Franco Beltrametti con Adriano Spatola e Giulia NiccolaiProsegue, per l’alacre spinta di Anna Ruchat che presiede a Riva San Vitale la Fondazione a lui intitolata), la riscoperta di Franco Beltrametti (1937-1995): personaggio sino a questo momento defilato ma di grande suggestione, e in molti sensi tipico, di quell’«arcipelago di poeti» che, alla conclusione dei lavori del Gruppo 63, dispersero le loro vite-opera in una raggiera di direzioni diverse. Tanto in senso estetico che, propriamente, geografico. E proprio l’attrazione di Beltrametti per l’Altrove tradizionalmente rappresentato dall’Oriente è al centro tanto della mostra in corso alla Biblioteca cantonale di Bellinzona, a lui dedicata nel ventennale della scomparsa, che delle pubblicazioni che la accompagnano (entrambe proposte dalle locali edizioni Sottoscala: ed.sottoscala@bluewin.ch): soprattutto del bellissimo taccuino di viaggio Transiberiano, nel quale con parole e disegni si racconta il viaggio in treno che nel 1965 portò il 27enne Beltrametti da Venezia al Giappone; ma anche della breve Autobiografia in 10.000 parole commissionatagli nel 1990 dalla Contemporary Authors Autobiography Series. Per la cortesia della Fondazione e dell’editore Sottoscala, presentiamo qui le prefazioni ai due testi, a firma rispettivamente di Stefano Stoja e Giulia Niccolai.

A.C.

Franco Beltrametti

Il Transiberiano

Sottoscala, 2016, 94 pp., € 25

Autobiografia in 10.000 parole

Sottoscala, 2016, 80 pp., € 25

La musa leggera. Le parole di Franco Beltrametti

a cura della Fondazione Beltrametti

Bellinzona, Biblioteca cantonale, 12 febbraio-23 marzo 2016

Taccuino Transiberiano_page_43_verso_44«Ieri un bambino è nato sul treno»

La Transiberiana di Franco Beltrametti

Stefano Stoja

Ci sono a mio avviso poche frasi, o forse nessuna, più felici di questa, figlia di Franco Beltrametti, che suggeriscano la sensazione d’interminabilità del più lungo viaggio in treno che si possa fare sul nostro pianeta, ovvero da Mosca a Vladivostok; si può provare a dire che il tracciato ferroviario è lungo 9.289 chilometri, ma è una distanza di un ordine di grandezza senza alcun riferimento nella vita quotidiana: all’atto pratico, non ci si possono consumare le suole delle scarpe né farsene indurire i polpacci; si potrebbe dire che nel suo percorso il treno attraversa sette fusi orari, ma anche questo dato non fa parte dei problemi quotidiani di gente della Vecchia Europa e non aiuta granché; oppure che la Transiberiana è lunga quasi un quarto di equatore, e finalmente s’affaccia una immagine più familiare, qualcosa la cui rappresentazione possiamo toccare con mano su un comune atlante geografico; ma quanti di noi hanno mai percorso davvero l’equatore, e di conseguenza sanno di prima mano quanto dura un quarto di esso? Provo un approccio più da sociologo: la Transiberiana è talmente lunga che il carattere transitorio del viaggio, il suo essere moto-per-luogo, svanisce insieme col ricordo del punto di partenza e la speranza di quello di arrivo, e diventa uno stato-di-moto permanente, che batte e ribatte nella testa al ritmo dello sferragliare delle ruote: non-scendi-più, tutùm tutùm, non-scendi-più; mah!... Nossignore; funziona molto meglio: la Transiberiana è talmente lunga che può accadere che sul treno nasca un bambino.

Sul suo viaggio sulla Transiberiana, Franco Beltrametti ci ha lasciato un poemetto di quattordici stanze in metro libero, Il Transiberiano, e una buona quantità di appunti di viaggio e materiali di riferimento dispersi su una vasta superficie letteraria, che vanno dall’Autobiografia compilata nel 1990 e pubblicata l’anno successivo da Gale Research Inc., ai quaderni densi di citazioni degli autori che frequentava all’epoca, agli appunti di viaggio veri e propri annotati su un taccuino dalla copertina rossa, alla stesura del poemetto, a un paragrafo del suo primo testo narrativo, Nadamas, pubblicato da Geiger nel 1971; è dunque, la mia, la semplice esposizione di tutto questo materiale, ordinato cronologicamente: essa è la storia di un presente, ovvero il viaggio, che si fa ricordo già nel momento in cui Beltrametti ne prende appunti sul suo taccuino; e fin quasi dal momento in cui esso termina, comincia a distillarsi in poesia, che assume la sua forma definitiva tre anni più tardi; infine, è molto dopo, ventitré anni dopo, che riaffiora tra le righe dell’autobiografia di Beltrametti, con una connotazione, com’è ovvio, a tratti mitizzata, ove figurano ulteriori «ricordi» di cui non c’è traccia negli appunti contemporanei al viaggio, o persino sovvertimenti completi di fatti riportati nel taccuino.

Le annotazioni sul diario relative ai giorni immediatamente precedenti la sua partenza forniscono indizi abbastanza precisi sullo scopo del viaggio. Beltrametti mette in valigia un ciottolo del Mediterraneo, «per ricordarti da dove vieni», gli dice la madre del suo amico Giancarlo Zappa, che glielo dona insieme a un Vangelo; una scultura «da tasca» di alabastro di Volterra e un disegno del «cavaliere nella Toscana bruciata», entrambi donatigli da Raffaello Benazzi, che nella dedica del disegno dà appuntamento a Pisa a Beltrametti, per quando sarà tornato dal viaggio. Sono dunque tutti amuleti che ne auspicano il ritorno, legandolo alla cultura del Mediterraneo. Tutto il materiale testuale che documenta questo momento della vita di Beltrametti sembra a mio avviso puntare più che sull’esperienza del viaggio in se stessa (che comunque costituì sempre una cifra essenziale della sua vita) sullo scopo di esso: il Giappone; nell’Autobiografia, infatti, egli, riferendosi al suo stato d’animo nelle settimane precedenti l’inizio del viaggio, usa l’espressione inglese drive to see Japan, «impulso impellente di visitare il Giappone». Un’altra sottolineatura di quest’aspetto si trova nelle ultime pagine di diario, cui egli affida la cronaca dei suoi primi due giorni in Giappone: esse sono ricche e molto più articolate nei particolari di quanto lo siano quelle dell’intero viaggio: attività, escursioni, i cinque sensi letteralmente subissati di colori, suoni, sapori, aria e cultura giapponesi; addirittura, la trama completa e giudizi entusiastici di taglio spiritualista di un dramma Nôh della durata di quattro ore!

Franco Beltrametti e la sua compagna Judy Danciger partono in treno da Como il pomeriggio del 30 aprile 1965; si fermano insieme a Venezia per i quattro giorni successivi, poi Judy prende il treno che la porterà a Ginevra, mentre Franco sale su quello per Vienna. Lo stesso giorno, 4 maggio, vi arriva; il 5 visita il Kunsthistorisches Museum e riparte per Mosca, via Cecoslovacchia e Polonia. Giuntovi il 6, alloggia all’hotel Berlin, trova la città pavesata a festa per il ventennale della conquista di Berlino (conserva in un quaderno d’appunti la foto di alcune ragazze in costume tradizionale che ballano per strada, su un ritaglio della «Revue de Moscou»), e nei successivi tre giorni, fra l’altro, rende omaggio alla tomba di Majakovskij e visita la Galleria Tret’jakov; il 9 prende il Transiberiano dalla stazione Jaroslavskij, destinazione Nakhodka. Dalla data della partenza le sue annotazioni s’infittiscono di dettagli, e ci consegnano una cronaca molto vivace di ciò che nel 1965 poteva accadere a un passeggero lungo quei novemila e più chilometri di acciaio e traversine. C’è tutto: i momenti di allegria conviviale e alcoolica con i compagni di scompartimento, le partite a scacchi e a dama, i canti, i giochi dei bambini, i grandi fiumi e le catene montuose, le conversazioni un po’ a segni e disegni un po’ in tedesco o francese, le soste in stazioni polverose e assolate, il disgelo primaverile che erompe a macchia di leopardo lungo tutto il tragitto, i pacchetti di sigarette che vanno in fumo uno dopo l’altro, i venditori ambulanti, le donne-controllore che ogni tanto si trasformano in cameriere e inservienti e servono il tè, i momenti di studio del giapponese, la lettura di Fenollosa. Una cosa che sicuramente si può dire oggi di questa messe di appunti, è che fanno venire la voglia di viaggiare, o quantomeno di prendere in mano un atlante e ripercorrere idealmente un itinerario ormai irrimediabilmente perso nel passato, così come i personaggi che lo popolarono: che fine avranno fatto Simon il baleniere con lo spropositato coltello nella valigetta, o l’ufficiale Gatto Grigio che distribuiva le sue decorazioni di guerra ai bambini, o la capotreno Valja, che su un foglio del taccuino di viaggio scrisse in russo il suo indirizzo di Mosca?, e la banda suonerà ancora nel tardo pomeriggio al parco di Khabarovsk, e ci saranno ancora le bancarelle della frutta nelle stazioncine nel bel mezzo del nulla? Trovo molto bello che grazie agli appunti di viaggio di Franco Beltrametti, noi oggi, a cinquant’anni di distanza, si possa continuare a immaginare senza sosta gli innumerevoli finali di queste storie.

Estetico, etico, zen

Giulia Niccolai

Nato nel 1937, Franco Beltrametti scrisse questa Autobiografia in 10.000 parole per la Contemporary Authors Autobiography Series, nel 1990, quando aveva 53 anni, 26 anni fa.

53 anni di età e 26 anni fa sono due «tempi» della massima importanza, per lo meno dal mio punto di vista che ne ho appena compiuti 81.

Il mondo che Franco ci racconta non è più riconoscibile, sembra non sia mai esistito: con una laurea in architettura, la buona conoscenza di quattro lingue, una gran voglia di avventura, di viaggi e di mondo, Franco trovava lavoro ovunque, senza alcuna apparente difficoltà: Tokio, Pasadena, Parigi, ecc.

Non c’è ragione di non credergli, ma oggi questa facilità, questo senso di libertà, e di movimento non esistono più. Siamo bloccati. Siamo tutti in prigione, o quasi.

C’è però da notare che a 53 anni, quando Franco scrisse queste sue 20 pagine, egli continuava ad avere uno spirito da ragazzo, come se la vita non l’avesse ancora domato.

Per quanto mi riguarda, ricordo di essermi sentita libera e irresponsabile solo fino ai 35 anni, poi, è come se tutto fosse divenuto più faticoso, più dovere che gioco: c’erano sempre bollette da pagare, non riuscivo a stare dietro ogni cosa, un generico senso di stanchezza e disillusione.

Senza che me ne fossi resa conto, 53 e 35 sono anagrammati, meglio così: cicale entrambi, lui e io, lui lo è rimasto e io mi sono tramutata in formica, addirittura prendendo i voti di monaca buddista nel 1990, lo stesso anno in cui lui scrisse l’autobiografia.

Franco aveva solo 58 anni quando è mancato. Ho avuto altri grandi amici, soprattutto tra artisti e poeti, che ci hanno lasciato presto, e per ognuno è come se il destino avesse dato loro in cambio, la possibilità di sentirsi quasi adolescenti fino all’ultimo.

Per concludere, questa autobiografia ha a che fare con situazioni sempre ottimali, facili da raggiungere, con fluidità priva di inciampi e ripensamenti, con soddisfazioni e mai con problemi, perché il mondo era diverso, e perché Franco rimaneva ragazzo.

Anche il limite delle 10.000 parole potrà essergli stato d’aiuto per dimenticare ogni possibile difficoltà, ma qui, di seguito, riprendo la sua descrizione di come costruì, nel 1974, una casa di legno accanto alla proprietà e alla casa di Gary Snyder, nelle montagne sopra Nevada City.

«Aiutai Snyder a costruire un capannone per il garage e un pergolato, imparando così le nozioni fondamentali di falegnameria; Gary è una persona molto abile e concreta. Poi mi misi a lavorare con una squadra di falegnami del luogo finché mi sentii di costruire da solo, superando i miei blocchi psicologici verso le faccende pratiche. Con Chuck costruimmo una leggera struttura di nove travi, con ampie tettoie e un lungo lucernaio sopra la trave maestra: sembra un uccello pronto a volar via, ancora lì, con tutte le aggiunte costruite in seguito da Judy. I bulloni, fatti di calchi di sabbia, li avevamo recuperati nel canalone di una miniera d’oro in disuso nelle Sierre superiori».

Compare Stevenson per un attimo e scompaiono tutte le grane di acqua, fogne, stabilità, peso della neve invernale ecc. ecc.

Descrivendo Franco anche Anna Ruchat ha scritto: «La felicità della corsa di lui, che guarda indietro soltanto per accelerare».

Se è così, va subito aggiunto che era anche una sorta di asceta, si accontentava, ed era un gran signore nel non chiedere aiuto agli amici. Non chiedeva mai soldi, si limitava a fare un bel po’ di telefonate (non c’erano ancora i cellulari), quando era ospite dall’uno o dall’altro. Tutti gli amici si raccontavano, ridendo, questa sua piccola debolezza, che gli serviva per pianificare le giornate successive. Così è anche come se la sua poesia fosse una sorta di diario di bordo, una lunga serie di appunti su pensieri, immagini, amici, situazioni, di una vita che Franco aveva deciso: sarebbe stata bella e libera. Si tratta sempre di testi spontanei e veri, di un essere che conosce ed è sempre in contatto con se stesso, se addirittura un solo mese prima di morire, e senza essere malato, scrisse questo testo profetico:

quand un type comme moi

publie un livre plus épais

d’un centimètre ça peut

signifier: la fin

devant les yeux

8-9/ VII/ 95

Un giorno degli anni Ottanta, in pellegrinaggio a Venezia, per visitare con l’amica architetto, Daniela Ronconi, le opere di Carlo Scarpa, le confessò che se avesse conosciuto Scarpa da giovane, non avrebbe mai abbandonato l’architettura.

Questo episodio spiega l’assoluto valore del suo senso estetico, così puro, giapponese e dunque anche etico e Zen – che gli aveva impedito di fare l’architetto, progettando case e cose nelle quali non credeva – convincendolo piuttosto a scegliere una vita da nomade che l’avrebbe costretto a fare ogni giorno, i conti con un se stesso, poeta.

Questo, mi pare un punto di partenza della massima importanza, che dà un particolare senso a tutta la sua vita, spiegandone forse anche l’esagerato ottimismo.

Diversi poeti amano molto i suoi versi e il suo essere stato così come è stato: lieve, spiritoso, bohéme e signore. E, non a caso, Franco continua a mancare a noi tutti.

Milano, gennaio 2016

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Una Risposta a Franco Beltrametti, parole in transito

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