bergerMarina Beer

Chi, senza aver letto altro di John Berger (classe 1926, scrittore inglese e europeo, eclettico e irregolare praticante di molte arti e discipline e politiche del Novecento: vedi il numero 32 di Riga a lui dedicato e curato da Maria Nadotti, la sua voce italiana), si aspettasse da questa raccolta di brevi saggi, racconti e poesie un insieme di proposte o ricette comunque «disciplinate», riguardo alla condizione degli animali in rapporto all’uomo, sarebbe completamente fuori strada. Benché la sua lettura dovrebbe essere obbligatoria per chiunque abbia a cuore la vita animale (e quindi anche la vita umana), questo non è un libro per lettori animalisti, né per vegetariani o vegani. Non parla di diritti degli animali, e non è neppure un libro per lettori naturalisti, etologi, zoologi, comportamentalisti, antropologi, neodarwinisti o appassionati di neuroscienze. Ed è ancora meno un libro esauriente per chi aspiri a definire il problema degli animali e dell’anima degli animali nella storia della filosofia o nel dibattito teologico o bioetico. Della storia degli animali non parla dettagliatamente (la linea di sviluppo di questa Storia è oggi sufficientemente chiara) anche se dell’antropomorfismo filosofico e culturale fa il centro della sua riflessione. Gli anni Sessanta e Settanta – l’epoca d’oro di Berger, dalla quale provengono alcuni dei testi qui riuniti da Maria Nadotti – furono anni di libri-denuncia della distruzione della vita animale sul pianeta, delle campagne di opinione e dei movimenti contro gli Zoo pubblici, contro gli allevamenti industriali e per i diritti degli animali. Nemmeno questi libri sono il suo.

Intanto (come già altri di Berger) la raccolta è un montaggio (a volte un riuso) di saggi e di storie. Storie minime, come da Esopo in poi sono le storie di animali, e narrate al rallentatore: tanto per non farci dimenticare, in epoca di «narrazioni» usa e getta e di retorica plastificata, che lo storytelling non è in prima battuta «comunicazione», ma piuttosto un artigianato modesto, minuzioso, che si inoltra con lentezza nel tempo dell’enunciazione. Perché narrare una storia, come anche ascoltarla o leggerla, è una forma di conoscenza che ferma il tempo. È legata all’attenzione e alla distrazione, all’esperienza e al corpo, così come (per Berger) lo è il disegno. Nella buona retorica i racconti funzionano come esempi, e però (trucco del mestiere del narratore postmoderno, che qui replica il narratore orale) sanno anche adattarsi di volta in volta a situazioni differenti, offrendosi ogni volta a interpretazioni nuove e sfalsate, che generano storie diverse.

Il tema di questa raccolta dedicata al rapporto tra uomo e mondo animale è sintetizzato nella domanda del saggio (del 1977) che le dà il titolo, Perché guardiamo gli animali? Ma tutto il libro, composto tra il 1974 e il 2001, nasce da un’altra domanda, una domanda marxista, cioè un’interrogazione che parte materialmente dal processo per definire il risultato: come guardare (e cioè – al modo tipico di Berger) come pensare gli animali oggi, nel mondo del capitalismo multinazionale, e perché farlo? Berger risponde che il nostro sguardo filosofico, ma soprattutto il nostro sguardo fisico sugli animali può mettere in forse l’ordine umano: un ordine apparentemente ancora visibile, ma sempre meno centrale. I suoi racconti ci prendono per mano e cercano di avvicinarci alla percezione di noi stessi. Un percorso simile a quello estetico, e che a suo modo porta felicità.

Gli animali sono le prime vittime della fine della mediazione tra uomo e natura avviata dal capitalismo delle multinazionali nel Novecento, e ora consumatasi con la completa marginalizzazione degli animali rispetto al mondo umano: fisicamente sono trattati come materia prima proteica, e ridotti a «isolate unità di produzione e consumo», culturalmente sono stati «cooptati nella famiglia o nello spettacolo» e risucchiati loro malgrado nella «maggioranza silenziosa». Invece, come intermediari tra l’uomo e le sue origini, gli animali hanno avuto per millenni con l’uomo un rapporto duale: «soggiogati e venerati, nutriti e sacrificati». Da sempre, prima che l’espulsione degli animali si compisse, essi sono stati insieme all’uomo al centro del suo universo: lo nutrivano, lavoravano per lui, lo trasportavano, lo vestivano, e partecipavano alla sua vita spirituale attraverso la religione, la magia, le leggende, l’arte, i proverbi, la lingua, l’astronomia. Diversi da lui, ma simili. In più gli animali, nel loro silenzio, hanno sempre donato, e ancora donano all’uomo «una compagnia diversa da quella che può essergli offerta da un altro essere umano [...] una compagnia offerta alla solitudine dell’uomo come specie». Da questa compagnia, come dal rapporto uomo-animale, sono sempre stati ineliminabili il presentimento e l’accettazione dell’uccisione dell’animale, che è ciò che ha sempre reso «duale» il rapporto: «il rifiuto di questo dualismo è probabilmente uno dei fattori che hanno aperto la strada al moderno totalitarismo». L’unica classe sociale che sappia vivere questo dualismo è quella dei piccoli e medi contadini, tra i quali da più di trent’anni Berger ha appunto scelto di abitare. Una classe a sua volta marginalizzata e condannata dallo sviluppo globale.

Berger sa che nessun racconto di animali è immune dal proprio antropomorfismo originario. Gli animali non possono raccontare (lo sapeva bene Ovidio: l’uomo trasformato in animale ammutolisce, pur continuando a pensare): sono invece destinati a diventare per noi metafore, o simboli. Ma oggi essi sono simboli diversi, simboli incerti – come incerti siamo noi, i loro destinatari. Questo si svela molto bene nel racconto «à tiroirs» Una storiella per Esopo, che Berger conclude così: «Una storiella per Esopo. Potete farne quel che volete. Fino a che punto sono in grado di capire, i cani? La storia diventa una storia perché non ne siamo del tutto sicuri, perché in un modo o nell’altro rimaniamo scettici. L’esperienza che la vita ha di se stessa (e cos’altro sono le storie se non questo?) è sempre scettica».

Gli animali non narrano storie, anche quando li guardiamo. Ci insegnano l’esperienza, che non è un racconto. Le storie dobbiamo essere sempre noi a raccontarle, davanti al limite estremo della vita e al suo al di là: lo stesso, per uomini ed animali.

John Berger

Perché guardiamo gli animali? Dodici inviti a riscoprire l’uomo attraverso le altre specie viventi

a cura di Maria Nadotti

il Saggiatore, 2016, 139 pp., € 16,00

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2 Risposte a John Berger, come si guarda un animale

  1. sante Polica scrive:

    Recensione esaltante, entusiasmante!

  2. Cri scrive:

    Bellissimo libro, appassionante recensione!

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