Uwe Johnson (1934-1984) gilt bis heute als derjenige deutsche Autor, der die Spaltung Deutschlands und seine Folgen für den Einzelnen am konsequentesten ins Zentrum seines Schaffens gestellt hat (Foto undatiert). 2014 ist Johnson-Jahr: Er wurde vor 80 Jahren geboren, am 20. Juli 1934, und am 24. Februar ist sein 30. Todestag. Im Jubiläumsjahr wird unter anderem Ende Mai in Rostock mit einer internationalen wissenschaftlichen Tagung an ihn erinnert: "Von Zeit zu Zeit lese ich alles noch einmal. Uwe Johnson und der Kanon". (Siehe epd-Feature vom 20.02.2014)

Andrea Cortellessa

A due anni di distanza dalla pubblicazione del Terzo volume dei Giorni e gli anni, coll’uscita del Quarto nelle scorse settimane, L’orma editore ha vinto una scommessa che, nelle premesse, appariva tutt’altro che scontata. Come ben ricostruisce Michele Sisto, se Johnson era stato un autore-simbolo della prima Feltrinelli, che negli anni Sessanta lo introdusse al pubblico italiano per il tramite fondamentale di Enrico Filippini e, due anni dopo l’uscita dell’originale, nel 1972 pubblicò il primo volume di Jahrestage (nella traduzione di Bruna Bianchi) col titolo Anniversari (ma sintomaticamente già allora non proseguì nell’intrapresa, coi successivi volumi usciti in tedesco nel ’71 e nel ’73), e se già nel 2002 investire sul suo nome cambiava completamente di segno, per la stessa Feltrinelli che, su spinta stavolta di Michele Ranchetti, metteva in cantiere una nuova traduzione integrale della colossale tetralogia affidandola a Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini, l’abbandono dell’intrapresa dopo la pubblicazione del Secondo volume, nel 2005, rappresentava il segno più preciso del tempo in cui l’editoria è (solo) A scopo di lucro (come dieci anni prima s’era intitolato il suo manifesto, a firma di Franco Tatò – all’epoca AD di Fininvest e Mondadori – uscito da Donzelli).

Un caso parallelo a quello di Johnson, presso la tradizionale rivale Einaudi, è quello del non meno grande Michel Leiris: anche lui autore di una tetralogia, La règle du jeu, pubblicata in Francia in tempi molto più laschi di quella di Johnson (dal ’48 al ’76) ma a sua volta destinata a interrompersi, per i lettori italiani, al Secondo volume (Carabattole, tradotto dal compianto Ivos Margoni nel 1998, nella poi perenta NUE). Nel frattempo però lo Johnson «italiano» (a differenza forse di Leiris) è divenuto, per la nostra cultura, forse più importante di quanto fosse stato per quella degli anni Sessanta, che aveva avuto fra i suoi punti di riferimento Congetture su Jakob e Il terzo libro su Achim (a loro volta fattesi, ormai, delle rarità per bibliofili). Il «caso» di Roberto Saviano, di cui parla Sisto, non è che il più clamoroso: non c’è dubbio, per esempio, che altri due narratori almeno altrettanto importanti, come Giorgio Falco e Davide Orecchio (autori entrambi di importanti recensioni alle «uscite» italiane di Johnson), abbiano guardato con estremo interesse ai Giorni e gli anni. Che oggi a doversi far carico di un compito di tale rilevanza culturale sia, anziché una major come Feltrinelli a tutt’altro affaccendata, una sigla piccola per quanto raffinata come L’orma la dice, sulle condizioni della nostra editoria, non lunga: lunghissima.

Del resto, come a sua volta ottimamente ricostruisce Anna Ruchat (che ringraziamo anche per aver scovato e tradotto un raro autocommento di Johnson alla sua opera, quando era ancora ben lungi dal concludersi peraltro), I giorni e gli anni aveva finito per diventare un incubo per lo stesso autore: il quale, dopo aver pubblicato i primi tre in rapida successione, ritardava all’infinito la consegna di un Quarto e conclusivo che, oscuramente, egli sapeva forse destinato a coincidere con la fine non solo dell’opera – ma, anche, dei suoi giorni. L’editore Unseld, contro i propri stessi interessi, lo invita a lasciar perdere; ma Uwe Johnson non era il tipo da arrendersi. Il Quarto volume esce nel 1983 e l’anno dopo, in effetti, il suo autore esce di scena.

È una storia questa, di sacrificio prometeico e totale fusione di vita e opera, che nulla ha da invidiare alle biografie letterariamente «eroiche» della prima metà del secolo – a quelle di Proust, Joyce o Gadda, si vuol dire. Per un editore che voglia essere degno di questo nome, votarsi a farsene testimoni – contro ogni calcolo di «lucro» – non è, non dovrebbe essere, l’ossessione di un aficionado più o meno maniaco. Dovrebbe essere quello che oggi nessuno forse può, e certo nessuno vuole, assolvere: un servizio pubblico.

Uwe Johnson

I giorni e gli anni (20 giugno 1968-20 agosto 1968)

traduzione di Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini

L’orma, 2016, 519 pp., € 26

Uwe Johnson (Foto di Heinz Lehmbacker)Com’è che ho scritto I giorni e gli anni

Uwe Johnson

La risposta più sincera è: non stavo cercando questo libro. Avevo scritto tre libri e mezzo, avevo vissuto quasi sempre in Germania e avevo tutte le ragioni per desiderare una pausa, un addio. Così me ne andavo in giro e chiedevo alle persone se avessero dei posti di lavoro in America da distribuire e se ne avrebbero passato uno anche a me. Il problema era il seguente: avevo fatto due viaggi negli Stati Uniti, viaggi del tipo. Tu sali in cattedra, la gente è interessata alla letteratura tedesca allora gli leggi qualcosa ad alta voce, ovviamente noi all’estero possiamo sempre addurre la scusa che solo l’autore sa esattamente quali dimensioni ritmiche, acustiche ha effettivamente pensato scrivendo quel testo.

I viaggi sono stati due, dopo di che avevo visto qualcosa del paese, l’America, ovvero esattamente ciò che uno vede dal finestrino dell’autobus che lo porta dall’aeroporto alla camera d’albergo o quello che succede tra i monumenti e l’aeroporto. Tutto ciò che non avevo potuto vedere mi rese curioso del paese e mi venne in mente anche una teoria un po’ stupida secondo la quale da molti punti di vista l’America di oggi sarebbe il nostro futuro. Volevo verificare. Ma le persone non credevano che io volessi lavorare davvero. Mi dicevano sì, certo, venga da noi all’università a insegnare scrittura, in particolare scrittura creativa: ma siccome io so dal mio passato come si impara a scrivere, non credo affatto che lo si possa insegnare a qualcuno. Mi sono state offerte molte opportunità di quel genere; ma alla fine qualcuno mi ha creduto e ha detto che avrei potuto lavorare come redattore presso una casa editrice di libri scolastici. Mi accertai che non si trattasse di un regalo e che non fosse un posto creato apposta per me.

All’inizio ebbi più o meno esattamente quel che volevo: dovetti cercarmi da solo una casa dovetti abituarmi all’idea che anche lì c’erano le dichiarazioni dei redditi da compilare e che in questo modo avrei imparato qualcosa sulla mentalità della gente del posto, non la gente che si trova per strada, ma la gente negli uffici. […] Anche in questo caso, della città, non vidi molto più di prima, e solo dopo nove mesi mi svegliai; e questo accadde perché avevo capito che ora conoscevo una cosa che non era stata mia intenzione conoscere: la situazione degli impiegati in una città come New York. Di per sé era un sapere troppo specifico, inutilizzabile, ma non potevo trascurarlo. E a quel punto mi venne in mente che c’era una persona che conoscevo che abitava in città: era una persona di nome Gesine Cresspahl. Una volta, in un libro dal titolo Congetture su Jakob avevo descritto tre settimane della sua vita, certo, era pochissimo. Di fatto lei esisteva e basta, non aveva un passato. E come accade quando si inventa una persona – perché non la si inventa solo per il momento di cui si sta raccontando, ma la si vuole un po’ più compiuta, dunque non solo il taglio del viso (in questo caso un viso un po’ slavo, perché viene dal Meclemburgo) –, sapevo anche alcune altre cose di lei.

Conoscevo il suo anno di nascita: il 1933, sapevo com’era la storia della sua famiglia e conoscevo anche alcune particolarità della sua persona, per esempio quella di sottrarsi a determinate conversazioni come quelle sul matrimonio, o che se non altro leggeva il giornale cosa che per me si spiega col fatto che fino al 1953 aveva vissuto in Meclemburgo e che non era rimasta lì solo perché quella era la sua patria, perché c’erano gli amici o gli amori. Era rimasta lì anche per il particolare genere di socialismo che veniva sperimentato sulle persone in quei luoghi quando la zona di occupazione sovietica si trasformò nella DDR. Queste cose le sapevo. Ma sapevo anche che lei aveva appreso il socialismo a scuola, ovvero il socialismo come componente dell’antifascismo e come teoria, e che gli studenti delle scuole superiori di allora, i maturandi del 1952, anche nella DDR, si consideravano un’élite e non ritenevano necessario andare a vedere come fosse il «socialismo per le strade», come funzionasse insomma davvero in una fabbrica o in una cooperativa di produzione agricola, e cosa succedesse lì, alla gente.

Si trattava dunque di un marxismo con scarse fondamenta, insomma da un punto di vista teorico era perfetto [...] ma in pratica non valeva niente, e quando in quello Stato i lavoratori e i contadini decisero di rivoltarsi contro il governo per i gravi maltrattamenti subiti, ecco che la sua idea del socialismo andò in pezzi e lei si ritenne personalmente offesa dal fatto che il socialismo agisse a quel modo e sparasse con i carri armati sulla propria gente – lei aveva vent’anni. Fece la cosa più stupida che potesse fare, si lasciò prendere dal panico e andò nell’unico luogo al mondo per il quale non era adatta – andò in occidente dove certo non l’avevano attratta i fondamenti del fascismo che lì erano rimasti – andò in un luogo di cui, come aveva studiato, vi sarebbero state delle crisi cicliche e la necessità di queste crisi e la decadenza di quella società – e lì rimase. Perché chi se ne va dal socialismo, non torna indietro, in ogni caso non torna rimanendo quello che è.

Tutto questo io lo sapevo. Lei prese un piccolo diploma di lingue, perché nella DDR avrebbe potuto continuare a studiare, mentre in occidente non aveva soldi. Poi lavorò per un po’ in un ufficio e poi ebbe una bambina. A quel punto il mondo le parve così pieno di incertezze che andò a lavorare in banca, insomma spediva lettere commerciali in lingue straniere ad altre banche e imparò un po’ la terminologia e poi a un certo punto nel 1961 la sua banca «per gratitudine» la mandò negli Stati Uniti. Lì dovette imparare i trucchi più sottili per moltiplicare, guadagnare e abbellire il denaro, cosa in cui per un po’ si diede anche da fare, finché poi di colpo non disertò. A quel punto fu licenziata. Dopo una pausa trovò un’altra banca, che questa volta non aveva legami con la Germania, studiò un po’ di economia alla Columbia University e alla fine si ritrovò lì dove aveva cominciato, era di nuovo segretaria per le lingue straniere presso una banca. Tutto questo mi è tornato in mente. Certo, lei è una persona abbastanza inventata, non è registrata all’anagrafe, me la sono semplicemente immaginata.

Dunque in quel momento eravamo nel 1966/67. Mi chiesi dove potesse abitare Gesine a New York […] L’inizio naturalmente fu sbagliato. Nell’agosto del 1967 mi trovavo al mare, la sera, e mi dissi, perché non cominciare ora, ed era il 20 agosto 1967. Ed ecco che avevo già il titolo Jahrestage [«I giorni dell’anno»]. I 365 giorni dell’anno. E cominciai con la descrizione di quel mare, che avevo visto nel New Jersey, e riuscii effettivamente a finire il primo capitolo, quel lunedì dopo la domenica. Pensai: il martedì scrivi il capitolo sul lunedì, il mercoledì il capitolo sul martedì… e poi passa un anno e hai i tuoi 365 capitoli. Quando però avrei dovuto finire il 365esimo capitolo, a mala pena ne avevo scritti venti. Inoltre la realtà, con i suoi modi gentili, mi aveva fornito una conclusione che non mi piaceva: mi aveva fornito due assassinii eccellenti, quelli di J.F. Kennedy e di Martin Luther King – questo non l’avevo messo in conto.

Mi aveva fornito poi anche la progressiva democratizzazione del socialismo in Cecoslovacchia e un interesse della banca presso la quale lavorava Gesine, per la Cecoslovacchia in quanto Paese beneficiario di crediti. L’esperta Gesine Cressphal viene incaricata della preparazione del prestito finché poi, con l’invasione delle truppe sovietiche, per la banca rimane tutto come prima. Ma per la Cecoslovacchia non rimane tutto come prima, perché con un credito miliardario proveniente dai paesi capitalisti avrebbero potuto sistemare diverse cose nell’ industria del metallo leggero, nei trasporti – insomma, loro avevano perso qualcosa. E questa Gesine, che avrebbe fatto volentieri quel nuovo lavoro, perché era un lavoro per la banca ma anche per il miglioramento del suo socialismo, al quale teneva fin dall’infanzia, anche lei, aveva perso qualcosa nel momento in cui i sovietici erano entrati in Cecoslovacchia, un’evenienza che lei, fino all’ultimo, non aveva voluto mettere in conto.

traduzione di Anna Ruchat

da Uwe Johnson, Wie es zu den Jahrestagen gekommen ist [«Com’è che ho scritto gli Jahrestage»]. Il testo da cui è tratto il brano qui tradotto è uscito da Suhrkamp nel 1974 in un libro a cura di Eberhard Falke, inedito in italiano, dal titolo Ich überlege mir die Geschichte, Uwe Johnson im Gespräch [«Ragionamenti sulla storia. Conversazioni con Uwe Johnson»] e da lì è stato ripreso nel libretto che accompagna i due DVD, pubblicati dallo stesso Suhrkamp, con la serie televisiva che Margarethe von Trotta ha tratto da Die Jahrestage (2000).

A.R.

Uwe Johnson, libretto universitario_Archivio della Biblioteca Universitaria di Rostock (picture alliance_fotografia di Bernd Wustneck)Gesine c’est moi

Anna Ruchat

È uscito da poco (a soli due anni di distanza dal precedente) il quarto e ultimo volume dei Giorni e gli anni, l’opera di una vita dello «scrittore delle due Germanie» Uwe Johnson che L’orma e i due traduttori Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini hanno finalmente reso disponibile nella sua interezza per il pubblico italiano. Si completa così anche in italiano l’architettura di uno dei romanzi più densi e innovativi del Novecento: la storia della trentaquattrenne Gesine Cressphal – originaria di Jerichow, nella regione baltica del Meclemburgo – impiegata di banca che vive a New York con la figlia Marie di dieci anni. La vicenda degli Jahrestage prende avvio il 21 agosto del 1967 e procede col ritmo di un diario fino al 20 agosto del 1968, intercalando alle annotazioni giornaliere le narrazioni della memoria che riguardano l’epoca nazista nella cittadina inventata di Jerichow, i primi anni della DDR nella stessa regione e la vita nella Germania occidentale. Ma la complessità del romanzo non si limita ai diversi piani temporali; riguarda invece anche le diverse forme narrative che comprendono le citazioni dal «New York Times», di cui Gesine è un’appassionata lettrice, così come i dialoghi tra la figlia Marie, Gesine e il suo amico Dieter Erichson o i dialoghi in corsivo di Gesine con Jakob, padre di Marie – morto prima della sua nascita per un incidente o un attentato, o forse per suicidio – e con altre persone defunte, il racconto in prima o in terza persona della storia della famiglia Cressphal, documenti originali. Alla varietà delle forme narrative corrisponde anche una straordinaria complessità di registri e di linguaggi – di impervia resa in traduzione (Per chi fosse interessato alle questioni che riguardano la traduzione de I giorni e gli anni si veda la scrupolosa disamina di Paola Quadrelli, Inventività linguistica e virate gratuite. In questo quarto volume le «virate gratuite» sono assenti rimane tuttavia la discutibile scelta dell’uso del dialetto toscano).

Mentre i primi tre romanzi della saga storica e familiare «dalla vita di Gesine Cressphal» (come recita il sottotitolo originale) vengono scritti e pubblicati con regolarità tra il 1970 e il 1973, la stesura del quarto volume si protrae per quasi dieci anni a causa di una grave crisi matrimoniale che, iniziata nel 1975, porterà Johnson alla rottura del sodalizio con la moglie Elisabeth e con la figlia. Come è accaduto in ambito cinematografico (e con altre modalità) a un altro grande del Novecento tedesco, Rainer Werner Fassbinder, nato poco più di un decennio dopo, Uwe Johnson si lascia attraversare dalla storia tedesca, dalle sue contraddizioni e incongruenze, mettendosi in gioco in prima persona, tanto da ridurre sempre più la distanza tra sé e la materia narrativa. Questo accade soprattutto durante la stesura del quarto volume: quando lo scrittore, che dal 1973 vive in Inghilterra, a Sheerness-on-Sea, si va progressivamente isolando fino a farsi man mano fagocitare dal suo stesso lavoro, dal suo personaggio. Gli amici Günter Grass e Max Frisch sono preoccupati. Il suo editore Siegfried Unseld, auspica addirittura l’abbandono degli Jahrestage: «Uwe Johnson. Una lunga storia» scrive, a Günter Grass nell’agosto del 1977 «è difficile se non impossibile aiutarlo […] Ora vuole togliersi il fardello dell’ultima parte degli Jahrestage, anche se io gli ho già detto più volte di non farlo e di lasciare che l’impresa degli Jahrestage rimanga tronca, come tronca è la Germania che lui descrive».

Ma Johnson non desiste. Il sempre più precario equilibrio tra identità e distanza, che è una delle caratteristiche più affascinanti del suo romanzo – il continuo passaggio dal tu all’io alla terza persona, che disorienta il lettore e lo costringe a chiedersi chi stia parlando – è ormai per lui l’unica modalità per stare nella scrittura (e nella vita). Così la tetralogia per nostra fortuna non rimarrà tronca e Johnson non abbandonerà quel grande aratro della verità nella storia e nelle storie che è il suo romanzo.

In quest’ultima parte del grandioso progetto, che riguarda il periodo dal 20 giugno al 20 agosto 1968, quando Gesine prepara il suo viaggio a Praga dove va per conto della banca ma anche, come scrive Johnson stesso nel testo qui pubblicato, «per il miglioramento del suo socialismo», mentre la figlia Marie la interroga, sempre più consapevole, sul proprio passato. Per quanto riguarda il passato di Gesine, questo è il volume dedicato anche ai difficili anni della scuola nella DDR. Intanto in Cecoslovacchia il confronto tra le parti si fa sempre più duro e, nella durezza, ridicolo: «Il Politbüro sovietico, per lo più latitante, è risalito ieri mattina alla luce del giorno forte di nove uomini in quindici vagoni letto verniciati di verde che dal confine di Chop sono stati trainati da una locomotiva diesel rossi/giallo/verde sul territorio della Cecoslovacchia in una zona agricola a barbabietole e grano, fino a Cierna, capodelegazione era Leonid I. Bresnev, salutato all’arrivo nell’edificio di mattoni a vista della stazione da Alexander Dubcek e quindici stretti collaboratori. Baci? Abbracci? Niente di tutto questo. Tre ore e mezzo di consultazioni, poi ogni delegazione ha mangiato ammodino per conto suo sul rispettivo treno».

Pezzi di realtà che galleggiano nel mare della narrazione: così Johnson si spinge oltre la congettura e arriva a convocare sulla pagina le diverse verità storiche e personali, convinto com’è che siano i dettagli a fare la realtà. Assumendo la posizione del testimone e calandosi completamente nel mondo fittizio che crea, e che per lui ha carattere di «verità storica», interroga con sottile ironia le contraddizioni del suo tempo e di quel socialismo reale di cui critica l’evoluzione autoritaria senza però rinunciare a una visione marxista. Ma il canale della comprensione, o meglio dell’acquisizione dei movimenti interni alla storia, non è mai quello analitico bensì quello emotivo: «Il ricordo non veniva», si legge nel quarto volume dei Giorni e gli anni, «solo s’accendeva un minuto di qualcosa che forse si spaccia per passato. Ciò che lei [Gesine] però cercava era l’accesso a tutto quel tempo trascorso, la via che da un’intermittenza del cuore portava alla luce di allora». La questione della memoria viene riformulata; i fatti di volta in volta ripescati dal passato e incastonati nelle vicende del presente senza spiegazioni, senza stabilire nessi, semplicemente giustapposti, costituiscono la terra su cui può crescere il futuro che è Marie.

«Caro Frisch», scrive il 3 ottobre 1979 all’amico Max, «mi manca di nuovo quel coraggio che pertiene ad ogni scrittura» (il carteggio fra i due scrittori è uscito da poco in italiano a cura di Mattia Mantovani, presso l’editore svizzero Armando Dadò, col titolo Una difficile amicizia). Il silenzio lo inghiotte, ma la storia di Gesine incalza: lunghi periodi di blocco creativo si alternano, tra il 1975 e il 1983, a brevi fasi di intensa scrittura. Prova estrema della volontà imprescindibile di testimoniare attraverso la letteratura, questo quarto volume spalanca le porte su un futuro che comunque non può prescindere dal tradimento politico, personale, esistenziale: il tradimento, presunto o perpetrato, nei confronti del padre di Johnson deportato in Unione Sovietica dove era morto nel 1946. Il tradimento del marxismo da parte del socialismo reale, il tradimento degli Stati Uniti in Vietnam o con i neri, il tradimento, vero o presunto, di Elisabeth…

Il quarto volume degli Jahrestage si conclude alla vigilia dell’arrivo di Gesine e Marie a Praga, il giorno dell’intervento dei carri armati sovietici. Gesine e Marie vanno verso il mare su una spiaggia della Danimarca, e lì avviene l’identificazione definitiva dell’autore coi suoi personaggi: «Andando lungo il mare siamo arrivati nell’acqua. Il rumore della ghiaia contro i malleoli. Ci tenevamo per mano: una bimba; un uomo in cammino verso il luogo dove sono i morti; e lei, la bimba ch’ero io».

Johnson muore per un infarto, presumibilmente nella notte tra il 23 e il 24 febbraio 1984. Il corpo viene ritrovato solamente il 13 marzo.

Uwe Johnson per tutti

Michele Sisto

Entri in libreria, da Assaggi a Roma, ma potrebbe essere Lettera 22 a Mesagne o Comunardi a Torino, e vedi sul bancone il quarto volume dei Giorni e gli anni di Uwe Johnson. Sussulti: fi-nal-men-te. Vorresti scrivere all’editore, mandargli un telegramma, due dozzine di rose. Entusiasmi eccessivi? Non per gli happy few che questo libro lo aspettavano da quarantacinque anni. Una piccola costellazione di lettori, critici, scrittori, germanisti, storici, giornalisti, che di quest’opera hanno seguito (e in parte fatto) la storia. E poiché poche altre vicende come quella della traduzione dell’opus magnum di Johnson illuminano i mutamenti dell’editoria e della letteratura italiane negli ultimi decenni, vale la pena di ripercorrerla.

È il 1959 quando la critica letteraria tedesca acclama i romanzi di due esordienti presentati alla Fiera di Francoforte: Il tamburo di latta di Günter Grass, scritto a Parigi da un tedesco di Danzica che di lì a poco avrebbe scelto Berlino (Ovest) come città d’elezione, e Congetture su Jakob di Uwe Johnson, nato anch’egli in un porto del Baltico divenuto nel frattempo polacco, Cammin, e insediato a Berlino (Est). Gli editori italiani si contendo le due star? Nient’affatto. Ed è perfettamente normale, perché in Italia Grass e Johnson sono due perfetti sconosciuti, e gli editori sanno benissimo che gli scrittori tedeschi vendono poco. Ma (ce lo hanno spiegato addetti ai lavori come André Schiffrin) l’editoria è un’industria sui generis: risponde non solo alla logica economica, ma anche a quella che Bourdieu chiama logica specifica, o letteraria. Ci possono essere buone ragioni per tradurre un libro, con i costi che comporta, anche sapendo che non sarà un affare: si può decidere di far prevalere l’interesse simbolico su quello economico. È questa tensione a far sì che alcuni editori si facciano un nome, accontentando non solo la massa ma anche, quale più quale meno, gli happy few.

Chi era a fari portavoce dell’interesse simbolico, ovvero dei valori specificamente letterari, nell’editoria di allora? Nel 1959 in Mondadori abbiamo Elio Vittorini, Vittorio Sereni e, per la letteratura tedesca, Lavinia Mazzucchetti; in Einaudi Italo Calvino, Natalia Ginzburg e, per la letteratura tedesca, Cesare Cases; in Feltrinelli Giorgio Bassani (ancora per poco), Valerio Riva e, per la letteratura tedesca, Enrico Filippini. Mazzucchetti e Cases, che condividono poetiche legate al realismo degli anni Trenta e hanno trovato il loro autore in Thomas Mann, scartano Grass e Johnson senza rimpianti, infastiditi dalla «logorrea barocca» del primo e dal «confuso prospettivismo» del secondo. Il più giovane Filippini invece, che aderisce alla neoavanguardia – tanto che di lì a poco sarà lui a trovarle, in Germania, il nome di battaglia: Gruppo 63 –, ha invece tutto l’interesse a presentarsi come sostenitore di una nuova letteratura, e così persuade l’assai scettico Giangiacomo Feltrinelli ad acquistare e lanciare i due sconosciuti giovani tedeschi. Congetture su Jakob viene tradotto dallo stesso Filippini e pubblicato nel 1961 nella collana, «Le Comete», dove usciranno di lì a poco Capriccio italiano di Sanguineti e il volume Gruppo 63: la nuova letteratura, curato da Nanni Balestrini e Alfredo Giuliani. Acclamato sul «Verri» e sostenuto al Premio Internazionale degli Editori da Elio Vittorini nel periodo di maggior apertura del suo «Menabò» alla neoavanguardia, Johnson arriva in Italia sotto le insegne di quella «letteratura sperimentale» che intendeva relegare in soffitta le «Liale» del neorealismo.

Furono questi, dunque, i few che ebbero interesse a far esistere Johnson in Italia: uno scrittore come Filippini, in cerca di alleati di prestigio internazionale per il suo gruppo e di modelli per la sua ricerca poetica antirealista; un editore come Feltrinelli, che per quanto già affermato grazie ai casi del Dottor Živago e del Gattopardo aveva fondato la sua casa da appena sei anni; ma anche scrittori-editori aperti alle istanze dei nuovi entranti, come Vittorini. È un interesse, come si vede, tutto letterario, anche se nell’anno della costruzione del muro di Berlino qualche copia di Congetture su Jakob viene smerciata anche grazie ai giornali che presentano Johnson come «scrittore delle due Germanie». Per tutti gli anni Sessanta Johnson è dunque, insieme a Grass, l’autore tedesco di punta di Feltrinelli, che accanto alla Trilogia di Danzica pubblica Il terzo libro su Achim (1963) e Due punti di vista (1970).

Nel ’68 però la contestazione studentesca e operaia fa apparire obsoleta l’ipotesi neoavanguardistica che la sovversione del linguaggio possa innescare la rivoluzione sociale, e induce molti intellettuali ad abbandonare militanza letteraria per quella politica: caso estremo proprio Giangiacomo Feltrinelli, che entra in clandestinità per organizzare Gruppi di Azione Partigiana. Si consuma così il divorzio tra la casa editrice e il Gruppo 63. Anche Filippini lascia via Andegari proprio mentre Johnson, a New York, comincia a lavorare a Jahrestage, i cui quattro volumi escono rispettivamente nel 1970, ’71, ’73 e ’83. Il primo viene comunque tradotto, ed esce nel 1972 col titolo Anniversari, nei «Narratori» Feltrinelli: accanto a Interrogatorio all’Avana di Enzensberger, Prima del calcio di rigore di Peter Handke (altri autori portati in Italia da Filippini), Storie naturali di Sanguineti e Vogliamo tutto di Balestrini. La traduzione è affidata a Bruna Bianchi, che in quegli anni dà una voce italiana a Handke, Enzensberger e Martin Walser per Feltrinelli, ma anche a Grass, che Giangiacomo smette di pubblicare da quando ha messo a sostenere il socialdemocratico Brandt, troppo poco radicale per lui. Alla morte dell’editore, nel 1972, è un’emorragia: dopo Grass, anche Enzensberger, Frisch, Dürrenmatt passano a Einaudi, Handke a Garzanti, Bachmann ad Adelphi. Johnson scompare a sua volta dal catalogo Feltrinelli, ma non viene accolto da altri editori.

L’interesse simbolico dev’essere davvero grande per gettarsi nell’impresa di tradurre quasi duemila pagine di prosa, e della più ardita. Johnson resta dunque assente dalla scena letteraria italiana (con la meritoria eccezione di Un viaggio a Klagenfurt, voluto da Luigi Reitani per SE nel 1988), finché a raccogliere il testimone di Filippini non arriva Michele Ranchetti. È lui a persuadere Feltrinelli a ripubblicare prima Congetture su Jakob nel 1995 poi, col nuovo titolo I giorni e gli anni, Jahrestage, di cui tra il 2002 e il 2005 escono, in una nuova traduzione, i primi due volumi. Questa volta l’interesse specifico non è tanto letterario quanto etico-storico. Ranchetti, che pure ha lavorato per Feltrinelli, dirigendone nei primi anni Sessanta la catena di librerie, ed è egli stesso poeta apprezzato tra l’altro da Fortini, è professore di storia della chiesa all’università di Firenze, traduttore delle opere di Freud e Wittgenstein e studioso del pensiero di Benjamin. A interessarlo è l’«estremo rigore, morale e formale», quell’«esigenza di chiarezza intellettuale che poi è chiarezza anche etica», che aveva già trovato in Wittgenstein e ritroverà in Celan.

Sullo scorcio del Novecento, quando sia le poetiche engagée sia quelle sperimentali appaiono obsolete al punto che esordienti come i «cannibali» preferiscono ostentare scritture piane e un’immagine pubblica improntata all’autoironia, la terribile serietà del suo Johnson è quanto mai inattuale. Ma Ranchetti insiste. Trova due nuovi traduttori per Jahrestage, Nicola Pasqualetti e Delia Angiolini, e nell’introduzione al primo volume lo presenta, appunto, come un’opera non solo provocatoriamente estranea all’orizzonte italiano ma che «non ha confronti», perché risponde a «un’etica diversa da quella letteraria»: si sottrae alla letteratura d’invenzione per fondare un nuovo «genere», tra storia e narrativa, che trova i suoi modelli piuttosto «nella filosofia di Adorno e negli scritti di Benjamin».

È il 2002. In un momento in cui il mercato tende a relegare la letteratura entro la categoria merceologica di una fiction schematicamente contrapposta alla cosiddetta realtà (che spesso, poi, coincide col giornalismo), il modello johnsoniano di «ricerca storica in una narrazione» proposto da Ranchetti risulta attraente per i nuovissimi entranti determinati a distinguersi dalla letteratura dominante, sempre più ostentatamente «di genere»: non a caso una delle più calorose recensioni ai Giorni e gli anni è firmata, su «Nazione Indiana», da Roberto Saviano, allora impegnato a scrivere Gomorra. Ma neanche il successo di Saviano, che va a sua volta ad aggiungersi ai few in trepida attesa, induce Feltrinelli a portare a termine la traduzione, che si arresta mutila al secondo volume.

È a questo punto che entrano in scena altri due dei nostri few: Marco Federici Solari e Lorenzo Flabbi, i fondatori dell’Orma. Entrambi formatisi all’incrocio fra una cultura critico-accademica attenta alla tradizione e un mestiere di traduttori che li ha avvezzati alle logiche del mercato librario, rientrano a Roma da una peregrinazione letteraria tra Berlino e Parigi con una domanda: perché i libri più importanti di autori come Uwe Johnson e Annie Ernaux non sono tradotti in italiano? Scommettono allora sulla possibilità di tradurre le carenze della grande editoria in un’occasione per la piccola: se le case editrici maggiori trascurano sempre di più autori del secondo Novecento diventati canonici nei loro paesi, perché non partire proprio da questi per costruire un progetto editoriale originale? Si può dire che l’Orma nasca, nel 2012, con l’obiettivo di portare a termine la traduzione della tetralogia di Johnson. Per questo oggi, a distanza di quattro anni, la pubblicazione dell’ultimo volume ha il sapore di una scommessa vinta. E non solo per la casa editrice: dopo quella anglo-americana (1975-87, per Harcourt Brace Jovanovich) e quella francese (1975-1992, per Gallimard) anche la letteratura italiana ha una sua versione di Jahrestage.

Non è più lo Johnson sperimentale di Filippini, né quello etico-storico di Ranchetti. Come definirlo? Gli editori lo presentano accanto agli Anni e al Posto di Annie Ernaux nella collana di narrativa «Kreuzville Aleph», che si propone di rappresentare «l’immaginario della nuova Europa» ricostruendo «tradizioni, ragioni e furori alle radici del contemporaneo». Anche le altre due collane letterarie della casa suggeriscono un indirizzo di lettura, creando intorno ai Giorni e gli anni un contesto che va progressivamente definendosi: la nuova serie di «fuoriformato» di Andrea Cortellessa e la «Hoffmanniana» del germanista Matteo Galli (un altro dei sostenitori dell’operazione Johnson) che pubblica per la prima volta in Italia l’opera omnia di E.T.A. Hoffmann. Lo Johnson dell’Orma non ha prefazione. Forse non era necessaria. Forse non c’è, oggi, la penna in grado di scriverla. Ma il romanzo finalmente c’è. Intero. E possono leggerlo non solo gli happy few.

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Una Risposta a Uwe Johnson liberato

  1. […] volume della teralogia I giorni e gli anni di Uwe Johnson per L’Orma editore, riprendiamo da Alfabeta2 gli articoli di Andrea Cortellessa, Anna Ruchat e mio, insieme a un autocommento dello stesso […]

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