PALERMO 22.02.2016 - TEATRO BIONDO SPETTACOLO "TRE DI COPPIE" CON LA REGIA DI FRANCO MARESCO CON GINO CARISTA, MELINO IMPARATO E GIACOMO CIVILETTI. © FRANCO LANNINO/STUDIO CAMERA

Valentina Valentini

Il teatro di Franco Scaldati ha trovato nel regista Franco Maresco una possibilità di esistere e di essere rappresentato nel pieno delle sue qualità e peculiarità, al di là delle realizzazioni da parte dello stesso autore. Dopo la sua morte (il 1 giugno 2013) viene così preso in carico il patrimonio letterario e teatrale prodotto da Scaldati in più di quaranta anni. Il che si spera porterà, insieme alla la pubblicazione da parte della Cue Press di tutti i testi teatrali (dei cinquanta scritti solo sedici sono editi), a restituire alla scena il mondo-teatro di questo grande scrittore.

Due anni fa, in poche repliche al Teatro Biondo di Palermo, Franco Maresco presentava Lucio, un testo di Scaldati del ’78, ricco di tramature liriche, notturne e solari. A settembre, fuori concorso al Festival del Cinema di Venezia, è stato proiettato il film-documentario Gli uomini di questa città io non li conosco, realizzato da Maresco attraverso un accuratissimo setacciamento di documenti fotografici e sonori, sequenze di spettacoli, testimonianze di artisti e intellettuali, in modo da ricostruire l’attività di Scaldati nel contesto della vita di Palermo.

Tre di Coppie, che ha debuttato il 24 febbraio a Palermo, si articola in tre parti ciascuna corrispondente a tre diversi testi: Totò e Vicé (1993, pubblicato dieci anni dopo per Rubbettino), Il corto e il muto (inedito scritto tra il 2004 e l’anno successivo), La notte di Agostino e il topo (edito per Ubulibri nel 2008 all’interno di Teatro all’Albergheria). La struttura dello spettacolo adotta la forma breve, quadri che si succedono legati dalla musica e dal buio: sulla scena si aggirano tre coppie – Totó e Vicé, Santo e Saporito, il corto e il muto – che si confondono con gli animali (il corvo, la mosca e il ragno, lumachina e lumacone, l’uomo cane, la falena, la coccinella, la lucciola, ma anche la luna, la rosa, la rugiada, la fata, la stella morta...). Le tre coppie appartengono alla stessa galleria di personaggi che hanno creato l’immaginario di Cinico TV con il «basso materialismo» del sesso e delle funzioni biologiche. Compare nello spettacolo anche la voce demiurgica, acusmatica, di Franco Maresco. Totò e Vicé appaiono e scompaiono senza motivo da un’eterna lontananza. Il corto aggredisce il muto che reagisce sempre con lo stesso verso, «Uhuhuhuhuhuhuh», di diversa lunghezza e intensità. «E spiccicala, ’na paruola, mutu». Muto è la vittima di corto il quale sostiene che la sua «mischia» è lunga come un palo della luce e per questo la porta a spasso come un trofeo. «Santo è un uomo buono», Saporito somiglia a un topo, è una vittima anche lui: racconta che il bagnino ha sparato contro di lui con il fucile subacqueo e che in un bar il banconista lo scambia con il ragazzino che gli ruba le bustine di zucchero, per cui gli sbatte la caffettiera in testa. Totò e Vicé navigano nell’aria, nel cielo, nel buio, nel silenzio, cantano filastrocche («peri piru, peri paru…»), si chiamano come se fossero lontani, si invocano come se ogni volta si ritrovassero dopo una lunga separazione. Sono due esseri ma lo scambio verbale non si dà come dialogo, non è intelligibile, è un gioco verbale.

Lo spazio scenico è abitato da versi di animali, gesti sonori preverbali che provengono da polmoni avariati e da costole schiacciate e artritiche. Sono lamenti, quasi pianti, interrogazioni querule e litigiose: marcano le sillabe, allungano i dittonghi, rendono gutturali le voci, reiterano il nome nel silenzio, «ti chiamo e non mi rispondi». Il significato verbale non è negato, si comunica attraverso il suono e il timbro: quello di un corpo-anima in cui non vige più alcuna frattura. Le loro domande sono come quelle dei bambini osservati da Jean Piaget nella Rappresentazione del mondo nel fanciullo, non distinguono il sonno e la veglia, il lampo e la lampadina, il sole e la luna: si interrogano su come funzioni l’universo, su se stessi e sull’altro, con la particolarità che sono sempre loro stessi a interrogarsi e a rispondere: «tu u sa’ c’u fu’ c’a mis’u/ Sali/ a/ mari […] c’u fu’ c’a ’mmintò i nomi […] si iu mi chiamassi Vicè e tu Totò, fussim’o stissu Totò e Vicè?» («Tu lo sai chi fu a mettere il sale nel mare […] chi fu che inventò i nomi […] se io mi chiamassi Vicé e tu Totò, saremmo lo stesso Totò e Vicé?»). Giocano al «facciamo finta che»: «si tu/ fussi/ porcu/ e/ iu un puddhicinu, / tu, pur’a mia/ mi manciassi?» («se tu fossi un porco e io un pulcino, tu, mi mangeresti?)». Il mondo è un continuo mutamento, il divenire un richiamo che è un canto, un responsorio, eco, le voci scompaiono per riapparire in un altro punto della terra. È come l’andare dell’umanità ritratta da Bill Viola nella prima sequenza di Going Forth By Day (2002), ma senza fardelli e senza vestiti colorati. Melino Imparato e Gino Carista si presentano come icone, i loro volti ritagliati in un ovale, simili a ritratti di defunti à la Boltanski che appariranno in scena; ma si danno anche a figura intera, in una danza di gesti e di movimenti.

Melino ridà voce e stralunatezza alle figure del teatro di Franco Scaldati, le fa danzare con leggerezza, con le modulazioni della voce che tende verso il canto e le pose sghembe del corpo che assume posizioni in bilico fra il poggiare e l’essere senza gravità. Nello spettacolo le note di un pianoforte (suonato dal vivo da Salvatore Bonafede) staccano le voci e le sequenze di azioni come in un film muto, ma l’azione riprende sempre con il richiamo dei nomi. «Ti chiamo e non mi rispondi come mai? Io sono qua!» Le note musicali danno il senso del loro vagare nel buio. Di luce e di tenebra sono intessuti questi mondi; e anche di una comicità leggera, vicina al nonsense, dove l’amore e il piacere rischiarano il dolore e la mancanza: si salva chi ha sofferto. Ma non sono regimi contrapposti, in quanto le figure e le ombre provengono da un medesimo sfondo scuro, «un nuovo regime di luce» che si fa largo attraverso le tenebre. Il teatro è il luogo della creazione di mondi in cui la figura umana «po’ mùta ’n’luci […] po’ muta ’n’vuci» («poi muta in luce, poi muta in voce»); dove la materia si smaterializza e luce e voce sono reversibili. La scrittura per il teatro, per Scaldati, è creazione di una realtà pari a quella del mondo reale, e che prende vita nella melodia vocale. Se dunque la Notte è fonte di creazione e di vita, come si dice nella Notte di Agostino e il topo, «Quante opere, questo notturno teatro rappresenta / Opere buffe, opere dolorose, di fantasia. / Opere di struggente poesia».

Tre di coppie

di Franco Scaldati

adattamento di Franco Maresco e Claudia Uzzo, regia di Franco Maresco

Palermo, Teatro Biondo

 

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