viscontiStefania Parigi

Storia cinematografica della letteratura italiana è il titolo di un libro uscito nell’autunno del 2015. Il suo autore, Edoardo Ripari, ce lo presenta come la realizzazione di un «sogno antelucano», evocando una genealogia onirica che raccorda Dante a Fellini e a Pasolini. Non a caso l’interrogativo che chiude il Decameron di Pasolini («Perché realizzare un’opera quando è così bello sognarla soltanto?») apre il volume come un esergo significativo rilanciato nella Premessa dove l’autore si chiede «Ma è possibile sognare l’idea di un libro?».

Il sogno di Ripari si profila fin da subito come un sogno della ragione e addirittura della ragione enciclopedica. Il suo primo atto introduttivo è quello di fornire gli strumenti metodologici per affrontare il rapporto tra letteratura e cinema, tra parola e immagine, ripercorrendo le proposizioni della semiotica e le formule della narratologia, fino a confrontarsi con la molteplicità di riflessioni dedicate all’adattamento cinematografico di testi letterari e aprire l’orizzonte alle narrazioni cosiddette crossmediali della contemporaneità. Dopo questo gesto preliminare si entra nel vivo della storia cinematografica della letteratura italiana, articolata per epoche e per secoli: dal Medioevo fino al Novecento. La cronologia letteraria fornisce le gabbie in cui includere ogni volta una serie di film che si disseminano nell’arco che va dalla fine dell’Ottocento a oggi.

Il libro si profila così come un cospicuo repertorio dei titoli cinematografici che si sono misurati con i testi maggiori della letteratura italiana. La genesi onirica del lavoro di Ripari risiede forse in questa volontà di ammaestrare, catalogare, fare lo spoglio di una mole tanto ingente di materiali. Sono prima di tutto le dimensioni dell’impresa a rivelare quel carattere apparentemente «abnorme» che si attribuisce solitamente alle tensioni del sognatore.

In questo viaggio compresso nel secolo breve del cinema e allo stesso tempo esteso alla pluralità temporale della letteratura, Ripari si pone sempre in un terreno di studio intermedio tra la critica letteraria e quella cinematografica, cercando un dialogo tra competenze che talvolta in passato si sono separate addirittura in maniera conflittuale, ma che spesso si sono mosse nella stessa direzione di un’analisi comparativa tra testo letterario e testo cinematografico.

La ricerca delle varianti tra l’opera scritta e l’adattamento audiovisivo rappresenta a mio parere uno degli aspetti più improduttivi della lettura critica, specialmente se questa si spinge fino al rilievo della microscopia filologica. Eppure si tratta di un atteggiamento a cui è molto difficile sottrarsi e che ha accomunato gli studiosi di letteratura e quelli di cinema, con tutti gli equivoci che ne sono derivati, esemplificati da parole come tradimento o fedeltà. Ripari ne è certamente consapevole in quanto accosta all’approccio comparativo anche una riflessione sulle dinamiche mediali e intermediali che informano i testi letterari e cinematografici nella loro composizione, nei loro transiti e nella loro ricezione.

Il suo punto di partenza e di arrivo, tuttavia, rimane quello dello studioso di letteratura che interroga il cinema come mezzo di trasmissione, di rilancio, di ridefinizione della tradizione e della memoria letteraria, arrivando addirittura ad attribuire a certi adattamenti d’autore la funzione di saggi critici. «Di fronte a un Pasolini che adotta Boccaccio o a un Visconti che traspone Verga – scrive –, non è assurdo pensare al cinema come a una sorta di critica letteraria». Non sono d’accordo con questa affermazione, così come dissento da altre interpretazioni filmiche di Ripari che, pur esprimendo pareri condivisi da una parte della critica cinematografica, testimoniano in primo luogo la dominanza – del tutto legittima – della prospettiva letteraria. In questa direzione si inscrive anche la funzionalità didattica della Storia cinematografica della letteratura italiana, enunciata alla fine dell’introduzione al libro.

Nelle scuole del nostro Paese il film non è mai entrato come espressione artistica autonoma, ma soltanto come illustrazione di testi letterari o di periodi storici. Ha avuto, cioè, e continua ad avere un ruolo di servizio. Le immagini del cinema forniscono agli studenti, come riconosce Ripari, un modo di avvicinarsi ai classici più rispondente alle loro abitudini e strumentazioni culturali. A causa della sua apparente facilità e vicinanza, il linguaggio audiovisivo è chiamato a svolgere una funzione maieutica per confrontarsi con la difficoltà e la lontananza della scrittura letteraria. Del resto, l’uso del cinema in termini di divertissement educativo è entrato anche nelle aule universitarie. Il libro di Ripari si propone di offrire una guida ragionata e il più possibile completa ai docenti che nei loro percorsi coinvolgono il cinema come una sorta di aiutante magico per riascoltare e ritrovare la letteratura. Senza dimenticare ovviamente che gli scenari della contemporaneità introducono nuove forme di narrazione e di fruizione, proiettando il testo filmico in una storicità analoga a quella del testo letterario. Agli occhi dei giovanissimi un film muto o in bianco e nero ha assunto già da tempo la stessa aura archeologica delle parole di Dante o di Boccaccio.

Edoardo Ripari

Storia cinematografica della letteratura italiana

Carocci, 2015, pp. 332, € 29,50

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