diemFranco Berardi Bifo

Dopo Berlino e Madrid, è stato presentato anche a Roma DIEM25 (Democracy in Europe in 2015), il progetto lanciato da Yanis Varoufakis e Srecko Horvat. Negli stessi giorni il fanatismo terrorista portava la guerra nella capitale dell’Unione europea.

DIEM25 non è un partito: penso piuttosto che si possa definirlo uno spazio, un contenitore che si propone di agire nella dimensione europea, evitando come la peste ogni tentativo di ricostruzione della sinistra sul piano nazionale.

L’intenzione trans-nazionale è la forza di questo esperimento: dopo il fallimento dell’esperienza di Syriza tornare alla dimensione nazionale comporterebbe una regressione pericolosa.

Ma ora si tratta di capire su quale piano DIEM25 agirà, perché finora non è tanto chiaro, come dimostra il nome stesso dell’esperimento. Si può ancora usare la parola “democrazia”? Io credo di no.

Fondato sulla costruzione di un sistema di automatismi finanziari cui la dinamica sociale deve in ogni caso sottomettersi, il modello europeo ha distrutto la possibilità stessa della democrazia, qualunque cosa questa parola significhi. Chi ha seguito le vicende greche negli ultimi anni sa bene che proprio nella terra in cui la parola democrazia venne originariamente coniata e vissuta venticinque secoli fa, la realtà della democrazia è stata cancellata. Da quando Georgi Papandreou venne costretto alle dimissioni per avere proposto un referendum sulle imposizioni economiche della troika, a quando Alexis Tsipras venne costretto a rinunciare agli obiettivi che i suoi elettori gli avevano affidato per piegare il capo davanti al ricatto della troika finanziaria, si è consumata l’ultima possibile illusione democratica.

Dunque è giusto partire dalla parola democrazia per parlare dell’attuale situazione europea, ma solo per ricordarci che l’Unione ha cancellato quel valore non solo dal presente ma anche dal futuro immaginabile.

Guardiamo quel che è diventata l’Europa nei pochi mesi che sono seguiti all’umiliazione del governo Tsipras e hanno accompagnato l’espansione della guerra mediterranea. L’Occidente ha finanziato e armato quella guerra sperando che si consumasse lontana dalle nostre città. Si sono creati quartieri ghetto per contenere gli immigrati che si possono sfruttare ma non integrare. Il risultato è che intere zone del territorio europeo sono ora un focolaio di quella guerra che divampa proprio nel cuore delle nostre città.

Era facile prevederlo e lo avevamo previsto in tanti: se l’Unione persegue una politica di austerità per realizzare un programma di privatizzazione, finirà per impoverire la società europea. Se la società verrà impoverita, finirà per ribellarsi contro l’Unione e cresceranno i fronti nazionali.

L’Europa è morta nella mente della maggioranza dei cittadini europei, e il nazionalismo diviene forza prevalente.

Il gruppo dirigente europeo, composto da conformisti esperti solo nell’arte del rastrellare risorse altrui ma ignoranti di tutto il resto, ha portato l’Unione alla disgregazione, alla paralisi, e oggi all’infamia. L’accordo che le autorità europee hanno raggiunto con il governo turco non si può definire altrimenti. Non ci importa sapere che le guerre che dilaniano il Medio Oriente sono l’eredità del colonialismo europeo. Non ci importa sapere che la precipitazione della guerra civile è conseguenza delle recenti guerre che l’Amministrazione Bush e i suoi alleati inglesi e francesi hanno scatenato in Afghanistan Iraq Siria e Libia. Non ci importa sapere che milioni di persone stanno fuggendo la guerra che noi abbiamo contribuito a scatenare e stanno fuggendo la miseria che noi abbiamo contribuito a coltivare.

Ci importa soltanto che quegli stranieri non mettano in pericolo la nostra vita, la nostra economia, la nostra sicurezza. Perciò abbiamo chiuso gli occhi davanti al montare di un’ondata migratoria che negli ultimi venti anni è andata crescendo alle nostre frontiere sud-orientali, abbiamo chiarito che l’Europa accoglie chi accetta di essere sottoposto a condizioni semi-schiavistiche, ma è una fortezza chiusa a tutti gli altri, a cominciare dai figli e dalle mogli dei nostri schiavi islamici o africani.

Ma ora la guerra ci costringe a capire che l’ambiguità non funziona.

Infuriati per la miseria e la disoccupazione che le politiche austeritarie hanno prodotto, i buoni popoli europei riscoprono la croce uncinata che avevano nascosto in cantina, e preparano nuovi campi di concentramenti per i nuovi ebrei. In Polonia il partito del piccolo mostro Kazinski ha vinto le elezioni con un programma operaista di difesa del salario, delle pensioni e delle condizioni di lavoro, come fece il partito di Hitler negli anni che precedettero la sua democratica vittoria alle elezioni del 1933.

Come negli anni ’30 il razzismo e il nazionalismo sono diventati l’unica difesa credibile degli interessi vitali della società, aggrediti dal capitalismo finanziario globale. Ma siccome per ragioni estetiche non ci piace costruire campi di concentramento sul nostro territorio abbiamo deciso di appaltarne la costruzione al sincero democratico Erdogan. Non importa che questo signore ripercorra la strada che un secolo fa portò i fascisti turchi a sterminare il popolo armeno. Non importa che rafforzi il consenso nazionale bombardando le zone in cui vive la minoranza curda. Non importa che arresti i giornalisti dissidenti, e che identifichi gli intellettuali con i terroristi. Quel che importa è che si faccia garante del rispetto della nostra frontiera.

Ora Varoufakis, l’ex Ministro delle Finanze del governo Tsipras, forte dell’odio di cui lo onorano i burocrati del sistema bancario, apre una prospettiva nuova: battiamoci contro l’austerità senza abbandonare la dimensione europea.

E’ il punto di partenza di cui abbiamo bisogno.

Ma se è giusto dire che l’austerità ha ucciso la democrazia, non è utile proporre la democrazia come oggetto da restaurare. La parola democrazia è svuotata di senso e l’uso di questa parola è indizio di un vuoto concettuale.

Perché la democrazia funzioni occorrono due condizioni: la prima è libertà e la seconda è l’efficacia della volontà politica del popolo, o almeno della maggioranza. Entrambe queste condizioni sono venute meno negli ultimi decenni. La volontà non è libera quando è modellata da macchine mediatiche la cui funzione è costringere la società a piegarsi al dominio finanziario.

La volontà politica non ha più alcuna efficacia quando nello spazio sociale agiscono automatismi di tipo tecnico e linguistico la cui velocità e potenza la mente umana non può controllare, come gli automatismi finanziari.

Non credo che costruiremo niente di significativo se ci proponiamo di restaurare la democrazia, anche perché la democrazia sta nella volontà della maggioranza, e allora oggi in Europa la democrazia è il fascismo di Orban e di Jazinski, e in America rischiamo di scoprire presto che la democrazia si chiama Donald Trump.

Dunque come si può usare il contenitore proposto da Varoufakis?

Di cosa abbiamo bisogno? Abbiamo bisogno di una piattaforma che ci permetta di coalizzare le forze di quell’esigua minoranza che nella macchina produttiva svolge la funzione decisiva: la funzione di programmare la macchina sociale.

La maggioranza è stata privata di ogni forza e di ogni intelligenza. Dobbiamo diventare il punto di riferimento di quella minoranza che possiede la forza e l’intelligenza, ma non riesce a metterle insieme. Quella minoranza è il lavoro cognitivo, gli ingegneri e gli artisti la cui cooperazione avviene in condizioni che sfuggono agli uni e agli altri.

C’è un esempio che possiamo seguire, in questa direzione, è l’esempio di

WIKIleaks, cooperazione autonoma di una sezione del lavoro cognitivo.

Dobbiamo essere la forza del lavoro intelligente, ricomporre il cervello che si trova nei centri di ricerca di calcolo e di progettazione con il corpo sociale disperso, isolato e sofferente.

Quel che occorre è una piattaforma tecnica e progettuale che permetta agli ingegneri e agli artisti di smantellare e di riprogrammare la macchina che ha preso il posto del governo politico.

Credo che dobbiamo abbandonare l’illusione democratica e prepararci ad attraversare un decennio di oscurità di miseria e di guerra. Ma nell’oscurità del tempo che ci attende, dobbiamo costruire la piattaforma per il sabotaggio e la riprogrammazione.

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2 Risposte a Costruire la piattaforma

  1. maurizio martinelli scrive:

    Condivido l’analisi in cui mi manca però un accenno al dissidio (conflitto apparente?) tra Turchia e Russia. Sulla conclusione mi chiedo: non è possibile una convergenza tra la proposta di Varoufakis e la tua? (magari dando un nome diverso alla “democrazia” – in cui ad esempio non valga più soltanto il principio della maggioranya dei singoli ma vi si aggiunga quella delle diverse posizioni…)

  2. maurizio martinelli scrive:

    forse la democrazia può riacquistare un senso se si abolisce il sistema dei partiti e la si applica (con referendum) ai quesiti posti dal gruppo della piattaforma…

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