aravena-691326Tiziana Migliore

L’architettura è il sistema che più degli altri, sosteneva Umberto Eco, rappresenta il farsi del senso: configurazione dell’ideologia delle distanze – intime, personali, sociali, critiche, di fuga (Edward Hall) – che ha le condizioni strutturali della significazione, cioè relazioni codificate di una prossemica, con ellissi e vuoti che la riaprono continuamente. Un housing di abitudini acquisite, anticipazioni, desideri, indugi. Possibilità di funzione, ma soprattutto fatto di comunicazione e simbolico, paesaggio intriso delle tracce che nel tempo lo hanno modificato divenendone parte integrante, come mutazioni ecologiche.

L’immagine scelta dal curatore Alejandro Aravena per la 15a Mostra Internazionale di Architettura, che inaugura a Venezia il 28 maggio, rende bene questa idea: è la signora anziana del racconto di Bruce Chatwin sull’Enigma della Pampa, l’archeologa tedesca Maria Reiche, che nel mezzo di una pianura peruviana, ritta su una scala di alluminio, studia le linee di Nazca. Ad altezza d’uomo, il terreno è un complesso indistinto di sabbia e ciottoli. Ma col «salto di scala» si anima delle figure di una balena, di un colibrì, di un pellicano, di una scimmia-ragno, di un fiore, di una bestia per metà uccello e per metà serpente. Come in una stratigrafia, vi affiorano motivi e usanze del popolo che ha composto quelle figure. In questa gigantesca lastra per incisioni, detta «pampa de Ingenio», i Nazca duemila anni fa avevano calcolato la data del solstizio di inverno e fissato il sorgere e il calare del sole, della luna e delle stelle. Nasceva così la più vasta e duratura mappa analogica di ravvicinamento di distanze siderali.

Reporting from the Front, la Biennale di Aravena, si ripropone di pensare l’architettura con un simile «occhio espanso», come simbiosi fra il territorio e chi lo vive. Oggi, dall’alto, le nostre città appaiono desolanti: oppresse dalla cementificazione, deturpate dagli incompiuti, svilite da un’edilizia scenografica che nulla condivide con i luoghi in cui sorge. Nelle parole del presidente Baratta è necessario tornare al «bene pubblico», a una Biennale non di archistar per singoli architetti, ma «di tutti gli agenti responsabili delle decisioni sullo spazio del vivere comune», cittadini compresi.

Quel «sismografo sensibilissimo» che è la Biennale (Pallucchini), con il fiuto del suo quasi decennale presidente Baratta, coglieva un’inversione di tendenza già quattro anni fa, quando David Chipperfield aveva diretto Common Ground. Lì però, malgrado il concept, il «campo» era rimasto arido, inumano. Nella visita, quasi dappertutto, si notavano sofisticazione nel design, uso raffinato delle tecnologie più avanzate, ipermediatizzazione espositiva (troppi schermi e demo video e immagine) in una forma tanto perfetta quanto disincarnata, deserta di persone e culture che fanno essere gli spazi luoghi. L’architettura copriva il vuoto antropologico con un eccesso di saperi tecnici e slogan, il «conflitto», la «sostenibilità», la «partecipazione» (?)... suscitando infine il sospetto che il potere stesse altrove. Solo in pochi casi – me ne ricordo due – lo spazio geometrico, il «ground», non era scisso dallo spazio agito, intessuto di relazioni interpersonali e fra umani e non umani: Spontaneous Interventions: Design Actions for the Common Good al padiglione Stati Uniti, i 124 microinterventi di riqualificazione dal basso di siti e servizi dismessi in città americane; e Torre David gran horizonte di Urban Think Tankil ristorante, trasferito per l’occasione alle Corderie dell’Arsenale, del grattacielo di 45 piani al centro finanziario di Caracas, incompiuto dopo la morte dell'imprenditore David Brillembourg, abbandonato per vent’anni e oggi occupato da 750 famiglie. Il padiglione americano ha ricevuto una menzione speciale, il Venezuela ha vinto il Leone d’oro come miglior progetto.

La Biennale di quest’anno, che torna sullo scollamento tra architettura e società civile, può perciò ispirarsi a modelli recenti e correggere il tiro. Baratta auspica l’espressione di una coscienza «clinica» degli errori. Dagli intenti manifestati in conferenza stampa, Aravena presenterà non più solo progetti conclusi, ma le domande dell’architetto di fronte a necessità materiali e immateriali essenziali e sul fronte di condizioni ambientali non sempre rosee. Gli esempi virtuosi di un’architettura in azione, nella catena di montaggio fenomenica fra processi logici, istituzionali, giuridici, politici e amministrativi. La dimensione artistica dovrà essere la chiave non invasiva di situazioni limite: per segregazione, periferia, migrazione, traffico, spreco, disastri naturali, disuguaglianza, criminalità, carenza di alloggi, inquinamento. E si evidenzieranno gli ostacoli alla qualità: l’insufficienza di mezzi, l’ottusità, i vincoli, l’urgenza. Finalmente una fenomenologia di percezione dello spazio che coinvolga sensi e senso e soggiacente alle pratiche costruttive?

Il curatore cileno ha scelto, provenienti da 37 paesi, 88 partecipanti. Di questi, 50 sono invitati per la prima volta e 33 hanno meno di 40 anni. La Mostra sarà affiancata da 61 Partecipazioni nazionali nei Padiglioni ai Giardini, all’Arsenale e nel centro storico di Venezia, con cinque nuovi ingressi: Filippine, Kazakistan, Nigeria, Seychelles e Yemen. Già molto dettagliati sono i tre Progetti Speciali dell’esposizione. Reporting from Marghera and Other Waterfronts, promosso da Biennale e curato da Stefano Recalcati, guarda alla riconversione produttiva di Porto Marghera, esaminando casi emblematici di rigenerazione di porti industriali. Nel padiglione delle arti applicate il Victoria and Albert Museum di Londra allestirà invece la mostra A World of Fragile Parts, a cura di Brendan Cormier. Il tema è il giudizio di valore sulla copia – calco in gesso o riproduzione dall’originale – come antidoto alla distruzione e alla scomparsa dei siti e degli artefatti del patrimonio mondiale. In previsione della conferenza ventennale delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Urbano Sostenibile – Habitat III, che si terrà in Equador, a Quito, nell’ottobre del 2016 – e nel contesto del programma Urban Age, organizzato dalla London School of Economics (LSE) e dalla Alfred Herrhausen Society, le Sale d’Armi C in Arsenale ospiteranno la mostra Report from Cities: Conflicts of an Urban Age, a cura di Ricky Burdett. Un documento sugli effetti che l’urbanizzazione intensa ha provocato negli ultimi 25 anni nelle città di Addis Abeba, Kinshasa, Lagos, Delhi, Manila, Dacca, Città del Messico, Sao Paulo, New York, Los Angeles, Londra Mosca, con i modelli di pianificazione urbana che hanno avuto maggior resilienza.

Ci auguriamo che sia questa l’occasione di rinnovare gli sfondi ideologici, e non l’ennesima operazione di styling. La differenza si avverte a pelle.

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