230px-Theo_van_Doesburg_kleine_Dada_soiréeManuela Gandini

Le lundi 27 Dècembre 1920 à 9 heures ¾, Brasserie Excelsior, ayant remué le sucre au fond de mon café noir, j’ai décreté que j’étais un imbecile. Aprés avoir pesé le pour et le contre, j’ai décidé de n’en parler à person

Louis Aragon

C’è qualcosa nel fondo dell’uomo, anche se irreggimentato e marmoreo, di indiscutibilmente dada. Quell’uomo non è più sul piccolo palcoscenico del Cabaret Voltaire, vestito da cilindro, mentre pronuncia parole inesistenti e si muove come un robot alla Hugo Ball. E non ha più neppure il volto levigato e stilizzato della dada head di Sophie Taeuber-Arp. Si arrabatta, giacca e cravatta o barba incolta, nella società fluida postmoderna, che ha la consistenza delle immagini intrise di petrolio. Quelle che scorrono nel film più lungo del mondo: il Tristanoil di Nanni Balestrini. Alla radice di ogni essere umano giace uno spirito dada. Perché dada è connaturato alla biologia. Perché l’uomo è stato bambino. Perché tutti trasgrediscono e si svaccano appena ne hanno la possibilità. Tuttavia l’intensità della trasgressione determina la nascita dell’uomo comune, dell’artista o del criminale.

Cento anni fa, per mano di un gruppuscolo di poeti, artisti, danzatori, rifugiati in Svizzera, nasceva a Zurigo il movimento dada, mentre il mondo si scagliava contro se stesso nel primo conflitto mondiale. Quella libertà infantile di inventare linguaggi, di uscire dall’ordinario, irridere il potere e riscrivere la propria vita seguendo l’intuizione anziché la razionalità, è un’istanza di sopravvivenza: una difesa assoluta e necessaria. Così, proprio in occasione del centenario della proclamazione della nascita di dada, la città di Zurigo, in questi giorni, si è totalmente dadaistizzata. Al Cabaret Voltaire – ancora vivo e vegeto grazie a un gruppo di artisti che nel 2003 occupò l’edificio allora destinato a una ristrutturazione per abitazioni di lusso – si stanno svolgendo 165 performance. 165 erano i dadaisti e 165 sono i giorni destinati alla celebrazione del movimento.

L’immersione nella città svizzera è un viaggio nel tempo. Era al Caffè Odeon che si ritrovavano tutti gli immigrati, disertori e rifugiati. Intellettuali raffinati, ma poveri in canna, avevano i loro tavoli fissi: tavoli dadaisti e tavoli politici. Il Caffè era frequentato da Lenin, da Carl Gustav Jung, che appuntava i suoi «presagi numinosi» in quello che sarebbe diventato il Libro rosso, e c’erano Albert Einstein, James Joyce, Jan Arp, Trsistan Tzara, Benito Mussolini, Lev Trotskij, in un ambiente fortemente internazionale e chiassoso. Lo scontro quotidiano si svolgeva tra due concezioni: quella estetica e quella politico-morale. Frattanto, poco lontano, nasceva il Cabaret Voltaire nella stanza vacante del Meierei Cafè, preso in subaffitto da Hugo Ball e sua moglie Emmy Hennings, per fare spettacoli, eventi, discussioni e servire birra e wurstel. Ma, nonostante l’affollamento, la furia, la genialità di questi anarchici sabotatori dell’ovvio, il Cabaret non riesce a mantenersi attivo e, dopo pochi mesi, chiude.

Intanto però la miccia è stata accesa e la funzione dell’arte non sarà mai più la stessa. Da Zurigo a Parigi, al resto d’Europa, sino agli Stati Uniti, dada – che in francese significa cavalluccio a dondolo – sarà il primo movimento globale della storia. Ed è proprio su questo concetto che si strutturano due imperdibili mostre in corso a Zurigo. La prima, «Universal Dada», curata da Stefan Zweifel e Juri Steiner, è al Landesmuseum e ricostruisce – in una sorta di scatola nera (la struttura ospitante) – un ipertesto alle cui pareti scorrono i film sperimentali della prima metà del secolo scorso. Mentre nel labirinto allestitivo sono esposte opere, dichiarazioni e cimeli di guerra. La seconda mostra, alla Kunsthaus, è di un’importanza capitale. S’intitola «Dadaglobe. Recostructed» ed è curata da Adrian Sudhalter, che ha ricomposto un sogno spezzato. Nel 1920, Tristan Tzara, trasferitosi ormai a Parigi, aveva in progetto la pubblicazione di un libro: un’antologia dada che raccogliesse opere, scritti e autoritratti fotografici ritoccati, di quaranta artisti sparsi nel mondo. Aveva chiesto a tutti di inviargli via posta le opere. Ma la pubblicazione aveva un costo che il poeta rumeno non si poteva permettere. Il benestante Francis Picabia avrebbe dunque sponsorizzato il libro, tuttavia, dopo una feroce litigata con Tzara, questi si rimangiò la promessa e «Dadaglobe» non vide mai la luce. Oggi, dopo sei anni di studi investigativi, la curatrice con il suo staff ha rimesso insieme le pagine che avrebbero composto il libro. Seguendo fedelmente le istruzioni del poeta, è riuscita a realizzare il sogno di Tzara dopo un secolo. Quale miglior regalo per il dadacompleanno?

Il globalismo, l’interdisciplinarietà, l’anti-eroicità dell’arte, erano già presenti in tutta la poetica dada. Gli artisti, allora impossibilitati alla comunicazione e agli spostamenti, avevano trovato nella mail-art il modo per valicare ogni confine. Il materiale richiesto – antesignano del web, del selfie e del tweet – fu parzialmente pubblicato su Vanity Fair e su Little Review a New York, in parte fu collezionato dal Moma, ma soprattutto dalla Kunsthaus di Zurigo e da vari privati.

Ora, il libro è un corpo. Tutti gli elementi del pensiero dadaista – per il quale chiunque poteva presentarsi al Cabaret Voltaire e mostrare il proprio portfolio, le proprie opere, le proprie idee – si sono poi ritrovati nello sviluppo sociale e culturale a venire. Sullo sfondo delle improvvisazioni c’era la musica di Schönberg, Satie e i ritmi africani. Collettivizzare, disobbedire, inventare, ballare, scompaginare il linguaggio, deprivare la parola del proprio senso condiviso, sono pratiche in seguito assimilate dalla poetica surrealista, situazionista e fluxus.

Nel 1920 Louis Aragon compone una poesia che intitola Suicide. Su un foglietto allinea a china tutte le lettere dell’alfabeto: è il suicidio della poesia ormai troppo corrotta. Nessun senso è più possibile. Tutto è compiuto. Attorno a quel punto zero, Hugo Ball, che si guadagnava il pane cucendo bottoni per i costumi degli attori, si ritira con Emmy Hennings in un paesino vicino a Berna. Digiuna, medita, mangia la marmellata di fichi da lui raccolti, non ha l’elettricità e scrive a lume di candela. È diventato un mistico. Chissà se, nei suoi sogni, l’utopico annullamento delle gerarchie proiettato al Cabaret Voltaire rimane solo il ritratto di un fallimento.

Il movimento si è frantumato come l’alfabeto aragoniano, ma lo spirito dadaista, che esiste da sempre, rimarrà per sempre. La persistenza del Cabaret Voltaire, il più fugace e duraturo luogo dada, rende l’esperienza iniziatica più viva che mai.

Su You Tube gira il re-enactment di una performance del 1916: alla fine di una danza uno degli artisti, dotato di un’inquietante maschera cubista/tribale, conclude sussurrando: «Guardatemi bene. Io sono un joker. Sono un burlone. Guardatemi bene sono brutto. La mia faccia è inespressiva. Sono piccolo. Sono… come tutti voi».

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Una Risposta a Ogni uomo è dada

  1. Afro Somenzari scrive:

    Gentilissima Manuela Gandini,
    leggendo il Suo testo mi sono commosso. Eh, sì! perché nel 1973 (avevo 18 anni) organizzai una mostra Dada di lavori miei e di un mio amico fotografo. Eravamo innamorati di Dada, vedevamo Dada ovunque, eravamo e siamo ancora Dada. La nostra FUOCOfuochino la più povera casa editrice del mondo a breve pubblicherà un piccolo lavoro che si intitola: “Un centesimo di Dada”. Sarebbe un onore poterglielo spedire, ma serve il Suo indirizzo di domicilio. Ne saremmo orgogliosi. Ancora complimenti per il pezzo e W DADA!
    Grazie e a dopo
    Afro Somenzari

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