Zaffarano

Michele Zaffarano in una foto di Dino Ignani

Massimiliano Manganelli

«Quando si segue il corso della poesia, funziona così: bisogna tendere la mano verso il filo dell’acqua e afferrare i dettagli, prenderli uno a uno, metterseli in tasca oppure in un fazzoletto, e appoggiarli poi sul tavolo. Tutto dovrebbe ricomporsi – o ricomporsi altrimenti». Con queste parole, contenute nella postfazione all’ultimo libro di Michele Zaffarano, Jean-Marie Gleize (da anni interlocutore assiduo dell’autore, che a sua volta lo traduce) dà conto perfettamente del modo in cui da un lato si struttura e dall’altro va letta la scrittura di questo autore. Il punto nodale è la frase conclusiva: «ricomporsi altrimenti». Perché nell’uso del cut-up che Zaffarano conduce a partire dagli oggetti della lingua e del reale (nella distanza che intercorre tra parole e cose), il prelievo, la trasformazione e infine la ricombinazione dei materiali producono altro senso (a volte semplicemente annullando quello originario).

È assente, in questa scrittura, un’intenzione puramente distruttiva. L’ironia, che Zaffarano adopera spesso, non assume mai toni realmente sarcastici; piuttosto, ha lo scopo di prendere le distanze dalla propria materia, è un invito – che l’autore rivolge in primo luogo a sé stesso – a non prendersi troppo sul serio. Si può dire che questa ironia agisce al contempo su due piani, quello semantico e quello strutturale. Il primo è maggiormente evidente, per esempio nella «rappresentazione» di situazioni piuttosto surreali o nell’accostamento di termini improbabili. Tuttavia questo è un livello ancora troppo superficiale, giacché la vera ironia di Zaffarano si può leggere soprattutto nelle modalità di composizione dei suoi testi. C’è infatti un dato assai frequente a contraddistinguere questa scrittura: l’evidenza delle suture. È come se al lettore si rammentasse di continuo che si trova davanti a un dispositivo, e che questo dispositivo non ha nulla di naturale, che i suoi movimenti non sono fluidi e che, in sostanza, tutto quello che legge è il prodotto di un montaggio e di un riuso. Invece di celare i tagli, le giunture tra i vari pezzi che costituiscono il testo (come fanno altri autori), Zaffarano quelle suture le mette in grande risalto.

Questo atteggiamento anima in particolare il «poemetto» conclusivo del trittico, dal titolo Scavate buche nello spazio. Si tratta di un flusso di periodi incentrati sul tema delle buche, interrotti in maniera irregolare, come se fosse stato effettuato un taglio (un buco, appunto). Eccone l’incipit:

L’esordio è: rapido, le condizioni

regressive, all’inizio si notano bene,

predatorie, dallo scavare buche,

nel terreno, da altri

traumi locali,

.

Adorava scavare buche

nella sabbia, al mare lo faceva sempre,

si metteva a non

più di due metri dal bagnasciuga

e ci dava dentro finché non riusciva a,

.

.

I punti che sostituiscono un intero «verso» sono la rappresentazione grafica di qualcosa che non c’è (più), di un vuoto. Su questo vuoto Zaffarano lavora da anni, come testimonia per esempio la sezione di più antica concezione dell’intero volumetto, la seconda, intitolata Theoria VI (2003-2013), dove il taglio è emblematizzato sia, ancora una volta, dalla punteggiatura «(...)», sia dalla costruzione apparentemente casuale e abnorme dei falsi sonetti, testi di quattordici versi intervallati da immagini realizzate per montaggio.

Ma è forse nella prima sezione, La vita è la ciliegina sulla torta, che la tecnica del cut-up – della quale Zaffarano è uno dei massimi frequentatori in Italia – sembra quasi porsi quale vera e unica protagonista del testo. Anche qui i materiali hanno provenienza molto disparata, come si vede chiaramente da questo breve estratto:

sei molto bella

lui è buono

in sul calar del sole

con un carico di cartaginesi

con i cartaginesi

con il cavallo di san francesco

con la coda fra le gambe

in nessuna considerazione

in nessun conto

in aiuto dei naufraghi

C’è un altro tratto che balza agli occhi, in questo come in altri testi della medesima sezione, ossia la presenza ossessiva in anafora delle preposizioni. Un solo esempio:

per aria

per amore o per forza

per pigrizia

per mano

per il bavero

per la musica

fu ricoverato in ospedale

sentiva i brividi

per il freddo

per la montagna

Sembra di trovarsi di fronte agli esercizi di una grammatica per la scuola media (l’ipotesi che il prelievo provenga proprio da una fonte del genere non è da escludere); e tra l’altro sulla preposizione per è imperniata una pagina intera di proposizioni finali in Scavate buche nello spazio. Se in termini semantici la preposizione ha valore pressoché nullo (si potrebbe dire che costituisce l’unità minima della lingua), in termini sintattici è invece essenziale giacché crea dei legami. In questo caso la connessione è mancata, perché è assente un elemento (di nuovo il vuoto), perciò la preposizione vale solo come elemento strutturale, nel quadro di una scrittura che mette a nudo i meccanismi intimi della lingua.

Variazioni sul cut-up (e con il cut-up): potrebbe essere questo, tutto sommato, il sottotitolo della Vita, la teoria e le buche – tre termini tutt’altro che neutri –, giacché le tre sezioni del libro paiono configurarsi come diversi momenti di una stessa idea procedurale della scrittura. Nel primo, che in qualche modo espone il tema, il procedimento si applica a testi brevi, slegati tra loro; la seconda sezione vede invece l’applicazione a un modello preordinato e storicamente caratterizzato (il sonetto, ancorché «esploso»); infine il momento conclusivo mostra il tentativo, assai arduo, di costruzione di un flusso testuale.

E se tutto questo lo si riconduce sul piano tematico, ci si avvede che nel libro si concentrano i tratti essenziali della scrittura di Zaffarano: il reale, la lingua e le sue procedure, il vuoto. La vita, la teoria e le buche, appunto.

Michele Zaffarano

La vita, la teoria e le buche (2003-2013)

Oèdipus, 2015, 128 pp., € 11

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Una Risposta a Le pagine bucate di Michele Zaffarano

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