Luigi Azzariti-Fumaroli

Elio_Vittorini_1Il rimando a un intero, ora pregresso ora futuro, al quale il frammento fa segno più o meno implicitamente, se esprime il contrapporsi fra due tipi differenti di immaginazione – quella della «integrità sostanziale» e quella del «divenire dialettico» – sarebbe altresì da comprendere anche in altra chiave: come sistemazione sempre irrisolta, centro infinito a partire dal quale instaurare un rapporto di giustapposizione che consenta il movimento di tutte le libertà di parola, in un saldo concorso di rigore e indeterminatezza.

Tale doveva essere, nei propositi di Maurice Blanchot, la parola destinata a sgranarsi nelle pagine di Gulliver, la rivista internazionale concepita alla fine degli anni Cinquanta da intellettuali appartenenti a tre diversi contesti culturali: Francia, Italia e Germania. Tentativo rimasto inattuato ma decisivo (come si trae da un prezioso numero di Riga, il 21 del 2003, curato da Anna Panicali), per comprendere le relazioni e le interferenze fra singole personalità d’eccezione; e fra loro in primo luogo quella di Elio Vittorini: esponente principale, con Italo Calvino e Francesco Leonetti, del «versante italiano» di quell’ambizioso progetto culturale nato per favorire tanto «una ricerca di verità per la quale l’affermazione letteraria è essenziale», quanto – sosteneva lo stesso Vittorini in Contributo a un progetto di prefazione per una rivista internazionale – l’esercizio di una «ragione non conformista, fino a mettere in campo le risorse dell’immaginazione»: cercando di mantenere sempre vivo il reciproco incontro fra la tensione espressivo-affettiva e quella razionale.

Questo compito Vittorini sembra assolvere fin dalle sue prime collaborazioni, a riviste schiettamente fasciste come «La Conquista dello Stato» di Malaparte e «Il Bargello»; rinnovandosi nel dopoguerra con l’ideazione delle riviste «Il Politecnico» e «Il Menabò» e della memorabile collana einaudiana «I gettoni»; sino a definirsi in maniera esplicita negli anni Sessanta – anche grazie all’influenza di personaggi come Maurice Blanchot, Alain Robbe-Grillet, Dionys Mascolo e Marguerite Duras – in un percorso interrotto dalla sua scomparsa precoce, il 12 febbraio 1966, della quale è ricorso, in questi giorni, il cinquantenario.

Se già in Diario in pubblico (collage – apparso la prima volta nel ’57 da Bompiani, che ora lo ripropone, a cura di Fabio Vittucci, con in appendice il noto saggio di Calvino, Vittorini: progettazione e letteratura – di brani di interventi, saggi e articoli composti a partire dal ’29), per mezzo d’una parola ritagliata nella concreta contingenza storica, Vittorini si sforza di superare quella che definisce la «lunga tradizione hegelianamente mistificatrice del pensiero italiano, incline a saltare a piè pari come volgarità accidentale o contingente la storicità presente concreta per non vivere che quella insigne e astratta del futuro-passato», è soprattutto nelle Due tensioni. Appunti per una ideologia della letteratura (volume apparso postumo nel 1967, presso il Saggiatore, per le cure di Dante Isella – e che viene ora meritoriamente riproposto, con aggiunte, dalle edizioni Hacca), che si osserva una piena considerazione di «quell’attimo qualunque che passa al di sotto di tutti i possibili ordinamenti (pseudo-oggettivi)» e al quale «è possibile abbandonarsi senza intenzione».

Non si tratta di promuovere un ritorno al romanzo ottocentesco, ma neppure alle finzioni dell’obbiettività care a Proust, a Joyce, alla Woolf. Alla convinzione di quest’ultima, per la quale la «vita non è una serie di luci simmetricamente disposte, è un alone luminoso che ci avvolge dagli albori della coscienza fino alla fine», Vittorini presta un assenso condizionato; ma, pur condividendo la resistenza alle formule naturalistiche, non ritiene che solo nella parola l’uomo possa creare la propria vita e il proprio tempo. Da qui discende la presa di distanza da Blanchot, Barthes e Bataille, testimoniata senza equivoci nell’intervento La lettura attiva, apparso nel ’64 sul «Menabò» 7. Per Vittorini il mondo e la vita non nascono con la parola e nella parola. In questo senso ha ragione Calvino, nel riconoscere il debito di Vittorini nei confronti della letteratura americana soprattutto in un’appropriazione diretta del mondo, capace di mantenersi sospesa in una polarità tensiva fra cultura umanistica e cultura scientifica. La quale tuttavia non sembra potersi risolvere, pur nel crescente interesse di Vittorini per il neopositivismo (dimostrato dall’analitica «scheda» dedicata a Carnap, pubblicata con altre in appendice all’edizione Hacca delle Due tensioni) – come sostiene invece Calvino – in un enciclopedismo linguistico-matematico di stampo tendenzialmente oulipista.

Le due tensioni paiono volere piuttosto correggere la dicotomia fra le «due culture», in quegli stessi anni indagata da un celebre intervento di Charles P. Snow, approfondendo l’oscillazione – sotto la quale tanto tempo prima si era aperto Conversazione in Sicilia – fra il predicato «vedere», metafora del discorso scientifico e di «una lunga elaborazione culturale», e la scelta del silenzio: quale esaurirsi d’ogni parola che serbi in sé un ultimo tono espressivo-affettivo. Ma se nel romanzo del 1941 – ha rilevato Giuseppe Lupo – la parola perde la propria capacità evocativo-connotativa e lascia il passo ad altre forme espressive, specialmente di tipo figurato, nella crestomazia di scartafacci composta con rigore di filologo da Isella deve piuttosto osservarsi un più generale sommovimento dislocativo, che spinge la parola «in un punto o un altro, ma mai troppo lucidamente», mai a livello globale, e sempre piuttosto «nebulosamente».

Come ricorda Cesare De Michelis introducendo alla nuova edizione delle Due tensioni, l’ultimo Vittorini nutre il timore che il legame tra il mondo delle lingua e quello delle cose – ove quest’ultimo acceleri in modo inumano – possa trovarsi sospeso. Le nuove scienze sembrano infatti obbligare la letteratura, caricandola di connotati ideologici, «a tradurre in parola ciò che non è già parola», e quindi ridursi a una mera «utilizzazione della realtà». Ecco perché nei suoi appunti l’intento implicito di Vittorini sembra anzitutto quello di sottrarsi al predominio del «segno interpretante», consegnandosi a un dettato nel quale ogni parola, ogni frase, ogni foglio sono sì soli, ma per meglio risaltare nel loro valore «storico-psichico». Per dirla con Edmond Jabès, «la scrittura è una scommessa con la solitudine. Flusso e riflusso della non-quiete. Essa è riflesso d’una realtà riflessa, una realtà della quale andiamo costruendo l’immagine, nel cuore dei nostri desideri confusi, nel cuore dei nostri dubbi».

Elio Vittorini

Diario in pubblico

a cura di Fabio Vittucci

Bompiani, 2016, 590 pp., € 16

Le due tensioni. Appunti per una ideologia della letteratura

a cura di Virna Brigatti, prefazione di Cesare De Michelis

Hacca, 2016, 386 pp., € 17

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