gomesLorenzo Esposito

La figura di Miguel Gomes va probabilmente letta in due direzioni. Da un lato con riferimento a ciò che ha fatto del cinema portoghese il margine più avanzato (dopo la Nouvelle Vague) di ricerca sull’immagine (e di cui, onestamente, non si capisce se gli attuali scopritori di Gomes sono coscienti). Un’intera generazione di cineasti che è riuscita a far confluire una memoria storico-letteraria possente e mirabile in un campo di immagini fluviale e rigoroso, eccentrico e apolide, capace spesso e volentieri di ridefinire l’identità stessa del cinema. Dall’altro ne andrebbe vagliato con attenzione il legame con la tendenza più recente che teorizza il ritorno del cinema nei musei e che, con gran confusione di termini fra cinema arte e film, si pronuncia a favore di un cinema che crede talmente nel cinema (o, peggio, di esserlo: e a quel punto preferisce installarsi alle biennali d’arte), da insistere ciecamente sulla potenza dello sguardo e sulla sua imposizione (anche nel contenuto) allo spettatore.

Il caso di Miguel Gomes è particolare perché, in un modo o nell’altro, non sembra (ancora) inserirsi completamente in nessuna delle due strade. Dei grandi portoghesi gli manca l’accuratezza poetica con cui, allo studio certosino, si accompagna la più sublime imprevedibilità dell’eccesso (Gomes, cui manca evidentemente un aspetto renoiriano, fa il contrario, programma l’eccesso fin nei particolari e poi finge di non volergli dare forma). Invece, rispetto agli orpelli della deriva arty, di cui condivide per lo meno la progettualità, mostra tuttavia un desiderio di smisuratezza cinematografica, che non gli fa temere il fallimento o l’imprecisione, ciò che sempre distingue un film da un’installazione pirotecnica.

Veniamo al punto. Il punto è l’uscita (bella e inattesa) in Italia del suo ultimo As mil e uma noites. Un film che non rifugge l’ambivalenza di cui sopra. Dichiara subito il proprio terrore del nulla, come può esserlo una mattina vuota sul set, senza previsioni di riprese all’orizzonte, che si risolve con la fuga dal set stesso del cineasta (inseguito da tutta la troupe). Si impone il salto mortale all’indietro (o in avanti?) di girare in 35mm e in 16mm, e che a un certo punto sembra abbia sognato sequenze in 70mm, rinunciandoci poi per spendere tutto nell’esplosione seminale dell’immensa carcassa di una balena spiaggiata (scena che ricorda molto da vicino Il seme dell’uomo di Marco Ferreri, famoso esempio di apocalisse cetacea in riva all’Europa). Si espande a dismisura in tre film-episodi che ne contengono decine di altri. Battaglia dal primo all’ultimo giorno fra realtà e finzione. Sceglie da un lato la struttura forte, anche se disseminata, delle Mille e una notte, e dall’altro quella implosa liquida frattale, anche se di solida atrocità, della crisi economica e politica del Portogallo e dunque dell’Europa tutta. Non esclude, infine, il paradosso di volersi liberare della forma, dell’idea stessa di forma-cinema, e di fare proprio un cinema-liberato, di una densità quasi apocalittica nel tracciare sentieri e continuamente interromperli, accumulando incroci, derive, accecamenti, aggiramenti, cascate di idee e possibilità (il paradosso, e in parte certa sua positiva fragilità, sta nel fatto che questa libertà è anche subito la sua maniera). All’idea di un’immagine febbricitante, che muta continuamente tono e ritmo, che più che montarsi sembra ogni volta trasferirsi, modularsi sulle volute di una narrazione illimitata, inerpicandosi o spesso scivolando repentina su un differente piano di visione alla ricerca di un’armonia nel pastiche, si contrappone (e questo conflitto perpetuo è forse l’unica vera forma del film) la scialba immutabilità dell’ordine europeo che spoglia le anime e si mangia le vite ancor prima di decretarne la rovinosa caduta finanziaria.

Difficile dar conto della pluralità variopinta ironica ed erotica di fatti e persone messe in campo (alla rinfusa: operai in lotta, magistrati disperati, banditi trasmigranti, droni, galli che si presentano alle elezioni, allevatori illegali di fringuelli, cani fantasma, coppie suicide, riunioni di governo per uomini politici in erezione, amori folli, anziani, bambini, gruppi di nudiste brasiliane, band psichedeliche, fughe, ritorni, orge, storie d’immigrazione e di esilio, commemorazioni, deflorazioni, scontri di piazza, processi), anche se un filo rosso è costituito dalla presenza degli animali: cammelli, balene, galli, fringuelli, teste di mucca parlanti, cani… Certo è un’Arca di Noè, ma è anche proprio che l’animale, slegato dalle sovrastrutture degli umani, fornisce quello stimolo anti-psicologico che permette al film di aprirsi, di spalancarsi continuamente su se stesso e altrove. Magari a sua volta guidato da una colonna sonora che lavora un’ulteriore dislocazione, variando versioni e spaesando l’immagine (vedi la reiterata Perfidia: ma d’altra parte Vasco Pimintel – quello di Monteiro e Ruiz – è il tecnico del suono…); e affrescato da una luminosità pittoricamente soleggiata, ma capace di corpose ombreggiature e effetti speciali semplici e artigianali (opera di Sayombhu Mukdeeprom, usuale collaboratore di Apitchapong Weerasethakul).

Del resto tutto il percorso di Gomes – che va, fra alti e bassi, da A Cara que Mereces e Aquele Querido Mês de Agosto fino a Tabu e Redemption – è scandito da una sottile energia auto-trasformatrice che rode dall’interno le immagini e serve al cineasta come proposito etico basato su una continua perdita di coscienza rispetto a quello che si sta documentando. As Mil e Uma Noites porta alle estreme conseguenze questo discorso, capovolgendone i termini: per documentare la realtà (anzi proprio l’essere vivi oggi) si perde consapevolezza del reale, ciò scatena una tempesta di universi paralleli i quali tuttavia, a forza di fughe in avanti e di inabissamenti, disegnano un portentoso mosaico di memorie vive, di storie vere e brucianti che, in quanto tali, come un serpente che si morde la coda e ne è ben contento, si riagganciano alla realtà, la ritrovano dall’altra parte, mostrando infine di non aver mai smesso di cercarla, di appellarla, di far fronte all’ineffabile che le è proprio.

As Mil e Uma Noites. Volume 1, O Inquieto; Volume 2, O Desolado; Volume 3, O Encantado

sceneggiatura di Miguel Gomes, Mariana Ricardo e Telmo Churro

regia di Miguel Gomes

Portogallo 2015, 381 minuti complessivi

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