parolesassitoMaia Giacobbe Borelli

Tiresia – Mi chiedo cosa mi spinge, una volta dopo l’altra, a raccontare questa storia di coraggio e di lutti. Forse la speranza che quelli che ascoltano possano guardare e capire le azioni degli esseri umani.

Antigone di Gita Wolf e Sirish Rao

Immaginate una piccola classe di una scuola elementare di Parigi, piena di bambini italiani, immaginate una presenza incongrua: un’attrice, Patrizia Romeo, e un mucchietto di sassi: quegli strani e antichissimi oggetti che coprono qua e là la Terra, residui di epoche lontanissime, utensili primari, testimoni di civiltà potenti come quella greca, che sono sorte e sono cadute, civiltà che hanno pesato e pesano, del peso delle loro pietre, sul nostro pensiero di oggi. Pensiero che si è formato ai valori civili attraverso le storie tragiche di Sofocle, quelle storie che gravano sulle nostre coscienze come un rimorso, come una sfida, come una colpa. Da lì veniamo, da quelle storie amare, e ancora lì intorno giriamo incessantemente. Ancora non risolte, tuttavia quelle parole che ci sono state tramandate, o qualche cosa di quelle parole, accendono gli occhi dei bambini e delle bambine che hanno la fortuna e il privilegio di poterle ascoltare…

Per raccontare queste storie, i sassi diventano personaggi, servitori indispensabili della storia narrata. I sassi ricordano, con il loro peso, il peso stesso delle parole che causarono la morte degli uomini e delle donne, evocano l’argomento pesante dell’obbedienza alle leggi, l’opposizione di Antigone, che è poco più che bambina. I sassi si muovono, sbattono e rotolano sul pavimento dell’aula, all’interno della «zona magica» segnata dallo scotch, lo spazio scenico inaspettatamente apparso in mezzo ai banchi, alle sedie, ai vocabolari e alle cartine geografiche. Ma i sassi sono anche giocattoli che non hanno bisogno di corrente elettrica, giochi che sempre meno i nostri bambini conoscono e manipolano. E che, dal giorno della presentazione di Antigone, Parole e Sassi, questi bambini e bambine, hanno ripreso a manipolare e a toccare.

Antigone, parole e sassi, spettacolo nato per esaltare potenzialità e contenuti di una tragedia antica e immortale come quella della greca Antigone – pietra miliare della storia del teatro, scritta da Sofocle e messa in scena per la prima volta nel 442 a.C. – non si sottrae alla sua natura duplice, di evento performativo e di momento di riflessione e confronto sul proprio posto nel mondo, di luogo di elaborazione del pensiero da una parte, di creazione d’immagini fantastiche dall’altra. L’evento serve alla costruzione di un momento intenso di comunione tra adulti e bambini. I bambini seguono senza difficoltà il dipanarsi del conflitto tra le ragioni della famiglia e quelle dello Stato e la loro tragica risoluzione. Proprio grazie ai sassi, le cose si fanno più complesse e, insieme, più interessanti, le parole tornano in una prospettiva nuova: «Ecco, ragazzi, questo è quello che vi passiamo: questi sassi antichi, parole scolpite nella pietra, a voi il compito di farle rivivere passandole di bocca in bocca e di scegliere da che parte stare!». Il messaggio di Patrizia viene raccolto senza esitazione.

Alcune esperienze performative ci aprono oggi improvvisi squarci su altri mondi: in questo caso, grazie a questo spettacolo, i sassi diventano persone, le parole consunte dei tragici personaggi diventano immagini reali, le immagini si trasformano in suoni, i suoni tornano a formare altre nuove parole e la realtà di queste nuove parole diventa molto più importante del luogo in cui siamo, la piccola aula scolastica che ha visto pochi mesi fa i bambini sorpresi e stupiti dalla ferocia degli attentati del 13 novembre... In un mondo così, dobbiamo essere in grado di utilizzare e decifrare ogni tipo di codice e di modalità comunicativa, anche quella che sembrerebbe ormai obsoleta, alzare un sasso da per terra e prenderlo in mano per ridargli vita.

Ritta in piedi in mezzo al rettangolo che delimita lo spazio scenico della piccola aula, sola con il suo cappottone e la sua camicia bianca, le tasche piene di sassi, Patrizia Romeo svetta sicura di sé con il suo messaggio importante da consegnare. Tanti piccoli occhi, tutto intorno a lei, la seguono attenti. La sua azione è forte, una risposta attiva in questo processo di sgretolamento della cultura, tra minacce di chiusura dei luoghi del teatro, cambi di direzione e di rotta.

L’occasione di questo spettacolo permette di interrogarci sulle condizioni comunicative che siamo in grado di costruire attraverso il nostro lavoro, trasmettendo i valori, i progetti, le identità, della nostra comunità di riferimento, riflettere sulla qualità e l’importanza del nostro teatro, quello che non si sottrae alle sfide e alle minacce delle pubbliche istituzioni, che ancora non se ne curano e sempre più lo maltrattano; quello che si sporca le mani andando nelle piccole aule polverose delle scuole, davanti a tanti futuri cittadini e cittadine, quello che si guadagna giorno per giorno la propria sopravvivenza continuando a produrre allegramente momenti di condivisione. E come scegliere, tra l’infinità delle storie che sono disponibili nel repertorio drammaturgico, quelle che meglio possono placare la sete di domande dei nostri bambini e delle nostre bambine, sete che cresce in modo inesauribile perché sempre più spesso rimane inascoltata? Chi si occupa di parlare ai bambini, di interrogarli sulla costruzione del loro futuro?

Parole e Sassi nasce dal lavoro di venti donne di teatro, diciannove attrici con la direzione artistica della regista Letizia Quintavalla, che nel 2011 hanno deciso di mettersi insieme, costituendo il Collettivo Progetto Antigone, per raccontare la tragedia di Antigone alle bambine e ai bambini di tutta Italia. Ora diciannove attrici, ognuna nella propria regione (i prossimi appuntamenti sono quelli di Simona Malato all’Educandato Statale Maria Adelaide di Palermo, il 20, 22 e 28 aprile), solo con un piccolo patrimonio di sassi, la raccontano alle nuove generazioni, che a loro volta la racconteranno ad altri.

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Una Risposta a Antigone, parole e sassi

  1. Maria Pantaleo scrive:

    Quello che spinge a raccontare , una volta dopo l’altra, e’ la certezza di suscitare emozioni in coloro che vi ascoltano che vi tornano indietro e vi coinvolgono in un circolo infinito. Non smettete mai di raccontare.

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