20791_origErik Negro

L’ultimo film di Fabrizio Ferraro, autore appartato ma spesso tra i più sorprendenti nel cinema indipendente italiano, ha la forma di un vortice, una spirale umana e temporale, dove due storie si intrecciano con la Storia intersecandone mille altre, tutte quelle che hanno attraversato e continuano ad attraversare il Palatino e i segni fisici della storia romana. Marta e John sono due turisti di oggi, a passeggio tra i resti di una Roma che canta la sua rovina, percezione stanca e continua dei tempi che furono, continuamente cangianti a seconda del punto di vista. Più di milleottocento anni prima anche Adriano e Alessandro erano due figure nel paesaggio, guardie di Diocleziano a scortare Sebastiano, con passi che affondano nelle catene di un terreno in cui la distinzione fra bene e male è sempre più relativa. Mentre i turisti riflettono sull’estraneità del loro passaggio, il santo nella grotta prende coscienza del proprio destino, in un baratro di silenzio sempre più denso fra tonalità che appaiono e scompaiono come la durata che definisce lo spazio. Nulla pare essere cambiato quando il tempo fa il suo giro attorno a queste quattro anime senza direzione né meta, solo Sebastiano accompagnato dalla luce del suo martirio, dopo essere stato giustiziato, può ricominciare a camminare.

È tutta una questione di pedinamento, prima spontaneo e circolare nel guardare i turisti spaesati e poi più stretto e ossessivo nelle panoramiche che seguono Sebastiano diretto verso il suo fato, costretto ad aggrapparsi alla sola inquadratura per poter (r)esistere. Ciò che ci invita a riflettere sulla vita è spesso quello che ci fa scomparire, come l’immagine di Mantegna continuamente evocata (senza mai farla apparire), che fa da contrappunto al passeggiare dei due turisti (stranieri in tempo straniero), incredibilmente sovrapposto e terribilmente distante, una sovrimpressione di esperienze dal respiro ampio quanto destabilizzante. Sebastiano, a differenza nostra, può conoscere attraverso il suo dolore lo scarto possibile di questo eterno ritorno dell’impossibilità e della scomparsa, con quel (troppo) umano e cieco affidarsi ai sensi come all’affetto stesso. Sembra essere una figura metastorica ma è estremamente comprensiva, nelle sue smorfie, nei suoi passi e infine nella sua morte, orrenda estraneità che trasuda patimento, fisicità e comprensione. Allo stesso modo Adriano e Alessandro vagano nel com-patimento continuo di quel corpo che già pare muto ma così espressivo, pronto a lottare per sempre attraverso le armate del dubbio e della ragione. Così tutta quella violenza viene ribaltata proprio nella sua drammatica necessità, attraverso la vivificazione del verbo, la realizzazione di volontà superiori che solo lo scarto del tratto umano può realizzare pur senza comprensione alcuna. Anche per questo l’ultimo lavoro di Ferraro è un piccolo film muto, a livello linguistico ma anche morale, nell’atto stesso del non voler dire, nella provvisorietà continua dell’attesa, di un’immagine come di una parola. Propone un varco, una sottile soglia in cui gettare l’occhio per cercare di comprendere.

Sembra sempre più che questo cinema svolga un senso di riconvocazione memorialistica del passato, per cercare di scardinare la corruzione del presente. Solo così ci si può interrogare nell’esperienza della vita concreta infinitamente legata alla sua rappresentazione, e sempre più indistricabilmente connessa alla percezione ripetitiva e ossessiva dell’apparenza, come simulacro vivente e in divenire della dialettica della vita. In fondo già quell’immagine iconica (e forse iconoclasta) di Mantegna aveva il diritto di esistere attraverso la luce, e solo il dare le spalle all’oscurità del sofferente volto (in quasi fermo-immagine) di Sebastiano poteva donargli quella dignità. Allo stesso modo, solo pensando alla provvisorietà stessa della vita (come all’eterna possibilità che un uomo la possa togliere ad un suo simile) può farci concepire la precarietà dell’opera, dove l’unica salvezza possibile pare essere quella drammatica e pulsante corrispondenza di sentimenti che l’immagine e la parola possono ancora conservare.

Nel finale pare essere lo sguardo stesso di Sebastiano a riportare a bianco e nero il colore, fino alla vorticosa ricerca di quella luce affannata e scomposta che da sola può rappresentare la via d’uscita, come una folle corsa verso l’ignoto che attraversa la speranza divenuta abbagliante. È tutta una questione di oblio probabilmente, quello che ci attanaglia, come il brivido che coglie i turisti (uomini di passaggio attraverso le rovine del tempo), e ci rende tutti esseri infinitamente piccoli da nemmeno poter concepire il nostro di passaggio nella storia dell’umanità; nella dialettica dell’infinito in fondo anche la morte pare essere provvisoria. Per questi e molti altri motivi SebastianO è un film spiazzante, di una libera vitalità di presenze coniugate dalle essenze, luminoso e per questo da (ri)vedere già con occhi che non paiono più essere i nostri, perché troppo abituati all’oscurità.

SebastianO

regia di Fabrizio Ferraro

Italia, 2016, 89’

Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!