echaurrenTommaso Ottonieri

Nelle sale della GNAM in Villa Borghese, l’ampia personale di Pablo Echaurren è stata l’occasione per incontrare, in compiutezza e organicità di concetto, la prassi multiversa della sua Contropittura. Dalle squadrettature in straniata «entomologica» figura di fumetto alle decomposizioni (de/composizioni?) floreali, dagli hommages duchampiani, marinettiani, alle irruzioni «murali»: o ancora, dai deturnati cartelli pubblicitari ai collages iconoclasti: e dal visivo poi al verbovisivo, ossia la traccia serpentina di scrittura come depositata sui fogli movimentisti (o, più avanti, alle scatenate invenzioni narrative); grafemi proteiformi pronti a inerpicarsi per rivestire le più discordanti superfici del visibile. O del dicibile, innanzitutto; se è vero che, in lui, produrre visioni è atto linguistico più di ogni altra cosa – promanazione di semiosi autonome, su quanto di praticabile il suo atto inventivo individua sulla pelle del mondo – e, insieme, in costante, perigliosa deriva sui più estremi lidi del verbale.

Nel suo intenso e radicale diffondersi e disperdersi, il segno-gesto artistico di Pablo/Paìno insomma, geloso serba il tratto unico dell’infrazione (di codici) dello spiazzamento (di segnali) del dislocarsi, dunque, del (metamorfico) sé, in un territorio sempre-altrove («altrovizzarsi» è un suo neologismo): inarrestabile prassi decalcomaniaca (vorrei dire), che avvolgendo le forme ne metta in gioco le stabilità presunte. Che è poi la traccia irreversibilmente impressa, sempre-irradiante, di quella guerriglia semiotica di cui egli fu tra gli artefici più magnifici e furenti, nel magma controculturale dei ’70.

Ed è appunto questa la sezione più preziosa e forse più inedita del percorso espositivo alla GNAM: quella che documenta l’attività movimentista, indiano-metropolitana, del percorso di Pablo, intorno al ’77 romano, quando si dedica a deturnaggi «pellerossa» (interpolando soprattutto Tex Willer) e altre espansioni e carnevalizzazioni: specie nella pubblicistica patafisica di fogli come «OASK!», di cui fu il principale animatore.

È quella esperienza di decentranti forme di (de)soggettività, deflagrata e fatta suicidare nel torno di una così breve così intensa stagione, che Pablo non smette di riconsegnare alla sua propria luce (al limite in una filologia, e auto-filologia, del disseminante/disperso); mostrando quanto in essa fossero giunte a ultimo compimento le estetiche delle avanguardie – da dada al situazionismo soprattutto – nel sogno di sfondare l’arte, e il suo feticcio, per una liberazione primaria del vissuto (e del partecipato).

Così, è un vortice di esplose attrazioni, la qualità di moto che domina le sintassi di lingua visiva (che ribollono nell’arte di Pablo totale e spaginante); non solo movimento che continua a generarsi oltre il suo stesso annichilirsi, elargendo le sue scariche, i suoi shock: ma, anche, vera attitudine al narrare, coralmente e finanche in nome del disperso, del disparso. La stessa individuazione (operata fin dai primordi della pittura di lui) del «quadratino», minimalizzazione (scomposta e moltiplicativa) della tavola-di-fumetto come struttura prima, frame in cui (attualizzando ma persino deturnando l’eredità delle avanguardie storiche) spingere nel circolo ogni contagio di visione, dà conto di questa matrice «narrativa» a tutto campo della parola visiva di Echaurren, mossa dalle più fluide oniroidi sintassi della compresenza e del molteplice.

È la lezione di un avanguardismo permanente insomma – per quanto vissuto ormai da una consapevole postazione di superstite all’esplosione di una così detonante energia, cioè oltrepassata l’esplosione stessa (di fatto ineluttabile) dissacrando o «altrovizzando» così inafferrabilmente i suoi percorsi e i suoi segni – quella che risuona dalle sale della Galleria, così festosamente invase dai flutti di un’onda, trascinante ma rientrata (fatta rientrare), di cui sia rimasta, nell’avvicendarsi tumultuoso del presente, poco più dell’impressione del bordo, la schiuma ancora rappresa sulla sabbia.

È su questa lezione, che soprattutto s’imperniano gli interventi assai belli del magnifico catalogo (a cura di Angelandreina Rorro), a partire dalla illuminante biografia scritta da Claudia Salaris, che di Pablo è, anche, la compagna della vita: ma testimonianze d’eccezione sono quelle di Arturo Schwarz e di Gianfranco Baruchello, entrambi mentori del giovanissimo Pablo, ma anche quella di Kevin Repp, curatore di un fondo sul movimento del ’77 per la Beinecke Library di Yale, che ha acquisito di recentissimo le preziose carte di Pablo.

Ed è anche su essa che insiste la monografia di Raffaella Perna, in un attraversamento documentato e prezioso della militanza artistica della stagione indiano-metropolitana di Paìno, il quale si arricchisce della riproposta di una sua importante testimonianza intorno a «Oask?!», introvabile da tempo. Un’analisi in grado di mostrarci una volta di più come l’arte «virale» e spaginante di Echaurren sia controveleno a quella che lui stesso definì l’«impaginazione al potere»; impulso a migrare sempre altrove, nuovamente altrove, anche quando ogni altrove sembra rientrare nell’immanenza di un Presente concentrazionario; ma ancora, qui, l’arte del dislocarsi, del multiverso «altrovizzarsi» che Pablo dissemina furioso, può tener vivo il virus del Potere d’Immaginazione, e allargarne gli spazi incrinando, coi propri segni indecifrabili (Oask?!), gl’ipercifrati monoliti eretti a guardia dell’uni-verso deserto.

Pablo Echaurren Contropittura

a cura di Angelandreina Rorro

Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna, 30 novembre 2015-3 aprile 2016

catalogo Silvana Editoriale, 2015, 264 pp. ill. col., € 34

Raffaella Perna

Pablo Echaurren. Il movimento del ’77 e gli indiani metropolitani

Postmedia Books, 2016, 112 pp. ill. col., € 22.50

Venerdì 1 aprile alle 17, alla GNAM, Angelandreina Rorro, Francesca Gallo e Giorgio de Finis presentano la monografia di Raffaella Perna. Intervengono l’autrice e l’artista.

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