symeon-styliteMarco Giorgerini

I professori di fisica ci hanno sempre spiegato che la forza centrifuga è una forza apparente (e non è il caso qui di parlare di sistemi di riferimento inerziali e non inerziali). La letteratura, però, è un’altra cosa: ha ragioni che la ragione non conosce, ed evidentemente neppure la fisica. La forza centrifuga è una presenza costante nell’opera di Ermanno Cavazzoni. Mettiamola così: lo scrittore emiliano si muove di moto circolare uniforme, con alcune variazioni che non violano la fisica letteraria, e i suoi libri non sono altro che i prodotti della forza in questione. L’ultimo lavoro, Gli eremiti del deserto, non fa eccezione.

Cavazzoni gira intorno – e in tondo, per l’appunto – a una realtà che avverte come claustrofobica e asfissiante, e che nel cosiddetto mondo civilizzato si impone sempre più. Mi riferisco alle tendenze omogeneizzanti e normalizzatrici che vediamo dispiegarsi quando ci sentiamo presi al laccio da una burocrazia spietata, da direttive regionali, nazionali o comunitarie che ci piovono addosso e costringono le nostre vite in percorsi predeterminati. In una società votata ai dogmi dell’efficienza e del libero mercato, non c’è spazio per ciò che non sia quantificabile in termini monetari. Non c’è modo neppure di fare un passo di lato per guardare il fiume che tutto livella e pensare che l’abbiamo scampata bella, in fondo, e che è rasserenante avere un angolino per noi e per le nostre vite fuori dal coro. Nella precedente pubblicazione, Il pensatore solitario (Guanda 2015), leggevamo: «Oggi con la carta-moneta e la svalutazione, un vecchio tesoro non varrebbe più niente». E ancora, proprio in riferimento a eventuali eremiti contemporanei e dimostrando dunque la persistenza di quella tentazione centrifuga di cui s’è detto: «Tali individui, qualora siano trovati a vagare per le campagne o in città, saranno rastrellati e concentrati in apposite strutture, in attesa di essere cremati dopo il naturale decesso».

Gli eremiti del deserto è il frutto della fuga da un presente invivibile. Un distanziamento geografico (le zone più inospitali del Medioriente) e temporale (dal terzo al quarto secolo della nostra era) è necessario per far rivivere con dichiarata nostalgia e ammirazione «quei tempi di libertà, di povertà volontaria non sindacalizzata, di avventure interiori e incontri fantastici straordinari» (così l’autore nella breve premessa). Spesso, per inciso, nella produzione del Nostro ricorre l’immagine del deserto, immagine che nel volume qui in esame la fa, ovviamente, da padrona.

Il libro, snello e di facile lettura, è costituito da cinquantasette brevi, talvolta brevissimi, ritratti di asceti. Lo scrittore è affascinato dalle loro esistenze stravaganti e folli, ci parla delle originali privazioni a cui si sottoponevano per avvicinarsi a un dio pronto a far sentire la sua voce, ad approvare o a condannare la condotta dei suoi fedelissimi figli fuggiti dal consorzio umano. Le vite sono tratte da libri risalenti ai primi secoli dell’era cristiana che godettero di un’ampia circolazione in Occidente (dalla Vita Pauli di San Girolamo alla Historia monachorum di Rufino da Concordia).

Naturalmente, quelle che abbiamo tra le mani non sono vicende dotate di un reale rigore storiografico. Siamo in quella zona in cui la storia sfuma nella leggenda, l’invenzione degrada in diceria. La presente raccolta ricorda da vicino un libro della stessa collana editoriale, Vite efferate di papi di Dino Baldi (che però, va detto, è un’opera di più ampio respiro che beneficia di un corposo prologo, di una postfazione e di un imponente repertorio delle fonti). In entrambi i testi la giocosa e scanzonata libertà delle leggende è preferita alla seriosità storiografica che ci consegna, sì, informazioni certe e attendibili, ma al contempo agisce sul corpo vivo del passato con un bisturi che isola le sue parti più godibili e divertenti.

Incontriamo così Paolo, il primo eremita secondo la tradizione, che visse centotredici anni e passò quasi un secolo nel deserto, pregando e nutrendosi del cibo che gli dava una palma. Ilarione era in grado di riconoscere i demoni dall’odore e aveva memorizzato per intero le Sacre Scritture, e con tre segni di croce fu in grado di respingere il mare per salvare dall’acqua la città di Epidauro. Ancora: Doroteo non si addormentò mai di proposito (cosa non così rara tra gli eremiti, a quanto pare), Adolio praticava un’ascesi così estrema da spaventare persino i diavoli che non trovavano il coraggio di avvicinarlo, Padremuzio attraversava il Nilo a piedi e Simeone dopo essersi fatto murare in una celletta decise di stabilirsi su una colonna alta diciotto metri.

La struttura che Cavazzoni dà ai suoi libri tende a ripetersi, è vero (raccolte minimali di Vite brevi di idioti, Guida agli animali fantastici...), ma ci vuole bravura per riuscire a non scadere riproponendo il medesimo formato (Woody Allen insegna da decenni). E insomma Gli eremiti del deserto è un buon esempio – non il migliore – di questo moto perpetuo cavazzoniano. Per chiudere con la metafora usata all’inizio.

Ermanno Cavazzoni

Gli eremiti del deserto

«Compagnia Extra» Quodlibet, 2016, 130 pp., € 14

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3 Risposte a Ermanno Cavazzoni, contento dei deserti

  1. paolo fabbri scrive:

    Il libro e la prosa dell’ulipista Cavazzoni sono una delizia letteraria. C’era davvero bisogno per (non) riuscire a dirlo di tutto il politicamente corretto che segue?
    Cavazzoni gira intorno – e in tondo, per l’appunto – a una realtà che avverte come claustrofobica e asfissiante, e che nel cosiddetto mondo civilizzato si impone sempre più. Mi riferisco alle tendenze omogeneizzanti e normalizzatrici che vediamo dispiegarsi quando ci sentiamo presi al laccio da una burocrazia spietata, da direttive regionali, nazionali o comunitarie che ci piovono addosso e costringono le nostre vite in percorsi predeterminati. In una società votata ai dogmi dell’efficienza e del libero mercato, non c’è spazio per ciò che non sia quantificabile in termini monetari. Non c’è modo neppure di fare un passo di lato per guardare il fiume che tutto livella e pensare che l’abbiamo scampata bella, in fondo, e che è rasserenante avere un angolino per noi e per le nostre vite fuori dal coro.

  2. giovanni scerra scrive:

    A costui si attaglia bene il detto “gioca coi fanti ma lascia stare i santi. Perché “…nulla è più misero del pensiero che indaga le cose di Dio al di fuori di Dio”. (Cfr. Gal.5,6. Da Diadoco di Fotica. La Filocalia)

  3. paolo fabbri scrive:

    ma non c’è una disposizione per cui i commenti fuori luogo come quello di Scerra o chi per lui, dovrebbero essere approvati prima di apparire? Chi l’ha approvato?

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