matthew_barney_vaselineMarco Reggio

Di animali, negli ultimi tempi, si parla diffusamente. Non si contano le pubblicazioni sui “diritti animali”, sull’animalità o sul posthuman, per non parlare dei libri di cucina vegana (che, a ben vedere, non fanno che rimandare all’assenza dei corpi non umani nelle ricette che propongono); le lotte e i dibattiti sugli avanzamenti legislativi utili a garantire un miglior trattamento ai membri di altre specie utilizzati nei processi produttivi sono all’ordine del giorno. Un tale fiorire di discorsi – che spesso prendono le mosse dalla necessità di denunciare delle forme di sfruttamento anche brutale – suscita però un quesito piuttosto arduo: è possibile parlare di animali senza sovradeterminarne le esistenze? Come rendere giustizia a dei soggetti che costituiscono, quotidianamente, una fondamentale materia prima per la nascita e il perpetuarsi del capitalismo, sia dal punto di vista fisico che da quello simbolico? Come parlare – da umani – di non umani senza prendere parola al posto di qualcun altr*? Una possibile risposta a queste domande è quella proposta da Massimo Filippi nel suo Sento dunque sogno. Frammenti di liberazione animale (Ortica 2016). Non tanto perché il testo contiene la risposta, ma piuttosto perché prova a metterla in atto: un libro che «non è un libro, ma un esperimento senza cavie».

Il tentativo di Filippi si articola in tre frammenti che utilizzano registri diversi (l’analisi filosofica, il sogno, la tassonomia), giocando sul rapporto fra sogno e scrittura. Se lo spazio dell’attività onirica permette di scrivere di animali senza sostituirsi a loro, è anche perché questo esperimento non teme la mescolanza di ingredienti inusuali, non ha paura dell’accoppiamento mostruoso, come quello fra teoria critica e decostruzione. Il desiderio di coabitazione fra animali di specie diverse nasce dalla presa di coscienza che noi stess* siamo animali (una sorta di segreto di Pulcinella darwiniano dalla portata non del tutto prevedibile). L’autore prova ad accettarne le conseguenze più radicali, producendo uno scivolamento, a tratti impercettibile, dall’animale messo al lavoro come metafora – il modo in cui siamo stati addestrati a pensarlo dai discorsi più disparati, come la critica letteraria o la psicoanalisi – al soggetto animale che eccede inevitabilmente il contesto in cui emerge. Nel primo frammento l’autore spiega perché il sogno è la chiave di volta per lasciarci alle spalle “L’Animale”, un singolare universale da cui Derrida ci aveva messo in guardia molto esplicitamente:

L’animale, che parola!

L’animale è una parola che gli uomini si sono arrogati il diritto di dare. [...]

Si sono dati la parola per raggruppare un gran numero di viventi sotto un solo concetto: l’Animale, dicono loro. E si sono dati questa parola, accordandosi nello stesso tempo tra loro per riservare a se stessi il diritto alla parola, al nome, al verbo, all’attributo, al linguaggio delle parole e in breve a tutto ciò di cui sono privi gli altri in questione, quelli che vengono raggruppati nel gran territorio della bestia: l’Animale (L’animale che dunque sono, p. 71).

Come utilizzare dunque la parola senza che sia un privilegio di specie? Una possibile mossa è scrivere sul sogno, o scrivere il sogno. Il sogno ha uno statuto ontologico caratterizzato da ambiguità e relazionalità, e non solo: gli animali compaiono nei nostri sogni, ma a loro volta (ci) sognano. Il secondo frammento, I protocolli perduti, non è soltanto una personale rivisitazione dei sogni di Adorno (di per sé esistenti come prodotto letterario: il pensatore tedesco ha effettivamente trascritto alcuni sogni insieme alla moglie Gretel Karplus), ma rappresenta la presa d’atto dell’impossibilità di distinguere fra animali sognati e animali sognanti. A ben vedere, Filippi prova a sfidare qui una serie di binarismi potenti, come quello fra sogno e realtà, fra giorno e notte, o fra immaginazione onirica e filosofia. Per farlo, sono gli stessi animali dei sogni di Adorno che vengono lasciati interagire con quelli di cui egli ha parlato a più riprese nelle sue opere; e al contempo il registro teoretico francofortese si fa ibridare non soltanto dal sogno (produzione diurna e notturna adorniana che si incontrano), ma anche da suggestioni impreviste, come quelle della letteratura sudamericana.

Il rapporto con gli altri animali emerge come rapporto perduto, ma suscettibile di essere recuperato, rielaborabile, vissuto su altri piani. Anche in questo caso, quello dell’autore è un esperimento, un rischio deliberato, che nel terzo frammento, Linneo addio, prende la forma di una tassonomia in cui preme non tanto restituire agli animali l’individualità cara alle correnti liberali dell’antispecismo, quanto ripensarli come “epifenomeni di singolarità ondulanti”, immergendoci in una critica del Soggetto che assume una luce inedita (bestiale?). L’idea sfuggente che emerge non è però immateriale, anzi: i corpi si manifestano in molti modi, parlano, scrivono, abitano il mondo e danno conto del proprio assoggettamento se si prova a lasciarli esprimere. È più che mai necessario, oggi, riconoscere ai non umani delle forme peculiari di agency e una capacità di resistenza al potere che gli antispecisti sono spesso i primi a sottovalutare paternalisticamente. Ma, come ci esorta a fare questo esperimento che ignora deliberatamente la barriera fra poesia e filosofia, è forse anche il momento di ammettere che gli animali, oltre che alle gabbie materiali, si ribellano alla nostra tendenza a farne delle metafore per qualcos’altro, dei simboli, dei fonemi a disposizione per un discorso che, anche quando si dice “per loro”, è in fondo ancora una volta soltanto per noi.

Massimo Filippi

Sento dunque sogno. Frammenti di liberazione animale

Ortica 2016

pp. 80, euro 9

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