OC698155_P3001_174264-700x410Lorenzo Esposito

«Un film non impresso sulla pellicola non esiste». Non so se è (anche) alla luce di questa lontana (1965) cosa scritta da Michelangelo Antonioni (uno dei cineasti su cui ha più lavorato, dedicandogli scritti, film-saggio e le due piccole grandi veglie alchemiche Passagem em Ferrara e Ver viver reviver) che ha fatto a sua volta dire a Júlio Bressane, discutendo del suo nuovo film Educação Sentimental, «il cinema non è morto, è solo scomparso». Antonioni scriveva queste parole a margine di una riflessione sul rapporto fra luce e ombra, fra ciò che viene ripreso dalla camera e ciò che effettivamente resta impressionato sulla pellicola, fra ciò che si vede e ciò che si rivela. Ma certo, ora che finalmente Educação Sentimental esce nelle sale italiane (grazie alla meritoria opera della neonata società di produzione e distribuzione indipendente Zomia), questo dialogo a distanza fra i due cineasti mantiene intatta la necessità di interrogare (e di illuminare, per restare alla metafora) l’altro dialogo, segreto e ininterrotto, fra visibile e invisibile, che da sempre li ha visti impegnati e che, soprattutto oggi, in tempi di accecamento dovuto a troppa (supposta) visibilità, è qualcosa di raro e prezioso.

Quel che Bressane sembra voler dire è che, se si prova a filmare questa zona di sparizione, che sia la trasparenza di un atto smarrito o solo sottaciuto (Educação Sentimental è in 35mm) o che sia l’arte opaca del digitale (cui Bressane altrove non si sottrae), è possibile tuttavia riavvicinare un nucleo vitale, non ancora logoro, e talvolta di incontrollata bellezza, dell’immagine cinematografica. Per far questo, e forse per chiedersi ancora una volta che cos’è il cinema, Bressane sceglie il mito di Endimione: «Questo mito è il crimine, il delitto, l’amore proibito di una dea e un mortale, che altro non è che lo sfondo significante del film ed è ciò che io penso del cinema».

Endimione si è innamorato della Luna e per questo viene punito. Ma che cosa ha visto Endimione? Quale micro-frattura nel corpo astrale, quale luce imprevista, che nessuno deve vedere, negli occhi della dea? Dorme, Endimione. Dorme e si arrotola in una danza infinita, la danza del fotogramma perduto, la danza-tabù del romanzo segreto scritto dalla educatrice-sacerdotessa. E cosa sogna? Sogna il mondo richiamarsi da sponde opposte, lo vede inventare una melodia di rifrazioni, una geometria cosmica di riflessi. Maya Deren. Friedrich W. Murnau. Georges Bataille. L’Europa dada. Il Brasile tribale e antropofagico.

Endimione ascolta la dea scrittrice e poetessa parlare con le migliaia di voci che la sconquassano (figura medusea che attraversa tutto il cinema di Bressane, a partire da A agonia, capolavoro inarrivato girato alla metà degli anni Settanta). La casa dove il giovane e la sua insegnante contorsionista dei sensi si incontrano diventa un teatro erotico, una costellazione di sipari e mascherini dove Bressane indaga l’agonia dell’immagine, e dove tuttavia il cinema scomparso è la scintilla da cui si genera una lingua incognita e sconosciuta, ancora tutta da scoprire (la scena, bellissima, del ritrovamento di alcuni fotogrammi di Tabu di Murnau). Ogni singolo gesto sembra voler racchiudere il mistero universale del narrare, e ogni cosa, a ogni nuovo passo, si volta verso il principio (Benjamin, Moebius, Nietzsche). Facendo questo sprigiona un flusso di eco sonore attraverso la dizione ironica e apocalittica con cui la protagonista Josie Antello lavora la parola scolpendola e insieme radendola al suolo (da un lato le porcellane toccate e accarezzate, dall’altro l’operazione erotico-anfibia con cui arriva a torcere à rebours prima il proprio corpo e poi il fotogramma stesso).

Ecco allora che Educação Sentimental, con una semplicità disarmante, indica una vitalità possibile per l’immagine nell’inesausta esplorazione del suo limite e del suo dislimite (così si intitola una raccolta di scritti di Bressane di cui è già stato scritto qui), un cortocircuito che ottiene, dalla sua dislocazione, l’idea stessa di montaggio, un tessuto incandescente che sembra mettere a fuoco e precipitare il corpo stesso del cineasta. Da qui il finale geniale e straniante con l’eterno ritorno sul set, non certo una piccola antologia di outtakes, ma un attacco psichico al cuore del film, il racconto ancestrale di una pulsione pura, circumscena (così la definisce Bressane) di una forza fuori controllo, storia dell’occhio e della sua possessione.

Se dunque per Bressane l’immagine è un paesaggio che annuncia sempre qualcosa in via di sparizione, il cineasta è l’esploratore provvisorio che tenta dei recuperi impossibili, che è obbligato, per avere coscienza, a perdere il controllo. Ma questa perdita di sé sarà anche lo sforzo, direi proprio l’attitudine, a inventare una lingua nuova. Poiché il cinema incarna da subito il paradosso troppo esatto e troppo luminoso di questa agonia – trasgressore del limite e insieme architetto brutale e sopraffino dei suoi stessi confini – l’immane compito è di trasformare la parodia cui è destinato nella trasparenza necessaria alla rigenerazione. Ecco un’idea per chi oggi si occupa e si fa, suo malgrado, occupare dalle immagini: correre il rischio di agitarne dall’interno le fondamenta, di affrontarne eruzioni e smottamenti, farsi inghiottire da tutti i riferimenti e tutte le radicalizzazioni nel punto in cui hanno perso la memoria e godono di una nuova invisibilità. Qui forse troverà il limite, il limite che si dà per oltrepassarsi. O, con le parole di Bressane: «La durata prolungata, il tempo continuo, insolito, dei piani, ancora una volta riprende, richiama l’attenzione e la cura per la necessaria distanza dello sguardo. Primo passo».

Educação Sentimental

regia di Júlio Bressane

Brasile 2013, 84’

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!