AY-277-aLetizia Paolozzi

La prima vicenda riguarda un distretto di Amsterdam, Nieuw West, dove pare che una solerte dirigente del personale, nella smania di compiacere la comunità islamica locale, abbia spedito una mail alle impiegate allo sportello perché non indossassero gonne o vestiti che «arrivino sopra il ginocchio». Quanto agli stivali, «sono inappropriati durante il lavoro al banco». Tranquilli – hanno assicurato i dirigenti del distretto – non abbiamo ansie da «sottomissione» (quella annunciata da Houellebecq). Molto più semplicemente lavoratori e lavoratrici sono «tenuti a vestire in modo rappresentativo e professionale». Frase che, nella sua ambiguità, mi ha ricordato gli incerti confini del reato di «traffico di influenze illecite» di cui è stato accusato il riccioluto compagno dell’ex ministra Guidi.

Coprirsi/scoprirsi?

Pierluigi Battista (sul Corriere della Sera) ha difeso a spada tratta la marcia trionfale della minigonna che «non è mai stata (solo) un capitolo della moda, ma un’idea del mondo». Vero. Ma non so se lo sia ancora. La fortunata impudicizia delle gambe nude fino al limite inguinale ha perso brillantezza. Quel pezzo di stoffa assai ridotto non rappresenta più una bandiera da agitare al vento dell’emancipazione. Si capisce: la moda è un prodotto storico e i trenta centimetri di raso, cotone, lana, tweed, denim – che alludevano alla sessualità, desiderio, rottura delle regole, scandalo, sfida, irriverenza, gioco – hanno consumato carica erotica e radicalità. Sono successe tante cose. L’incrinatura delle consuete distanze (che sembravano eterne) tra maschi e femmine; l’omosessualità che cammina a viso scoperto; l’entusiasmo, forse accresciuto dalla fiducia nella parità, per i pantaloni, per l’unisex.

Il «comune senso» della decenza si muove lungo binari distantissimi da quelli di Lucia Mondella che «tra le tante cagioni di tremare, tremava anche per quel pudore che ignora se stesso, somigliante alla paura del fanciullo che trema nelle tenebre, senza saper di che». La vicenda di Amsterdam, comunque, non parla solo di minigonne e stivali. Bensì di uomini e donne e di un’Europa entrati in contatto con culture e comportamenti lontani dai loro, nonostante le pareti di filo spinato erette per fermare «l’invasione». E l’incontro-scontro tra culture diverse ha anche assunto il tragico linguaggio del terrorismo e della guerra.

Mentre, su un altro piano, si snoda un particolare conflitto sul corpo femminile.

A Cortina d’Ampezzo – dove mogli, figlie, sorelle sono state respinte dall’antica istituzione cittadina, la Comunanza delle Regole (nella quale i diritti del capofamiglia si trasmettono per via maschile) – alcune signore, per protesta contro i «regolieri», hanno indossato una sorta di velo giacché «qui siamo ancora nel Medioevo!». Dunque il velo indica l’asservimento femminile e colei che lo porta è praticamente chiusa in una prigione?

Si riapre la tratta Parigi-Teheran dell’Air France. Le hostess aprono un conflitto perché rifiutano di coprirsi il capo in fase di atterraggio. Il sindacato tratta. Risultato: le hostess potranno chiedere di essere spostate su una rotta diversa. Può sembrare una questione di lana caprina (paesi che vai, usanze che trovi), tuttavia è complicato togliere dalla testa delle hostess l’idea che lo hijab non porti con sé l’impronta della soggezione femminile. In effetti viene indossato in luoghi segnati dal maschilismo e dall’omofobia. Sono gli stessi luoghi dove gli uomini credono che il rispetto delle donne consista nel sottrarle agli sguardi. Se girano da sole, di notte, vanno considerate prostitute. A testa scoperta, se frequentano luoghi maschili, sono prede.

Noi invece ci consideriamo donne libere. Da qui discende che del nostro corpo facciamo quello che vogliamo. E la certezza che il nascondimento del corpo femminile equivalga a umiliarlo, a metterlo al rogo. Con tante nudità in giro (la moda riesce pure a desessualizzare la donna nel momento in cui la spoglia), c’è però chi trova più interessante un corpo femminile coperto. Come accade a chi, tra adulterio e fedeltà, sceglie la seconda posizione, perché meno convenzionale.

Intanto è esplosa una nuova polemica, innescata dall’abbigliamento islamico. Diversi marchi dell’abbigliamento (Marks&Spencer, la collezione Abaya di Dolce&Gabbana, Uniqlo, presto si unirà H&M) hanno tirato fuori la moda «pudica», che protegge il corpo dalla testa ai piedi. Laurence Rossignol, ministro francese responsabile dei Diritti delle donne, parlando di questa moda e delle musulmane che indossano il velo, ha commentato: «C’erano pure dei negri americani a favore dello schiavismo». Quindi si è scusata. Sostenuta però dalle associazioni femministe contro «la banalizzazione del velo islamico». Evidentemente le associazioni escludono che possa esserci una (o tante) donne che il velo decidono di indossarlo. In modo libero.

Ha scritto Le Monde che il mercato mondiale della moda islamica, valutato in 230 miliardi di dollari (202 miliardi di euro) nel 2014, potrebbe toccare i 320 miliardi nel 2020. Le mogli e parenti varie di Salman bin Abdelaziz al Saud, re dell’Arabia Saudita, quando si precipitano nei negozi di via Montenapoleone, dovendo mostrare «la loro bellezza solo ai loro mariti», immagino che non si contentino di una svelta minigonna.

Insomma, per acquietare gli scontri simbolici sul valore del corpo femminile (nudo o coperto), l’unica soluzione sarebbe quella di appellarsi a quel giudice spietato che è il mercato?

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