Auction catalogue of 20th Century Art & Design. LAMA's 20th Anniversary Auction (Part TWO)

Andrea Inglese

Sinceramente le fotografie sono importanti, sono davvero essenziali, e lo sono a tal punto che spesso ce ne dimentichiamo, perché sono talmente essenziali e importanti che, tutto intorno a noi, un progresso tecnologico estremamente sollecito ha facilitato l’azione fotografica di ognuno, e giorno dopo giorno, in modo sempre crescente, a volte quasi ossessivo, noi siamo impegnati in azioni fotografiche, e queste azioni fotografiche diventano sempre più brevi, sempre più automatiche, le famose istantanee designano appunto questi istanti, che non sono soltanto quei momenti dello spazio-tempo, quelle aiuole spazio-temporali che noi vogliamo trarre dal flusso, dalla distruzione, dall’oblio, per conservarle fresche in una sorta di serra eterna, le istantanee sono anche le azioni, sempre più facili, sempre più rapide, che generano quelle traduzioni, quei prelevamenti, di aiuole spazio-temporali da mettere al riparo, e quindi noi, proprio perché è così indispensabile dotarsi di istantanee, di fotografie, di copie a colori della realtà vissuta, noi siamo costantemente e insensibilmente coinvolti in un’azione fotografica quasi ininterrotta, ma questo fatto, unanimemente riconosciuto, e reso possibile dalle nostre attrezzature quotidiane spesso leggerissime e sottili, che facilmente scivolano in una tasca, questo fatto non risolve alla fine, come uno si immaginerebbe, il vero problema di fondo, perché anzi, proprio grazie a questa impennata delle capacità fotografiche delle masse, i singoli componenti di queste stesse masse, ossia noi, ma presi individualmente, fuori dalle retate statistiche, noi ci scontriamo con un grosso problema, che è appunto il vero problema di fondo che la tecnica, seppure sollecita e tremendamente efficace, non ha potuto risolvere, e ha persino, purtroppo, aggravato. Noi fotografiamo quasi come respiriamo, e archiviamo quasi come fotografiamo la massa di queste fotografie, di queste istantanee, che vanno a creare delle collane di istanti, dei lunghi festoni d’istanti sospesi sullo sprofondamento e la dissoluzione delle apparenze, perché l’archivio delle immagini fotografiche non è mai stato come oggi ampio, spaventosamente spazioso, e perfettamente stagno, riparato da agenti atmosferici, microbici, da polveri e liquidi, da maltrattamenti di tipo tattile, l’archivio fotografico è intangibile, immateriale, benigno, giravolta eternamente integro e allenato nella nube, non è solo sprofondato nel nostro disco fisso, nella memoria del nostro computer casalingo, ma prospera grazie a infinite clonazioni nella nube, e quindi nell’archivio fotografico di spazio ce n’è sempre, fin troppo, anche se non è mai troppo lo spazio dove raccogliere le fotografie, perché mai è inutile, superflua, l’azione fotografica, e quindi sempre vale la pena, è importante, conservare da qualche parte, e in modo sicuro, ciò che questa azione ha prodotto.

Alcuni di noi hanno vissuto in una società ormai inattuale, in cui le fotografie erano un tipo di oggetto abbastanza raro, e incredibilmente vulnerabile. Certo, la rarità dell’oggetto, la macchinosità del gesto fotografico, la catena d’intermediazioni che esso spesso sollecitava per essere in definitiva efficace, dal momento che la stampa e lo sviluppo, salvo in casi di governo globale del ciclo produttivo, erano esternalizzati, e se ne occupavano, dietro compensi variamente accessibili ai rappresentanti del ceto medio, se ne occupavano purtroppo sconosciuti, che spesso avranno avuto tra le mani istantanee di momenti molto intimi e molto nostri, anche quelli dell’erotismo casalingo, ad esempio, dove si esibivano davanti all’obiettivo fotografico primi piani pubici senza alcun ritegno, questa gestione complicata dell’oggetto fotografico, complicata nel tempo e nello spazio, fatta di attese e di scoperte, quando finalmente si tornava a casa con la busta ben riempita da 24 o 36 oggetti fotografici, non tutti perfettamente riusciti, ma importantissimi lo stesso, perché nella busta gonfia almeno tre o quattro di questi oggetti avrebbero potuto meritare solenne e pubblica esposizione all’interno di un apposito e ingombrante volume cartaceo, l’album fotografico, magari l’album di famiglia fotografico, in genere ancora più ingombrante e pregiato nella rilegatura, e in casi ancora più rari ed eccezionali dalla busta si poteva trascegliere un oggetto fotografico specialissimo, che avrebbe indotto a uno specifico investimento, ossia all’acquisto di una cornice portafoto in metallo lucido, da collocare in salotto, o nella sala da pranzo, nell’apposito vano, in ogni caso, di uno scaffale di libreria, se non, più tradizionalmente, in camera da letto sul comodino, o magari in bagno, che è una zona di frequentazione spesso rapida e convulsa, ma quotidiana e necessaria, insomma questa rarità dell’oggetto, data dall’aggrovigliarsi intorno a esso di attese, procedimenti, acquisti secondari, abitudini casalinghe, non faceva che sacralizzarlo, infondendogli sì potenza simbolica, ma anche spavento, superstizione, dogma religioso.

L’oggetto fotografico di una volta, di quella società ancora tecnologicamente disabile, o in ogni caso deficiente sul versante dell’accumulo fotografico illimitato e indiscriminato, quella fotografia stampata su carta in formato rettangolare esigeva una sorta di trattamento solenne e cerimoniale, in virtù appunto della sua rarità relativa, ma questa condizione fotografico-esistenziale ovviamente non soddisfaceva nessuno, e a tutti noi mancavano enormi quantità d’istanti, istanti che non si erano potuti fotografare, per ragioni del tutto estrinseche al nostro bisogno profondo di azione fotografica permanente, e la nostra vita, salvo rari momenti, che divenivano spesso insopportabili nella loro petulante fissità, la nostra vita se ne andava, dissanguava, finiva nel nulla, nella nebbia dei ricordi, ossia in quel regno fantomatico e umbratile che sta tra il perfetto vuoto dell’oblio e la perfetta presenza della copia, dell’istante clonato per impressione luminosa e cromatica, la memoria schifosa, invece, si incamerava giorno dopo giorno, con la sua nebbia neghittosa, la sua imperfezione, lacunosità, inefficacia visiva interi settori della nostra vita, non istanti ma ore, non ore ma mesi, persino mucchi di anni, tutti finiti in memoria umana, invece che in un archivio fotografico immateriale e intangibile, sempre fresco e vivido, come grazie al cielo accade oggi.

Ci siamo sbarazzati del cerimoniale lento, emotivamente complesso, economicamente costoso dell’oggetto fotografico analogico, e con la stessa facilità con la quale, oggi, comunichiamo, mandiamo in giro per il nostro paese una frase, magari nominale, scorciata, attraverso la frenesia della digitazione, oppure soffiata in apposito e invisibile microfonino, così come oggi noi assilliamo il mondo con i nostri contenuti mentali, come se essi dovessero con urgenza assoluta giungere ai loro presunti destinatari, ammesso poi che questi destinatari siano così impazienti di riceverli, e di riceverli all’istante, ogni volta, e sempre come nuovi, noi anche registriamo fotograficamente il mondo. Tanto è abbondante la nostra pratica comunicativa che spinge fuori segnali linguistici all’esterno, tanto è ossessiva la nostra pratica fotografica che tutto vuole salvare dal buio, tanto noi espettoriamo, per così dire, la nostra interiorità, spedendola in punti lontani dello spazio, tanto noi ingurgitiamo zone del mondo a noi prossime e circostanti grazie all’immagine digitale, e così come noi non sappiamo mai davvero quello che comunichiamo e mettiamo in fulminea circolazione nello spazio remoto, neppure davvero sappiamo cosa fissiamo in fotogramma di quella realtà vicina che ci sta tra i piedi o a un tiro di schioppo, sicché di tanto in tanto ci sorprendiamo, subito dopo un’azione fotografica o un’azione comunicativa, a guardarci intorno, ad ascoltare per davvero quello che abbiamo detto, a vedere quel abbiamo sotto il naso, e non capiamo nulla, non possiamo proprio capirlo, né dove siamo né a chi parliamo, quasi che d’un tratto fossimo sgusciati attraverso questa fitta gesticolazione comunicativa e fotografica, oltre la coltre delle istantanee archiviate e delle segnalazioni spedite, per vederci come un’apparizione soprannaturale, abbagliante ed estranea, siamo lì in compagnia di noi stessi, senza che succeda nulla, senza che il minuto sia ancora passato, senza che ci sia nulla da fare affinché quel dannato minuto sparisca, sia cancellato da un furioso comunicare e fotografare, e invece no, non ci riusciamo più, siamo come un pugile spompato, non riusciamo più a sollevare le braccia, a tenere alta la guardia, anzi abbiamo le braccia fiacche e a penzoloni, e davanti a noi, dentro di noi, il minuto dannato si trascina, quanto cazzo può essere lungo e insopportabile e vuoto e inutile e chiassoso e puzzolente un minuto, a meno di essere massacrato, frantumato, aggredito grazie a manipolazioni d’ordine tecnologico, perché ne venga estratto un succo comunicativo o memoriale sensato? E invece ci è passato addosso a casaccio, irresponsabilmente, non è finito nel cloud, non si è trasformato in espettorazione comunicativa, e il cielo che ci sovrasta, le scarpe grossolane del vicino, le unghie plastificate della signora seduta a fianco mentre aspettiamo un autobus, tutta questa cosa qua ce la dobbiamo sciroppare così, allo stato grezzo, compatto, senza estrarne un qualche plus-valore semantico o visivo-sonoro.

Non siamo mica venuti al mondo per starcene qui, a respirare l’aria inquinata della metropoli e a guardarci la punta delle scarpe: abbiamo delle cose da dire, delle comunicazioni da fare, abbiamo la nostra preziosa vita da fotografare e conservare indenne, minuto per minuto.

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Una Risposta a La nostra quotidiana azione fotografica

  1. Fabrizio Scrivano scrive:

    Cullarsi nella disposofobia fotografica. Come Vivian Meier

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