ecoPaolo Fabbri

A prima vista, l’ultimo libro di saggi di Umberto Eco ha un effetto di déjà vu, anzi di déjà lu. In 469 pagine raccoglie i brevi testi delle sue Bustine di Minerva pubblicati dall’«Espresso» tra il 2000 e il 2015 con cronometrica regolarità. (Quando non apparve l’attesa bustina gli amici si preoccuparono davvero.) Il libro ha un’introduzione dove Eco rivendica il carattere occasionale dei suoi scritti – mi ricordano gli scritti sui polsini di Michail Bulgakov! – e ammicca al bizzarro titolo. Sullo sciame testuale – alcune bustine sono suddivise in pensierini, altre rinviano a bustine precedenti – i 12 capitoli dell’indice intervengono secondo l’arbitrario tematico e temporale che è la caratteristica del linguaggio.

Eppure, anche per chi seguiva con costanza le Bustine dell’autore scomparso, la forma volume che accoglie queste piccole epifanie settimanali ne interrompe il ritmo picaresco, ne cambia il senso, suggerisce accostamenti inediti, aggiunge complessità e complicazioni. Invita a una riflessione più articolata e distribuita. Dobbiamo vincere l’impressione di guastare una conversazione colta e ironica, condotta con curiosità e cura da un Sisifo felice, a dispetto del carattere corrosivo del lunghissimo appuntamento – dal 31 marzo del 1985 fino alla scomparsa. Eco si orientava con attinenze e divari, nel pulviscolo del presente con uzzolo (mi frulla così!), fiuto e serendipità, cioè con la capacità di trovare segni inattesi mentre stava cercandone altri. Parole, libri, fatti, avvenimenti specifici e mai speciosi, trattati come vedette, piccoli mirador accumulati con gusto da collezionista e affacciati sulla contemporaneità. Eco aggrottava le sopracciglia davanti a casi documentati o finzionali, che leggeva come piccoli esperimenti di pensiero; esplorava un’intera letteratura di libri, articoli di stampa, programmi televisivi e siti internet che avrebbero meritato un indice, da consumare col piacere che egli associava alla wunderkammer delle liste. In mancanza d’un qualunque criterio redazionale, tocca al lettore curare la propria edizione. Un ragionevole pluralismo, congeniale alle qualità intellettuali di Eco: il ductus di un dotto non dottrinario.

Non è facile creare un ponte abitato – come Rialto o il Ponte Vecchio – nella liquidità della cultura contemporanea. La quale sembra avviata, oltre la formulazione passepartout di Bauman, verso una nuova transizione di fase: dopo il passaggio dal solido al liquido, il cambiamento di stato va verso l’aeriforme, il cloud dell’infosfera. Gli interventi di Eco sui moti browniani nella società liquida mirano a isolare problemi, a ridefinire concetti, a proporre interpretazioni, a suggerire pratiche. Per il suo carattere occasionale non sempre ci importa tutto ciò che trasporta, ma anche quando non coglie nel segno segna ciò che coglie.

Rari nantes in gurgite vasto, come nei giochi enigmistici dobbiamo unire diversi punti con delle linee per rintracciare una figura. Per individuare una pertinenza dobbiamo però prima escludere – Eco direbbe narcotizzare – porzioni testuali che altri troveranno rilevanti. In primo luogo la filosofia. Eco si muove con la scorta del suo quartetto speculativo: Aristotile, Tommaso d’Aquino, Locke e Pierce. Sa che la tradizione filosofica è terra di asilo nei momenti di risacca della società liquida, quando si procede a «passo di gambero», ma non vuole erigere statue allegoriche in parchi disabitati. Rivolgendosi su una rivista a larga diffusione, «L’Espresso», al senso comune della casalinga di Voghera e del farmacista di Vigevano, non propone incauti acquisti concettuali. Filosofeggia, ma s’interessa più al vivere che all’essere; sintetizza più che inventare; propugna una versione moderata del relativismo e del costruttivismo, ripugna al «fil di ferro» ontologico; segnala ai filosofanti neorealisti che le loro teorie della comunicazione sono acquistate all’Ikea.

Per noi la messa in prospettiva è quella semiotica, l’ardua disciplina – come recitavano i suoi elogi funebri – di cui era il semioforo e di cui credeva ottimo lo spread, la differenza di rendimento con altre discipline. Dalle riflessioni sul velo come segno, alla semiotica del sacro (v. La cocaina dei popoli); dalle riflessioni sulla narrazione e il ruolo degli indugi e dei testimoni interiori; dalle ragioni semiotiche degli equivoci sulla felicità a quelli sulle «stronzate». Wittgensteiniano come Monsieur Jourdain, sans (trop) le savoir, Eco combatte il «malaffare semantico», cura il maldire. Non le parole ma i termini, distinguendo reazionari, conservatori e populisti; reputazione e notorietà; segnalando l’ambiguità del «riconoscimento» di cui è avida l’umanità dei social media; e traducendo correttamente bullshit con «sciocchezze» (sic!). Non ha mai smesso di praticare la guerriglia semiotica pensata negli anni Settanta, e di cui troviamo il bandolo un una bustina del 2004 (Il pubblico fa male alla televisione). Un’azione culturale e morale di disturbo rispetto alla naturalizzazione dei luoghi comuni. Rispondendo alla domanda di Jorge Lozano, suo allievo e cattedratico della Complutense di Madrid, Eco indicava la nuova panoplia di strumenti di guerriglia nelle nuove tecnologie e invitava i semiologi a un reset. Un impegno indirettamente politico – Eco era un militante riluttante – condotto con humour sornione piuttosto che con bruciante ironia. Più che attaccare frontalmente i principi, Eco preferisce dedurne gli esiti inattesi: v. «portate all’estremo le tesi degli altri e una risata li seppellirà». Segnala la paradossale cooperazione dell’esibizionismo contemporaneo – i selfie e i droni – con le strategie di controllo post-orwelliane, messe in opera da occhiuti poteri tecnologici. O la disumana expertise degli hacker, che convertono i ritmi insostenibili dell’innovazione tecnica in modalità sofisticatissime per destabilizzare il sistema.

La guerriglia è condotta con sagacia abduttiva e garbato scetticismo, talvolta col senso dell’opportunità di chi non ama navigare controvento (sono rare le affermazioni sulla irrilevanza delle elezioni o la natura comunista di Berlusconi!). Eco non è un pamphletario, schiva gli intemperanti, gli esaltati e gli oltranzisti, non frequenta chambres introuvables e ha dichiarato di essere Cerchiobottista. Gli capita quindi di avere la bacchetta del rabdomante bagnata: non entriamo qui nel demerito di «ammorbidire le differenze» sulle radici cristiane dell’Europa, le presenze scolastiche dei crocefissi e dei presepi, la scortesia nel fare caricature di Maometto, ecc. Ma Eco non manca mai ai doveri di problematizzazione. Nell’hellzapoppin’ dei social media contemporanei si dialoga molto meglio quando c’è qualcosa di originale da discutere: il contrario di un’idea giusta può essere un’altra idea giusta.

Con la sensibilità addestrata che l’ha sempre caratterizzato, Eco ha colto alcuni tratti del presente con la figura del Passo di Gambero. Animale semiotico questo, poiché Deleuze e Guattari hanno ravvisato, nella duplicità delle chele, il taglio simultaneo dell’espressione e del contenuto segnico. Per Eco è pertinente invece il moto retrogrado: il progresso si sarebbe convertito oggi in regresso, alterando il nostro rapporto col passato e col futuro. Non ha mai condiviso il gesto iconoclasta delle avanguardie e quanto alla storia «tanto vale accettare l’angoscia dell’influenza, rivisitare il passato in forma di omaggio apparente, in effetti riconsiderandolo a quella distanza che è consentita dall’ironia». Non si tratta di nostalgia – piacere d’essere tristi – e neppure dell’impossibilità di fare previsioni. Diversamente da molti scopertisti, che vendono titoli presi a prestito, Eco non è apocalittico né integrato: scrive al condizionale, il tempo che combina il passato e il futuro.

Ed è condizionale il suo esercizio critico della società dell’informazione, legittimo quanto è stato quello della società industriale. Eco ne osserva, col principio di precauzione, i linguaggi e le immagini: le grammatiche, le maniere e le mode, le retoriche (gli ossimori!). Prende la mira a partire dalla grafosfera, dal formato della pagina e del libro, e ritiene chiaro il metodo inferenziale che impiega più spesso. Auspica quindi il ritorno di riti di passaggio e frontiere, la necessità di far gavetta ed esperienza, il mantenimento del liceo classico, dei libri di testo, dell’esame di maturità, della bella calligrafia e del proto; vorrebbe che i professori fossero un’agenzia di viaggio per navigare sicuri sulle autostrade dell’informazione. Premesse le sinergie con l’immensa enciclopedia di Google, dichiara senza complessi la sua allergia ai telefonofori, invita a non fidarsi degli indirizzi mail, delle informazioni su wikipedia, delle sciocchezze di cui è infarcito twitter, e via scrivendo. Ha una postura cripto-luddista verso le nuove tecnologie che ben conosce e che gli sembrano usate dai discendenti di Epimeteo, il fratello stupido di Prometeo. Internet gli appare come la mente del memorioso Funès, il personaggio di Borges sprovvisto di memoria selettiva, a cui serve un giorno per ricordare un altro giorno. In una temperie in cui le astrazioni dichiarative lasciano il passo ai codici, al pensiero algoritmico e procedurale, Eco vorrebbe avvolgere proposizioni e propositi con nastro isolante, per ostacolare la totale decostruzione delle enciclopedie, lo svuotarsi della memoria non macchinica, l’abbandono del modello-pagina che gli sta a mente e a cuore. Crede al filtro dell’intellettuale nel Collettivo e dà segni di disagio nel Connettivo, dove naufragano i rapporti asimmetrici di tutti i semiconduttori e decisori, culturali e politici. (L’ultima bustina del libro è Gli imbecilli e la stampa responsabile, sull’«eccesso di sciocchezze che intasa le linee» della rete. Un argomento escusso e discusso a sazietà.)

Per Eco, Pape Satàn Aleppe non è solo una gedankenaustellung, una mostra di esperimenti concettuali, e neppure un jogging inferenziale lungo le autostrade della rete, in vista dei libri di teoria o di finzione. Non mancano descrizioni virtuose delle illustrazioni di Jules Verne né soprattutto la redazione di Liste: le invenzioni scientifiche dell’Ottocento, le posizioni sessuali, i neologismi, gli insulti e così via. La lista è, per il personaggio di Adso nel Nome della rosa, lo strumento magico del collezionista libridinoso, l’agente enciclopedico anti-strutturale delle wunderkammer, dei gabinetti di curiosità che arredano «realisticamente» i mondi finzionali di Eco. La meraviglia delle filze di segni e il gusto di centellinare i centoni sono le sue passioni predominanti, mentre è scarsa la presenza di altri sentimenti, se non la vergogna – assente nella società «oscena» della visibilità senza privacy – dell’odio – collettivo mentre l’amore sarebbe individuale (sic!) – e della nostalgia.

Oltre all’uso creativo delle inferenze logiche, il tratto più saliente delle Bustine rimane quello strategico, con cui Eco conduce la sua semiosi guerrigliera. Appurare i segni, i testi e le pratiche non si attua con la pura logica. L’autore della Guerra del Falso ha il giallo come modello e il segreto come modalità. Il complotto collettivo e la paranoia privata sono i ferri del mestiere di chi investiga i nessi narrativi della causalità. Segni falsi che simulano quelli veri e segni veri che fingono di essere falsi; smentite di smentite; prove riprovevoli e inquinate; silenzi che la dicono lunga.

Un intero teatro di operazioni offerto ai semiologi che sono raggruppati, dopo la scomparsa di Eco, su una pelle di zigrino. Nonostante la brillante capacità divulgatrice di uno dei suoi fondatori, la semiotica è rimasta infatti un sapere esoterico e non le sarà d’aiuto la decisione testamentaria con cui Eco, per evitare inchini e strattoni, ha legato ai colleghi il silenzio pubblico su di lui e il suo lavoro. Per la durata di dieci anni: un tempo sufficiente però a rimescolare le ultime bustine con quelle del Secondo Diario minimo 1992, le Bustine di Minerva 2001 e A passo di Gambero 2006. Gianfranco Marrone ha intravisto un progressivo incupirsi dell’umore di Eco per il cambiamento del suo bersaglio prediletto, lo stupido – la cui tipologia si legge nel Pendolo di Foucault – il quale sarebbe passato dal vecchio buontempone a un temperamento più torvo e accanito. Chi vivrà vedrà: nella cultura un commiato non è necessariamente un congedo.

Versiamo intanto un contributo ai futuri big data del dossier decennale: il titolo della raccolta, Pape Satàn Aleppe. Nel diluvio interpretativo del verso dantesco, l’Aleppe sarebbe l’Aleph di borgesiana memoria (Joseph dà Giuseppe, come Aleph darebbe Aleppe). Il titolo scanzonato di Eco però non proviene dall’Inferno dell’Alighieri, ma dal canto VII dell’Inferno di Topolino (n. 7-12, ottobre 1949-marzo 1950). Lo pronuncia Pluto, che non è il gran nemico dalla voce chioccia, ma il cane di Mickey Mouse.

Umberto Eco

Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida

La nave di Teseo, 2016, 469 pp., € 20

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Una Risposta a Umberto Eco, Frammenti di un discorso semiotico

  1. Matteo Veronesi scrive:

    Bell’articolo.
    Uno dei messaggi fondamentali di Eco, specie negli ultimi anni, consiste proprio nel richiamo alla necessità della cultura, della riflessione, del senso critico (nell’accezione etimologica del krìnein, del “distinguere”) anche e proprio, e a maggior ragione, nell’epoca della società e della comunicazione di massa, in cui il vero si mischia al falso (l’uno e l’altro a volte in sé e per sé difficili da riconoscere e distinguere), e la mole d’informazioni e di notizie rischia di sciogliersi in una melma indiscernibile.

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