AUTHOR_Roberto_BolanoRaffaella Battaglini

«Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire. Ero in pace con me stesso. Muto e in pace. Ma all’improvviso le cose sono emerse. [...] I miei silenzi sono immacolati. Che sia chiaro. Ma soprattutto che sia chiaro a Dio...». In questo suo ultimo romanzo pubblicato in vita ora ristampato da Adelphi, un monologo-fiume di centoventi pagine, in cui non c’è nemmeno un a capo e i periodi sono quasi sempre lunghissimi, come se fosse narrato tutto d’un fiato – l’ultimo, dato che si tratta di un morente – Bolaño assume il punto di vista di un personaggio ambiguo e miserabile, un sacerdote cileno membro dell’Opus Dei che è stato il più autorevole critico letterario del suo tempo, cioè gli anni della dittatura di Pinochet. Questa struttura narrativa monologante era già stata utilizzata da Bolaño in un altro romanzo breve, Amuleto: nel caso di Notturno cileno però, scritto al ritorno da una visita nel paese d’origine, è evidente che la narrazione è dettata da uno stato di indignazione estrema, anzi di vera e propria furia, tanto è vero che lo stesso Bolaño compare fin dalle prime righe nelle vesti del «giovane invecchiato», fantasma che perseguita il moribondo nel suo delirio gridandogli insulti («Ora il giovane invecchiato mi osserva dall’angolo di una strada gialla e grida contro di me. Sento qualche parola. Dice che sono dell’Opus Dei. Non l’ho mai nascosto, gli dico...») e che alla fine si trasforma nel suo doppio – o forse nella sua coscienza. Del resto molte cose sono doppie in questo libro, a cominciare dall’identità del protagonista, Sebastiàn Urrutia-Lacroix, che è al tempo stesso critico e poeta, e firma le sue recensioni con lo pseudonimo di H. Ibacache (dietro il personaggio si nasconde una figura reale, il critico Ignacio Valente, che fu effettivamente sacerdote dell’Opus Dei, nonché unica voce letteraria influente durante la dittatura militare).

L’iniziazione del protagonista avviene nel corso di un weekend nella tenuta di Farewell, nom de plume del più potente critico cileno degli anni Cinquanta, colui che diventerà il suo maestro: nella rete dei riferimenti intertestuali – Farewell è infatti il titolo di una famosa poesia di Neruda – per l’appunto lo stesso Neruda entra in scena in qualità di ospite. La figura di Neruda nel testo è ambivalente: in questa apparizione prima dell’esilio, è il grande poeta ufficiale coperto di onori e compromesso col potere, habitué del principe della critica letteraria cilena, che in seguito diventerà un sostenitore della dittatura; dopo il golpe, assistiamo alla scena del suo funerale («Una sera venni a sapere che Neruda era morto. Telefonai a Farewell. È morto Pablo, gli dissi. Di cancro, di cancro, disse Farewell. Sì, di cancro, dissi io. Andiamo al funerale?...[...] Avrei scritto un discorso bellissimo per Pablo, disse Farewell, e si mise a piangere. Dobbiamo essere in un sogno, pensai»).

È proprio nella tenuta di Farewell, dopo la cena con Neruda, che per la prima volta viene evocato il nome di Sordello. Il personaggio di Sordello, che in Bolaño è filtrato, oltreché da Dante, anche da Pound – e infatti il «Sordello? Quale Sordello?». che attraversa come un leit-motif musicale l’intero testo, richiama quasi letteralmente il «But Sordello? And my Sordello?» di Pound nel Canto II –, funziona qui dunque come emblema, una figura araldica portatrice del tema, che con tutta evidenza è la denuncia della complicità della letteratura con l’orrore latinoamericano («quale Sordello? [...] il Sordello che non ebbe paura, non ebbe paura, non ebbe paura»).

Come un’ammonizione inascoltata, Sordello appare in tutti i passaggi in cui il protagonista dimostra la propria codardia e acquiescenza al potere. E sono tanti, dal surreale viaggio in Europa per svolgere un’indagine sullo stato di conservazione delle chiese fino al grottesco incarico affidatogli da Pinochet dopo il golpe: insegnare i primi rudimenti del marxismo ai membri della giunta militare, «perché comprendano i nemici del Cile». Infine, la partecipazione alle serate di Maria Canales, che per tutto il periodo della dittatura organizza nella sua villa ricevimenti per artisti e letterati mentre nei sotterranei, più o meno all’insaputa di tutti, vengono torturati gli oppositori del regime.

Sfilano sotto i nostri occhi tutti i grandi spettri cileni, dal presidente Allende suicida nel palazzo della Moneda al suo doppio omicida, il generale Pinochet. Sarebbe interessante analizzare questo testo in parallelo ai film di Pablo Larrain, in particolare Post mortem, ambientato proprio nei giorni del golpe ma visto dalla prospettiva di un assistente dell’obitorio: nel cui finale si assiste all’autopsia di un cadavere sconosciuto che si rivela quello di Salvador Allende. Anche in questo romanzo Bolaño procede a un’autopsia, quella del suo paese martoriato, e lo fa con tutto il furore dei suoi molti anni di esilio. In un’intervista così ha definito Notturno cileno: «un tentativo fallito di amnesia dove tutti siamo uguali, le ombre innocenti e i bruti malevoli, i personaggi reali e quelli inventati, cioè dove tutti siamo vittime, solo in una forma indolore. [Il libro] tratta anche dell’effetto del tempo sulle storie, del lento progresso dell’oblio, che è una delle forme dell’occultamento...».

Metafora fin troppo chiara della notte cilena, la casa di Maria Canales coi suoi sotterranei torna spesso a turbare i sonni di Sebastiàn («così si fa la letteratura in Cile», questa è la battuta finale di Maria Canales), al quale nelle ultime ore appare nuovamente il volto del giovane invecchiato: «sono io il giovane invecchiato? È questo il vero terrore, essere io il giovane invecchiato che grida senza che nessuno lo ascolti?»

Roberto Bolaño

Notturno cileno

traduzione di Ilide Carmignani

Adelphi 2016, 123 pp., € 15

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!