trudeauGiorgio Mascitelli

Qualche settimana fa Il primo ministro canadese Justin Trudeau ha diffuso tramite twitter una fotografia che lo ritrae mentre sta eseguendo una posizione yoga particolarmente impegnativa. Tale immagine, come si dice oggi, ha fatto il giro del mondo e ha suscitato favore tra alcuni commentatori che vi hanno colto un’implicita risposta a quelle altrettanto note che colgono il presidente Putin in attività e in fogge decisamente machiste: da quella in cui il leader cavalca a dorso nudo per passare a varie scene di caccia e finire con quelle che lo ritraggono in costume da karate con tanto di cintura nera. Insomma il presidente russo sembra lavorare su un immaginario che, per un italiano, richiama inevitabilmente quello mussoliniano al quale, per mezzo dello yoga, Trudeau contrapporrebbe una fisicità meno aggressiva, più democratica e liberal, ma altrettanto performativa.

Conosco troppo poco l’uomo politico canadese per sapere se l’intento del suo tweet fosse quello che gli è stato attribuito e non una generica volontà promozionale, ma nel caso lo fosse stato, mi sento di affermare che non ha raggiunto il suo obiettivo. Nella fotografia infatti Trudeau esegue la cosiddetta posizione del pavone, ossia solleva il suo corpo con la sola forza delle braccia, un esercizio non certo alla portata di tutti, reso ancor più scomodo dal fatto che il premier sia vestito in maniera ufficiale, sia pure in maniche di camicia. Infatti tutta l’ambientazione della fotografia è in un ufficio o in una sala riunioni: la posizione è raggiunta appoggiandosi su una scrivania o un tavolo da lavoro tra gli sguardi sorridenti di alcuni suoi collaboratori in camicia e cravatta, anche se visibilmente meno in forma del leader canadese.

L’immagine, che ricorda vagamente alcuna passaggi di breakdance, comunica un senso di superiore dinamicità fisica che si traduce automaticamente in una maggiore efficienza lavorativa e in una performance di alto livello. In questo senso la proposizione di un esercizio particolarmente difficile, anche se all’interno di una disciplina come lo yoga volta alla ricerca del benessere e non della prestazione, in un contesto lavorativo presenta un contenuto analogo da un punto di vista ideologico al superomismo putiniano, ossia ribadire l’esemplarità e la superiorità del capo, con la sottolineatura, come messaggio supplementare, della coincidenza tra benessere individuale ed efficienza lavorativa .

Naturalmente le due tipologie di immagine non sono uguali. Questa forma di comunicazione, al di sopra un certo livello socioculturale degli spettatori, è più efficace di quella putiniana, che è fondamentalmente arcaica in quanto Putin, quando si fa fotografare in tenuta da caccia, ricorre a un’iconografia già ampiamente attestata in epoca romana.

Le possibilità di un’interpretazione progressista dell’immagine di Trudeau sono legate al valore che occupa lo yoga nel nostro sistema simbolico, inteso come una pratica non competitiva ma salutare, al sorriso del premier nell’eseguire l’esercizio, quindi privo di ogni espressione arcigna e aggressiva, e all’idea che un luogo di lavoro o addirittura di potere in cui si pratica lo yoga non è un posto tradizionale, ma all’avanguardia e privo delle storture e dei difetti abituali di questo genere di posti. Infondo sono gli stessi ingredienti ideologici dell’autorappresentazione che il capitalismo della Silicon Valley ha offerto di sé. Eppure sono proprio questi aspetti quelli più facilmente demistificabili: se si osserva su youtube la posizione del pavone, nessuno nell’eseguirla sorride per l’evidente sforzo fisico e peraltro l’esercizio viene compiuto in abiti e luoghi più consoni. Insomma, se dall’immagine togliamo la sua copertina postmoderna e quasi new age, resta la solita celebrazione della superiorità rispetto ai comuni mortali e della perenne giovinezza del capo.

Si può apprezzare di più la natura ideologica e celebrativa del tweet del primo ministro canadese, se la confrontiamo con l’iconografia classica delle immagini novecentesche dei leader democratici: si tratta di solito di immagini alla scrivania o, in qualche versione più paternalistica, vicino al caminetto che hanno lo scopo di comunicare serietà nel lavoro e dedizione. Perfino la classica fotografia di Churchill con cilindro e sigaro, nella sua ironica rievocazione dell’iconografia comunista del capitalista, punta essenzialmente a comunicare affidabilità. Insomma si tratta di comportamenti e valori morali praticabili da chiunque: piaccia o meno è questa la tradizione democratica delle immagini di uomini di stato.

Trudeau si pone di fatto su una linea superomistica in perfetta armonia con la cultura politica contemporanea o, se si preferisce, con lo spettacolo della politica contemporanea, nella quale, come si sa, contano gli uomini e non i vecchi schieramenti ideologici. Non che l’operato politico di Trudeau sia in alcun modo paragonabile a quello di Putin, ma è il principio pubblicitario che informa la sua immagine che lo porta oggettivamente su quel terreno. Le decisioni politiche sono ormai tracciate da una scienza esatta quale l’economia e si tratta di scegliere soltanto colui che abbia le migliori qualità per eseguirle. D’altronde se la qualità dell’uomo è la misura di ogni leadership, sarà giocoforza rappresentare l’individuo prescelto con caratteri eccezionali e poco importa se ciò viene fatto sulla base di un’ideologia razionalisticheggiante di piena performatività desunta dal mondo aziendale o di quella più antica dell’unione del capo con il corpo mistico della nazione.

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