comoedia-1910-06-17-630Gian Maria Annovi

Per Italo Calvino Venezia è un esempio di città anti-euclidea, dove la distanza tra due punti non è mai una linea retta, ma il risultato di un tortuoso peregrinare, fisico e mentale. Attraversare Venezia significa abbandonarsi a un errare fatto d’impreviste apparizioni, spaesamenti, e ritorni in uno spazio fluido, segmentato dall’acqua e al contempo tenuto insieme da un’infinità di ponti. Come i suoi celebri vetri, Venezia è insomma un corpo trasparente, che sotto i marmorei tatuaggi pastello della sua storia mostra un complesso sistema vascolare, ma anche le cicatrici, i trapianti e le suture che nei secoli le hanno impedito di sciogliersi o sprofondare nell’acqua della laguna come la grande testa di donna nella scena iniziale del Casanova di Fellini.

In Killing the Moonlight. Modernism in Venice, da poco ristampato in edizione economica da Columbia University Press, Jennifer Scappettone sembra riprodurre nella scrittura la geografia fluida della città al centro del suo studio. La studiosa offre al lettore un erudito diario di viaggio che documenta, tra deviazioni spazio-temporali, ritorni e improvvisi sprofondamenti nel presente, le istanze il cui il mito romantico di Venezia si è scontrato e incontrato con la modernità. Professore di letteratura inglese e scrittura creativa all’Università di Chicago, ma anche italianista in pectore e raffinata studiosa e traduttrice dell’opera di Amelia Rosselli, in questo studio Scappettone mostra con un approccio comparativo e interdisciplinare come Venezia non sia necessariamente un altro mostruoso del moderno, uno spazio antitetico alla vita contemporanea in cui trovare un nostalgico rifugio o la morte, ma un laboratorio usato da numerosi artisti e scrittori per far emergere le contraddizioni, i pericoli e i fallimenti stessi dell’ethos e dell’utopismo modernista.

Il titolo Killing the Moonlight evoca ovviamente l’uccisione di quel chiaro di luna, simbolo dell’estetica romantica e decadente che, secondo Filippo Tommaso Marinetti, più di ogni cosa oscurava – paradossalmente – la visione di una Venezia moderna e futurista. Nel suo manifesto del 1910, Contro Venezia passatista, FTM proponeva di ridare vita alla città attraverso la distruzione delle tracce del suo passato per fare posto a una Venezia tecnologica e industriale. Tra l’estremo della sua distruzione e la nostalgia per il suo passato, si colloca quello che Scappettone chiama l’anacronismo essenziale di questa città. Secondo la studiosa, infatti, il progetto di una modernità di e un modernismo a Venezia appare a prima vista paradossale perché la città resiste alla nozione stessa di presente, quel presente coerente e integro, totalmente disancorato dal passato, al centro della problematica definizione di modernità proposta da Jürgen Habermas. L’idea di Scappettone è che proprio l’incredibile stratificazione storico-culturale che caratterizza Venezia abbia forzato gli autori che hanno descritto il suo rapporto con la modernità a procedere sempre per via digressiva e anacronistica. La sua insularità, che mette in crisi il concetto di centro e dunque il modello Hausmanniano di città moderna, ma soprattutto la conformazione fisica della laguna, sottoposta alle leggi del tempo e degli elementi, fanno di Venezia un proteiforme luogo di straniamento, che resiste a ogni sintesi.

Allo stesso modo, anche Killing the Moonlight sfugge alla linearità dell’argomentazione, conducendo il lettore per un fitto e ossessivo sdipanarsi di calli, portici e sottoportici testuali ad approdi riflessivi inaspettati. I capitoli principali del volume appaiono allora come sfrangiate isole maggiori, comunicanti tra loro tramite un brulicante arcipelago d’isolotti che sembra crescere di numero man mano che si procede in una lettura tanto complessa quanto affascinante.

Il primo capitolo è dedicato allo storico dell’arte inglese John Ruskin, che – tra il 1851 e il 1853 – pubblica in tre volumi la raccolta di saggi Le pietre di Venezia, dedicata all’arte e all’architettura veneziana. Scappettone propone di considerare l’eclettismo della scrittura di Ruskin come un risultato del suo incontro con la Venezia di metà Ottocento, che alla luce del presente gli era apparsa un mero cumulo di rovine, lontana dall’immaginario romantico. Il confronto con il passato architettonico della città, visibile nelle sue secolari interpolazioni stilistiche, deve così inglobare necessariamente anche la descrizione di una modernità fatta di vaporetti rumorosi, ponti ferroviari e un decrepito presente. Venezia può dunque offrire al viaggiatore inglese solo un modello di racconto storico non lineare, fatto di narrazioni conflittuali, quanto gli stili e le epoche dei suoi palazzi, che Ruskin ha tentato meticolosamente di ordinare, riproducendo nei suoi scritti una temporalità nuova, inquietante e inquieta.

Agli occhi dell’americano Henry James, autodefinitosi «turista sentimentale» della città al centro della sua raccolta di saggi del 1909, Ore italiane, ma anche della novella Il carteggio Aspern, Venezia costituisce invece un fondale privilegiato per il suo realismo straniante. Se James condivide con Ruskin la consapevolezza che è necessario sollevare il velo romantico che ha coperto la città, sotto non vi trova più nulla da scoprire o da descrivere. Il suo sguardo, come quello del pittore James A. N. Whistler e del fotografo Alfred Stieglitz, è dunque costretto a una prospettiva obliqua e marginale, che fugge ai modelli rappresentativi tramite cui la città è stata a lungo raccontata. «In nessun altro luogo – racconta lo scrittore inglese al padre – il presente è così alieno, così discontinuo». È questo presente discontinuo che per Scappettone rappresenta l’originale modernità di Venezia. È un presente simile a quello presente anche nell’opera policentrica di Ezra Pound, che per la studiosa vede in Venezia l’incarnazione della sua caleidoscopica e folle traduzione della storia negli sparsi frammenti dei Cantos. Venezia rappresenta indubbiamente per Pound un formidabile archivio di personaggi e voci da rianimare poeticamente, con un atteggiamento titanico che si oppone alla nostalgia dannunziana, alla distruzione del passato futurista, ma anche alla rivisitazione fascista della romanità. Come Ruskin e James, Pound definisce la sua idea di modernità non solo ma anche attraverso Venezia.

Da questo punto di vista, Marinetti presenta un caso molto più complesso e affascinante, perché la sua idea di modernità, almeno agli esordi del movimento, è anche un attacco contro Venezia, in un progetto di cicatrizzazione totale di quella che appariva ai futuristi come una purulenta ferita passatista. Nel capitolo dedicato a Marinetti, forse il più avvincente del volume, Scappettone ricorda come proprio il Fascismo abbia in parte perseguito il progetto di modernizzazione della città lagunare, non tanto – o forse non solo – sotto la sollecitazione futurista, ma anche spinto dal sogno dannunziano di ridare a Venezia una pozione egemonica all’interno del Mediterraneo, per attuare un progetto militare di espansione irredentista e colonialista. Al centro di questo capitolo non c’è però solo il manifesto contro Venezia del 1910, ma anche un testo di Marinetti rimasto inedito fino a 2013. Si tratta dell’aeroromanzo o aeropoema Venezianella e Studentaccio (uscito per Mondadori e curato da Patrizio Ceccagnoli e Paolo Valesio). Marinetti l’aveva dettato alla moglie e alle figlie tra il 1943 e il 1944, nella sua residenza sul Canal Grande (sottratta dal regime a una famiglia ebraica), quando la sua vita e quella della Repubblica di Salò erano ormai agli sgoccioli. Nonostante si fatichi a definirlo un capolavoro, anche per via della sua trama sfilacciata, Venezianella e Studentaccio risulta particolarmente interessante perché presenta il progetto di una Venezia moderna assai lontano da quello esposto nel manifesto del 1910. Attraverso le vicende della crocerossina Venezianella e del volontario in licenza Studentaccio, Marinetti immagina infatti la costruzione, sulla Riva degli Schiavoni, di una nuova Venezia futurista in forma di un colosso di vetro soffiato, baroccamente decorato. Per Scappettone la proposta di questo pastiche anacronistico complica l’idea marinettiana di futuro e sembra problematizzare i suoi rapporti con la tradizione – quella dei maestri vetrai, ad esempio, al centro anche del Fuoco dannunziano – e più in generale con il simbolismo europeo, che riemerge straniato nel testo. Questa nuova Venezia non rappresenta infatti la cancellazione degli innumerevoli stili e della storia che caratterizzano la città, ma piuttosto una sua vorace, anacronistica incorporazione. Assai problematico è però sostenere che la metropoli di vetro di Marinetti, una totalità che è al contempo fragile e implosiva, sia volatile quanto la prospettiva di combinare insieme il futurismo e i valori del regime fascista. Su tale volatilità e sul valore del futurismo anacronistico e sincretistico proposto dall’ultimo Marinetti in relazione all’ideologia fascista bisognerebbe riflettere ulteriormente, soprattutto alla luce della totale rimozione del presente tragico di una città sotto occupazione nazista.

Nell’ultima parte del volume, dedicata al dopoguerra, Scappettone presenta l’immagine di Venezia come nucleo di una critica teorica e pratica al modernismo centrata sul dibattito architettonico. La resistenza strutturale di Venezia a ogni progetto utopico razionalista e centralizzante ne fa, infatti, uno spazio ideale per ripensare l’idea stessa di città. Policentrica e aperta ai flussi culturali, sottoposta alla furia dei cambiamenti climatici, liquida e modulare, Venezia ha rappresentato per molti architetti e autori un modello per la critica del postmodernismo e il materiale tramite cui ridefinire processi di creazione urbana e testuale. Scappettone ricompone la ricca storia culturale della Venezia nel secondo Novecento, mettendo insieme Calvino e Mumford, Debord e l’Eco di Opera aperta, l’analisi delle finte venezie di Las Vegas e Macao, ma anche i progetti architettonici mai realizzati di Le Courbusier e Louis Kahn, che mostrano la tensione verso il futuro e insieme il sottrarsi di Venezia a un progetto di modernità insensibile alla sua storia e al suo contesto ambientale. Da questo punto di vista, come scrive Agamben, Venezia è allora veramente l’emblema della modernità, ma non di un tempo nuovo, bensì di un tempo «novissimo, cioè ultimo e larvale». Un tempo che parla del futuro attraverso un dialetto, cioè una lingua vitale e spettrale al contempo, come nei testi scritti da Andrea Zanzotto per il già citato Casanova di Fellini, in cui il poeta veneto reinventa, da una posizione assolutamente moderna, il mito di una città che non potrà mai emergere del tutto dal fondo del suo passato.

Jennifer Scappettone

Killing the Moonlight. Modernism in Venice

Columbia University Press, 2014, 440 pp., $ 60

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