarlo Leopardi immaginava due tipi di nuova letteratura: uno per i raffinati (che comprendono ancora Virgilio) e uno grossolano, oggi diremmo di consumo.

Leopardi faceva questo discorso due secoli fa. Più di un secolo fa Mallarmé lo ripeteva, quando parlava di «sciopero dei poeti».

Il tema della morte della letteratura ha accompagnato tutta la modernità; e non si finisce di dibatterlo. Possiamo quindi essere ottimisti. Credo che noi dobbiamo operare come se la letteratura e la critica dovessero «nonostante» tutto continuare. L’espressione non è mia: il giovane Lukács parlava del romanzo come di «un’arte del nonostante». Lavorare «nonostante»: malgrado tanti segni sembrino chiudere la via a una nuova creatività che abbia lo stesso peso che ha avuto nel Novecento, quando – ricordiamo – anche Gallimard rifiutò il testo di Proust in un primo tempo.

C’è il fatto, in primo luogo, che la letteratura almeno fino a ieri ha resistito; e, in secondo luogo, che evidentemente aveva delle ragioni oscure e difficili da analizzare per esistere: c’era una necessità di letteratura. La letteratura d’altra parte non è esistita solo perché c’erano grandi scrittori, che potrebbero non esserci oggi. Oggi invero, e in maniera più determinante di ieri, il vero sapere è la scienza; tutto il resto sembra paccottiglia. Ma anche in questa condizione del mondo che non è più umanistica esiste, evidentemente, il bisogno di una verità – e la letteratura funziona se produce verità – che non è di tipo scientifico. Esistono molte culture, molti saperi che sono necessari pur non essendo di tipo scientifico. L’etica per esempio. Non esiste nessuna possibilità di un universale etico per tutti noi, al quale tuttavia si deve tendere, mentre c’è un’unanimità delle verità scientifiche, che sono controllabili e verificabili da una comunità scientifica. Giustamente Luperini parla di una comunità ermeneutica: essa non è una comunità scientifica, è un gruppo che elabora una verità del testo che non può pretendere a una universalità di tipo scientifico e che tuttavia è probabile che sia di importanza essenziale per gli uomini. Occorre insomma distinguere il sapere della letteratura dai saperi esatti che hanno per fondamento le matematiche, i linguaggi artificiali ecc. La poesia è rigorosa senza essere esatta; e la critica è un genere letterario che si muove tra la letteratura e la filosofia. Anche la filosofia del resto non è una scienza. Se invece di parlare di crisi della critica si parlasse (come del resto si fa) di crisi della filosofia, ritroveremmo gli stessi problemi che abbiamo incontrato per la critica e per la letteratura. Mentre non si direbbe mai che esiste una crisi della scienza, se non provvisoria, salutare, e di crescita. La crisi della scienza significa un’altra cosa: la scienza entra in crisi nei paesi in cui non viene alimentata adeguatamente e finanziariamente; e meglio sarebbe parlare allora di crisi delle istituzioni scientifiche (come in Italia per esempio).

Direi riassumendo che proprio quei saperi che sono più necessari – antropologicamente parlando – perché riguardano il senso della vita, i suoi progetti e fini, oggi sono sottoposti all’usura della ricezione distratta, di consumo. Al contrario, il fenomeno non tocca il sapere scientifico, di cui sono competenti pochissimi, ognuno secondo il proprio specialismo, e che ha d’altra parte sviluppi tecnologici d’enorme importanza, che cambiano la vita del mondo. Questo è il sapere non mercificato che oggi viene difeso e coltivato con piena serietà, con pieno impegno; la letteratura invece non interessa la nostra autoconservazione, non ha conseguenze pratiche e calcolabili. E allora la sua destinazione diventa quella dell’intrattenimento (di cui non si può fare a meno).

Ma se si rifiuta l’adeguazione di arte di consumo e arte non di consumo – qui il discorso è molto complesso, ora non possiamo farlo – occorrerà ribadire che la letteratura, come la riflessione etica e la riflessione filosofica, informa in profondità la cultura in senso antropologico. Bisogna dunque lavorare come se la critica fosse possibile. E scegliere magari una soluzione un po’ pascaliana. Alla

crisi della critica rispondiamo con un di più di critica.

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