rancuraPierluigi Pellini

Il quarto romanzo di Romano Luperini, La rancura, dà provvisorio compimento all’opera narrativa del nostro maggiore studioso di letteratura contemporanea, e non soltanto perché è il primo ad essere accolto in una collana prestigiosa («Scrittori italiani e stranieri») di un grande editore. Piuttosto perché della precedente opera narrativa dell’autore si presenta come summa e, a tratti, riscrittura, ma dentro un progetto assai più ambizioso, che non abbraccia più soltanto un’epoca della vita del protagonista (il Sessantotto pisano nel più recente, e bello, L’uso della vita, Transeuropa 2013; l’invecchiamento nel meno riuscito L’età estrema, Sellerio 2008), né si limita ad accostare frammenti memoriali, come faceva quella sorta di Ur-Roman luperiniano che era il libro d’esordio, I salici sono piante acquatiche, uscito per i tipi di Manni nel 2002 e già segnato da alcuni dei caratteri decisivi che torneranno costantemente nelle prove più recenti: la manipolazione del materiale autobiografico, la dialettica generazionale, il rifiuto di accogliere sulla pagina il côté accademico della vita dell’autore – scrittore-intellettuale, non romanziere-professore, Luperini è agli antipodi rispetto al racconto postmoderno di college o di convegno.

Nella Rancura – titolo montaliano (ma già dantesco) che allude a un conflitto generazionale, a un sentimento di rivalsa del figlio nei confronti del padre, e più precisamente a una richiesta, al tempo stesso aggressiva e implorante, di riconoscimento – alla parabola esistenziale del protagonista autobiografico (Valerio Lupi, nato, come Romano Luperini, nel 1940, e come lui figlio di un eroe della Resistenza), che pure domina indirettamente l’intero libro, è dedicata esplicitamente solo la parte centrale, Il figlio (1945-1982), mentre la prima, Memoriale sul padre (1935-1945) e la terza, Il figlio del figlio (2005), completano una sorta di saga familiare (c’è anche il nonno, nelle campagne premoderne della Toscana di primo Novecento) che è al tempo stesso romanzo storico: le vicende della famiglia Lupi – dalla lotta antifascista del padre, Luigi, all’impegno politico e intellettuale del figlio, Valerio (il Sessantotto, la nuova sinistra), al disincanto postmoderno del figlio del figlio, Marcello, trenta-quarantenne non uscito d’adolescenza e nutrito di uno scetticismo a tratti cinico – riassumono esemplarmente quelle della Nazione.

Se Luperini adotta soluzioni strutturali desunte da un filone assai in voga negli ultimi decenni, quello dell’autobiografica infedele (o autofiction), non lo fa, come molti, per affermare l’interscambiabilità di reale e virtuale, ma al contrario per ribadire un’inattuale fiducia nel significato collettivo dell’esistenza individuale, per dare più icastico risalto al legame inscindibile fra la sorte del singolo e i destini generali. Se così il personaggio autobiografico muore, nel libro, nel 2005, è perché l’autore si percepisce come antropologicamente estraneo rispetto ai modelli culturali che dominano l’Occidente postmoderno. Al contrario, al rapporto con il padre, pur aspro e denso di incomprensioni, pur ricondotto in prima istanza a una classica vicenda edipica (Luigi è l’eroe, forte, vittorioso, schiacciante, che rifiuta alle lotte politiche e alle passioni intellettuali del figlio la dignità eroica di cui incontestabilmente si ammanta la Resistenza), offriva una base di almeno potenziale dialogo la condivisione di un ethos che non concepiva l’esistenza del singolo fuori da un tessuto di legami, e di conflitti, politico-sociali.

Di certo La rancura è anche questo: un romanzo storico, familiare, generazionale, politico, d’impianto nobilmente tradizionale e perfino di ottocentesca leggibilità, che prova a delineare il senso delle vicende italiane dalla seconda guerra mondiale fino al secolo XXI – ambizione condivisa con altri romanzi importanti come La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro; o, in altri contesti, Les Années di Annie Ernaux e naturalmente l’insuperato Underworld di Don DeLillo. E tuttavia, come questi e altri libri, quello di Luperini non sarebbe bello se l’ossatura ideologica, che pure è l’a priori necessario, capace di dare una forma, una prospettiva e un senso all’invenzione letteraria, non si sgretolasse in tutto o in parte nelle ambivalenze della scrittura, nella polifonia del racconto. Perché il senso complessivo si disperde, e di un’intera esistenza sopravvivono solo, modernisticamente, «pochi frammenti» epifanici. E perché Luigi è meno eroico, Marcello meno cinico e inconsistente, Valerio meno giusto di quanto l’apparente costruzione «a tesi» dà superficialmente a intendere.

Luigi Lupi è per molti versi un eroe per caso, se è vero che l’aspetto dominatore, castrante per il figlio spaurito, nasconde fragilità, solitudine, marginalità. Se ha trovato – come spiega una pagina molto bella – «il filo della propria corrente», trasformando in «carattere, personalità» un grumo di pulsioni contraddittorie ereditate per via di sangue o di classe, è per «bisogno di rivalsa contro l’insensatezza e la depressione sempre in agguato», non per convinzione ideologica. Quando un suo amico e collega (insegnano alle elementari, in campagna), Nullo, fascista di sinistra di evidenti ascendenze anarchiche, dopo essere finito nelle squadracce repubblichine, ed essersi macchiato di crimini di guerra, viene catturato e condannato a morte dai partigiani, l’incontro fra i due, nella sua improbabile esemplarità, è forse il momento in cui con maggiore e più intensa pertinenza dialogano qui il narratore e il critico (e precisamente l’autore de L’incontro e il caso, saggio su un grande tema della modernità pubblicato nel 2007 da Laterza e oggi inspiegabilmente fuori catalogo): la rievocazione di una visita d’anteguerra al bordello di Lucca riprende e strania l’explicit dell’Educazione sentimentale, non senza una citazione quasi letterale della frase che certifica, in Flaubert, il definitivo fallimento esistenziale del primo inetto modernista, Frédéric Moreau: «quello è stato il momento migliore per noi».

All’altro capo del romanzo, la liquidazione dell’eredità paterna (materiale e morale) operata dal «figlio del figlio», Marcello, è certo sbrigativa, cinica, a tratti perfino brutale, ma sempre venata di ambiguo stupore, di infastidita tenerezza, e insomma di sotterranea ambivalenza. Se il Luperini critico ha combattuto e combatte la cultura del postmodernismo con una durezza senza sconti – oggettivamente eccessiva: perché, eleggendolo a testa di turco, ha fatto dell’ilare disimpegno postmodernista un’entità a tratti caricaturale, negando all’avversario quella complessità esistenziale e ideologica in cui critici di altre generazioni hanno potuto riconoscere non solo i tratti di un Postmodern Impegno (questo il titolo di un volume edito nel 2010 da Peter Lang, a Berna) ma anche i risvolti sofferti, perfino tragici anziché euforici, del dominante nichilismo –, il romanziere non cede alla tentazione di fare di Marcello semplicemente un vilain. Dandogli la parola, non ne esibisce solo la disinvoltura anaffettiva e egoista; gli deve riconoscere anche una lucidità disincantata, capace a tratti di dire il vero sulle colpe, le ingenuità e le illusioni della generazione dei padri. Marcello non sempre ha torto quando rovescia in parodia il memoriale erotico-statunitense del padre (è il manoscritto dell’Età estrema, nella finzione della Rancura dedicato all’amore con una musiliana Claudine, e rimasto inedito); probabilmente ha ragione quando invita (se stesso, innanzitutto) a diffidare del pathos struggente e degli slanci poetici, perché «quando uno liricheggia mente sempre». Peraltro, il «figlio del figlio», scrittore di genere in crisi creativa, a suo modo nipotino di Calvino e delle nuove avanguardie integrate, che vorrebbe «riuscire a scrivere senza lasciar trapelare mai un’emozione», è paradossalmente più vicino al Luperini critico militante, sostenitore fra gli altri del gruppo ’93, di quanto non lo sia l’autore della Rancura, che punta sulla forza comunicativa delle emozioni, per parlare a un pubblico più vasto di quello, specialistico e residuale, cui oggi si rivolge la critica letteraria.

La morte del protagonista, Valerio, con il conseguente accesso di Marcello ai privilegi del punto di vista, è dunque scelta strutturale decisiva: se per un verso rischia di introdurre qualche scompenso linguistico (Luperini ha certamente più agilità nel padroneggiare il dettato stilistico delle prime due parti del romanzo, che in continuità con i libri precedenti si riallacciano, per dirla schematicamente, a quella linea di realismo toscano incarnata soprattutto da un narratore come Bilenchi, non a caso più volte citato dai personaggi), per un altro realizza una compiuta polifonia, relativizza le tesi del protagonista autobiografico, dà voce a un conflitto che da entrambe le parti cela, sotto mentite spoglie di sferzante sicurezza, fragilità esistenziali e intellettuali, e soprattutto ansia di riconoscimento – non meno di quello fra Valerio e il padre partigiano. Cosicché da una struttura narrativa al tempo stesso «ottocentesca» e sperimentale, da un montaggio denso di ambivalenze nella sua semplicità – e non dall’apparente tesi engagée – si sprigiona nella Rancura «un senso precario, relativo, ma utile» per noi.

Romano Luperini

La rancura

Mondadori, 2016, 312 pp., € 20

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