reduceGiorgio Mascitelli

Tra le numerose sorprese che una società così dinamica come la nostra mi riserva con cadenza mensile, quasi da rata di mutuo, la scoperta di essere un reducetariano può rivelarsi gravida di conseguenze. Il reducetariano è colui che, senza rinunciarvi del tutto, cerca di diminuire il consumo di carne, facendo altresì attenzione alla sua provenienza. Si può comprendere il mio sbalordimento nell’apprendere di avere un’identità così impegnativa quando ritenevo semplicemente di tenere un comportamento che cerca di conciliare (precariamente) i piaceri della gola con le esigenze della salute. Passato il primo momento di sorpresa, in cui mi sono sentito come quel personaggio di Molière che aveva fatto della prosa tutta la vita senza saperlo, mi sono reso conto che potenzialmente la mia vita potrebbe cambiare, se questa categoria prenderà piede.

Se il reducetarianesimo, la cui individuazione e descrizione dobbiamo a Brian Kateman, ricercatore alla Columbia University, riuscirà a farcela – ossia a ottenere pubblicazioni specializzate, linee di prodotti specifici, testimonial di richiamo e, infine, associazioni che ne difendano gli interessi e ne promuovano gli scopi – le mie abitudini culinarie cesseranno di essere banale azioni private tese a difendere il mio benessere e diventeranno espressioni di un’identità complessiva che qualifica la mia esistenza. È evidente, del resto, che se non sono reducetariano io non sono nessuno. Se infatti non c’è un nome e dunque un’identità, che mi qualifichi per alcune mie particolarità, rischio di diventare un membro senza qualità dell’anonima massa di abitanti dei paesi occidentali.

Non che sia una novità. Fin dalla nascita della metropoli capitalistica anonimato, alienazione e anomia trasformano in nessuno l’individuo (lo scrivono ormai anche sui manuali scolastici e lo affermava autorevolmente e implicitamente anche la vecchia réclame del Cynar), ma è la risposta a essere cambiata. Nel nostro passato modernista la possibilità di diventare qualcuno passava tramite una spinta a cambiare le cose o, più esattamente, tramite una politicizzazione della propria condizione di vita. Oggi è una possibilità nominale: io divento qualcuno se trovo un’identità alla quale posso richiamarmi e con la quale posso nominarmi; naturalmente bisogna incontrare il nome giusto. Perciò io non sono nessuno, se non ho nessun nome che mi qualifichi nello spazio comunicativo.

Uno dei tanti problemi della storiografia tradizionale era costituito dal fatto che le fonti tardoantiche e quelle altomedievali talvolta ci tramandano nomi di orde barbariche che dopo una breve apparizione sparivano nel nulla o si confondevano con altre. Questo fatto diventa un problema storiografico particolarmente impegnativo, se si parte dal presupposto che a ogni nome corrisponda una popolazione etnicamente definibile. Se invece si parte dal presupposto che ogni orda sia una costellazione instabile di piccoli gruppi, di clan e anche di singoli sbandati che si forma dietro la guida di un capo e della sua tribù, allora il mistero si dissolve, come verosimilmente si dissolveva l’orda, con il suo nome, alla morte del capo o al raggiungimento di qualche obiettivo. Certo l’immagine delle invasioni barbariche che ne deriva muta, con ciò, notevolmente. Non bisogna pensare che questa procedura nominale sia scevra di riflessi pratici: la definizione degli Hutu e dei Tutsi come etnie, quando storicamente erano due caste, è un prodotto della cultura anagrafica del personale coloniale belga, eppure, ahimè, sappiamo che questo cambio di prospettiva ha svolto un ruolo significativo, un secolo dopo, in vicende tragiche. Nella nostra cultura odierna la proliferazione delle definizioni e delle categorie è frutto di un errore logico simile a quello dei vecchi storici, che conferivano identità di popolo a ogni nome apparso in qualche cronaca, anche se essa sembra essere causata da una sorta di horror vacui tipico della contemporaneità.

La tipologia dell’identità definita è progressivamente tanto più circoscritta, infatti, quanto più occasionale, tanto più riduttiva quanto più forti e assertivi sono i confini identitari e le istanze che ne discendono. La credibilità simbolica di un processo del genere è riconducibile a uno stato d’animo, abbastanza diffuso nel nostro tempo, di smarrimento e, contestualmente, di attivismo: a sua volta spiegabile sulla base della convergenza di un processo di depoliticizzazione radicale con l’affermarsi di un’idea di individuo completamente scisso dalle sue radici storiche, sociali e culturali, una sorta di Robinson Crusoe che al pari di Robinson cerca di evadere dalla sua isola.

Eppure, se dovessimo fare una genealogia della pratica della nominazione identitaria, si dovrebbe riconoscerle un’indubbia nobiltà politica e culturale. È probabile infatti che abbia avuto origine nella politica delle minoranze razziali negli Stati Uniti e pertanto abbia avuto, in quel contesto e in certe fasi, una funzione positiva: in particolare è stata la porta d’accesso al godimento dei diritti di cittadinanza per alcune minoranze escluse. Tutto ciò, però, non può farci dimenticare che oggi essa è il principale simulacro di una vita sociale e politica che non c’è più, ed è un momento importante di quel processo di sublimazione della coscienza sociale e politica collettiva, funzionale alle forme attuali di dominio. Anzi, il sintomo di questa trasformazione è proprio la progressiva estensione di questa pratica non più solo a gruppi individuati da processi di esclusione storicamente rilevabili, ma ad altri definiti in maniera più labile ed estemporanea.

L’attrattiva di diventare reducetariano, d’altronde, consiste in una sorta di scambio simbolico specioso ma in realtà poco vantaggioso: un po’ più di prestigio sociale e un biglietto di ingresso omaggio allo spettacolo della rappresentazione mediatica contemporanea in cambio della rinuncia a una rivendicazione autonoma e diretta dei propri bisogni sociali e politici. Tutto sommato non è un grande affare e poi non si deve dimenticare che, a suo tempo, dire «il mio nome è nessuno» a qualcuno è servito a trarsi d’impiccio.

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