romaMarco Giorgerini

Il nuovo lavoro di Paolo Morelli rischia di trarre in inganno il lettore sprovveduto, quello che da un libro non esige altro che un plot ben definito che parta da A per arrivare a B senza troppi ghirigori nel mezzo. Né in cielo né in terra, da questo punto di vista, è un buon romanzo e niente più. A riassumerlo faremmo presto e non servirebbe a molto. Diremmo che si tratta di una narrazione prodotta da una serie di personaggi passati a miglior vita; del sogno di un ghostwriter in cui un gruppo di «fantasmi romani» (l’intenzione dei trapassati è quella di dar vita a una sorta di remake del film del 1961, Fantasmi a Roma, diretto da Antonio Pietrangeli e con Mastroianni e Gassman quali attori) si impegnano a scrivere un libro corale che apra loro la via del successo, così liberandoli dall’inquietante minaccia dello sfratto.

Cesare, Vibenna, Musonio, Ottavia e altri ancora raccontano le loro strampalate avventure ad Augusto che le trascrive (o meglio, a colui cui tale nome viene affibbiato: «Da allora vivo con lui [Cesare], che continua a chiamarmi col nome sbagliato»). Se in vita furono cacciati dalle case rionali in cui abitavano da generazioni, post mortem si sono rifugiati in un malmesso palazzo di Trastevere, con la ferma determinazione di resistere alla stupida e violenta irruzione del nuovo. La speculazione edilizia trae la sua ragion d’essere e la sua forza propulsiva dall’assioma secondo cui il nuovo è, in quanto tale, il bene. I proprietari, dei riccastri che trovano «molto pittoresca la confusione», quintuplicano il prezzo dell’affitto e sfrattano gli inquilini, costretti a trasferirsi in palazzoni-dormitorio costruiti apposta per loro, «sempre più alti e lontani, agglomerati in aree decentrate e senza servizi». (Ovvio che le considerazioni sul «nuovo» impugnato a mo’ di clava per demolire chi osa domandarsi se di certo nuovo ci sia proprio bisogno, e se sia poi auspicabile a prescindere da quanto così viene definito, si applicano immediatamente allo scenario politico qua fuori: «Il nuovo uccide! Quando sento la parola nuovo la puzza di cadavere sale dai negozi o scende dagli attici con vista sul fiume, a seconda di come gira il vento della novità. Oggi la disgrazia si regge sul nuovo […]. E si porta dietro offerte, miglioramenti, sconti, vantaggi!»).

Se fosse soltanto questo, dicevamo, Né in cielo né in terra sarebbe un buon libro. E di certo non sarebbe poco. C’è ben altro, però, a impreziosirlo. Quel che è più apprezzabile è situato nelle periferie della narrazione, lungo i bordi di innumerevoli digressioni, tra le parentesi che si aprono e si chiudono con apparente distrazione, come se fossero sbuffi di un pensiero che corre, imbocca una strada, poi ne prende un’altra, cambia ancora direzione e alla fine cede al silenzio solo perché il libro ha un limite fisico e le sue pagine non possono essere infinite. Sotto questo aspetto Morelli può ricordare Gianni Celati, che del resto è uno dei suoi massimi numi tutelari (nell’intervista rilasciata ad Andrea Cortellessa nel 2011 e ora contenuta nel volume La terra della prosa, lo scrittore afferma: «L’ho incontrato nel ’93, e per me è stata una rivelazione»). Se la fuga è la cifra inconfondibile dell’autore della Banda dei sospiri – fuga dalla letteratura che si prende troppo sul serio, certo, ma anche dai fatti appena vissuti e già trampolini di lancio per nuove avventure in cui l’autore si perde col passo svagato del flâneur –, anche i comici fantasmi che animano il testo di Morelli hanno una predilezione per la tangente che si allontana dal cerchio chiuso della consequenzialità narrativa.

«Il lettore deve correre dietro a questo accavallarsi di avventure di incerta realtà, di personaggi e di cognomi», ha scritto Ermanno Cavazzoni sul Domenicale del «Sole 24 ore», recensendo il «Meridiano» di Celati recentemente pubblicato: e lo stesso può valere per chi leggerà le pagine di Morelli. Le sue divagazioni non inficiano però l’elevata leggibilità del testo e la coerenza della sua struttura. È lontana, per intenderci, la dissoluzione del romanzo praticata, ad esempio, da un altro autore amato da Morelli come il Malerba di Salto mortale. Ciò nonostante, il volume in esame è più malerbiano che celatiano, se proprio vogliamo giocare al gioco un po’ ozioso dei riferimenti letterari. Si pensi ad esempio al tema dell’anima, una costante nell’opera appunto di Luigi Malerba; o a quanto si dice sulle ripetizioni di eventi, sul destino, sul caso (temo che Judith Obert sia stata la sola a studiare specificamente la perturbante presenza delle ripetizioni in quel libro malerbiano troppo spesso trascurato che è Le pietre volanti), all’importanza attribuita al sogno.

Nel presente contenitore di storie sognate e raccontate da personaggi improbabili – perché di questo si tratta – incontriamo anche penetranti e divertite osservazioni sullo stoicismo dei romani d’oggi, «eterni moribondi, eterni inguaribili», e una disturbante sensazione di incomunicabilità che ricorda da vicino Il fascino indiscreto della borghesia, uno dei capolavori di Buñuel. Lì un frastuono di aerei si levava impietoso a disturbare la conversazioni nei suoi punti salienti, qui un gong risuona ogni volta che Augusto tenta di rispondere alle domande del sedicente sindacalista Coclite. E il tic linguistico si ripete incessante: «ho pensato io ma non l’ho detto».

Con uno stile disinvolto, che imita, talvolta, l’oralità, Morelli ci fa dono di una piccola gemma che mescola leggerezza e profondità, di acute riflessioni su Roma e i suoi abitanti e, per farla breve, di un esempio di letteratura in cui imbattersi è un vero piacere.

Paolo Morelli

Né in cielo né in terra

Exòrma, 2016, 235 pp., € 14,50

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