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Dell’arte contemporanea Lucio Amelio (Napoli, 13 settembre 1931-Roma, 2 luglio 1994) è figura regia, volto poliedrico di un pensiero intellettuale e di un istinto imprenditoriale, di un’avventura speciale legata a Napoli e alla sua storia culturale. A questo personaggio eclettico definito da Bonito Oliva un totoista della conoscenza, il Museo Madre, alla mostra andata in scena dalla fine del 2014 alla primavera dell’anno scorso (Lucio Amelio. Dalla Modern Art Agency alla genesi di Terrae Motus 1965-1982), dedica oggi un volume che racconta mediante immagini, testi di approfondimento, una generosa sezione di testimonianze critiche e una preziosa antologia delle mostre organizzate dal 1965 al 1982 e dal 1982 (il 20 novembre di quest’anno costituisce, con le sorelle, la Fondazione Amelio) al 1994, la cronistoria felice dell’uomo, del battitore libero la cui libertà lo porta ad attraversare i vari sentieri dell’arte come animatore culturale, come gallerista esemplare, come attore – nel 1975 è sul set di Pasqualino Settebellezze, nel 1978 in quello del Fatto di sangue fra due uomini per causa di una vedova. Si sospettano movimenti politici e nel 1989 indossa i panni di Re Ferdinando IV di Borbone – e come cantante che incide, nel 1990, un 33giri di canzoni anni Cinquanta intitolato Ma l’amore no («Inizialmente non ero fiducioso nei confronti di un gallerista che voleva cantare. Pensavamo tutti che sarebbe stato un lavoro molto lungo, ma ci contraddisse subito. Appena arrivato in sala di registrazione provò una sensazione evidente di disagio dovendosi confrontare con il microfono e la cuffia. Dopo meno di un’ora sbalordì tutti. Era un professionista nato con un’intonazione incredibile» ricorda Lino Vairetti, voce del gruppo musicale Osanna e produttore con Giorgio Verdelli dell’album).

Compagno di strada dell’arte e della critica a lei dedicata – accanto a lui ruotano, tra gli altri, i nomi di Filiberto Menna, Achille Bonito Oliva e Angelo Trimarco – Amelio è uno spregiudicato, bizzarro, trasgressivo e dinamico sognatore che ha trasformato Napoli in una delle capitali dell’arte contemporanea. «Nel ’65 prendo un appartamento al Parco Margherita», suggerisce in un’intervista del 1986 rilasciata a Francesca Pasini: «in cucina mangio, vivo e dormo, le altre due stanze le dedico all’arte. Lì cominciai con un berlinese, Heiner Dilly. Faceva una Scripturelle Malerei (scrittura murale), come degli appunti di viaggio. Vendo due quadri, uno a Marcello Rumma e uno a Filiberto Menna. Poi un altro berlinese, poi uno jugoslavo, poi Napoli mi scoprì». A questa storia, nata appunto il 18 ottobre del ’65 con la Modern Art Agency di Parco Margherita e seguita dal trasferimento della galleria a Palazzo Partanna (Piazza dei Martiri, 58), fa da preambolo un racconto giovanile che vede Amelio nel direttivo dell’associazione universitaria Corda Frates (1951), nel ventaglio degli iscritti al PCI, nell’ambiente dell’Associazione culturale nuova di Gerardo Marotta (1953) e in una serie di viaggi a Berlino – dove si trasferisce e ricuce i rapporti con il pittore berlinese Gunter Wirth, conosciuto ai tempi della Corda Frates (è anche il periodo in cui «frequenta il circolo letterario della scrittrice Anna Segers e l’ambiente che ruota intorno al Berliner Ensemble»).

Nel ’59, dopo la scomparsa del padre, fa ritorno a Napoli: ma già nel ’60 è a Stoccarda come rappresentante di una ditta di prodotti chimici e nel ’63 nuovamente a Berlino dove, con l’amico With (che aveva aperto da poco una galleria votata alle nuove leve dell’arte), organizza un progetto espositivo con alcuni artisti napoletani e, nel ’64 a Napoli, una mostra di artisti tedeschi. Accanto a una vasta attività che lo vede affianco ai maggiori attori del secondo Novecento costruire, a Napoli, un discorso sul progetto moderno dell’arte: quello di modificare, attraverso le spinte telluriche dell’arte, la piattaforma stessa della vita, il sodalizio tra il pubblico e il privato avviato con Mario Merz a Villa Pignatelli e poi con Burri al Museo di Capodimonte, dove sfilano negli anni grandi nomi dell’arte – come non ricordare almeno le grandi mostre di Warhol (Vesuvius by Warhol) e Beuys (Palazzo Regale) – disegna non solo il sodalizio del gallerista con le grandi istituzioni pubbliche (con Raffaello Causa e poi con il suo successore, il nuovo sovrintendente Nicola Spinosa), ma anche con una città irrequieta che registra i fenomeni e i fermenti culturali del momento: «nel 1976 Raffaello Causa, Soprintendente della Campania, mi affidò l’incarico di organizzare delle mostre di grande respiro a Villa Pignatelli. Cominciai con una mostra ormai storica di Mario Merz... fu uno shock enorme e ci furono polemiche furiose, ma Causa ebbe l’audacia di sostenere l’esperimento e continuai per altri due anni... quando venne la volta di Alberto Burri. Burri non volle Villa Pignatelli e allora Causa gli offrì un grande salone addirittura nel Museo di Capodimonte», annota Amelio nei suoi Appunti per un’autobiografia.

All’indomani della scossa tellurica del 23 novembre 1980, Terrae Motus (straordinario evento che mobilita artisti come Beuys, Boetti, Boltanski, Cragg, Cucchi, Di Bello, Fabro, Gilbert & George, Haring, Longobardi, Merz, Mapplethorpe, Paladino, Paolini, Pistoletto, Rauschenberg, Richter, Schifano, Schnabel, Tatafiore, Twombly, Warhol, Kiefer, Kounellis e altri) è, assieme alla visione di una collezione permanente e di una fondazione, il sogno innovativo e ideativo di Amelio. Di un ardente pensatore per il quale, come diceva, «l’arte è un’avventura in cui un avventuriero con un certo talento può diventare manager», di uomo il cui desiderio nel taschino è stato quello di trasformare una città nella Napoli ad arte d’oggi.

Lucio Amelio

a cura di Andrea Viliani

Electa, 2016, 240 pp., € 40

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