sicario-emily-bluntDenise Celentano

L’ultimo film di Denis Villeneuve, Sicario, è una specie di discesa nei sottoboschi morali della società, dove i confini fra l’istituzione e il crimine si rivelano labili al punto di un paradossale compromesso – pena il venir meno dei precari equilibri nella gestione del territorio, del tutto affidata ai loro rapporti di forza. Assistiamo alle vicende attraverso lo sguardo di Kate, talentuosa agente dell’FBI che viene coinvolta in un’indagine per la quale non era preparata: siamo nelle zone del Messico sottratte al controllo dello Stato, in cui vige un sistema parallelo di potere nelle mani dei re della droga.

Il cinema di Villeneuve è attraversato da forti tensioni morali. La sua realtà è feroce e contraddittoria, carica gli individui di oneri morali gravosi e laceranti, chiamandoli a scegliere fra istanze opposte e ugualmente pressanti. Kate appare imbrigliata in un meccanismo più grande di lei, che le impone di prendere posizione. Ma fino a che punto è possibile parlare di scelta, quando questa è compiuta con una pistola puntata alla faccia? Tanto più che nell’atto stesso di essere individuale, il conflitto è anche collettivo – la contraddizione vissuta dal personaggio è immediatamente anche una contraddizione che attraversa la vita della comunità: Kate vive un’ambivalenza che la precede e la supera.

Non c’è garanzia di protezione dalla contaminazione col reato. Manca un cantuccio protettivo, un’uscita di sicurezza. Quelle di Villeneuve sono scissioni vissute da personaggi che erano innocenti prima di essere catapultati nel cuore di un tormento claustrofobico, in cui difficilmente qualcuno può dirsi estraneo o assolto. Ciascuna pedina si muove entro una trama di rapporti di forza: uscire dalla scacchiera non è possibile, prendere posizione per il sol fatto di esserci è parte del gioco. Ciononostante, ci identifichiamo in questo personaggio capace di indignazione in un mondo che ha già capitolato da un pezzo. Il regista affida alla protagonista un occhio non ancora disincantato, e che tuttavia non può autoconservarsi puro ad libitum: con un sì o con un no, finisce comunque per doversi collocare nella geografia della forza.

Se la realtà che Villeneuve squaderna nelle riprese è violenta e infernale, tuttavia in essa c’è ancora qualcuno che comprende e si indigna, che sa tenere fermo a una distinzione fra bene e male. Benché alla fine, significativamente, si tratti proprio di chi resta sconfitto. Sembra in ultima istanza che il film racconti di una lezione terribile e speciale, quella del principio di realtà. In Sicario quest’ultimo è come incarnato da Alejandro, figura potente e ambigua che si muove tra i due mondi – quello legale e quello criminale – con la disinvoltura di un uomo che ne ha viste tante e ha importanti segreti da nascondere. Le istituzioni, sembra dirci Villeneuve, sono fatte da persone, nient’altro che da persone.

Il poliziotto, che aiuta i narcotrafficanti nel trasporto della droga per tirare a campare, rappresenta in questo senso una figura essenziale. Egli ci viene prima rappresentato nella migliore umanità del suo quotidiano familiare. Bisogna mandare avanti la baracca e in un contesto in cui vige un ordine di realtà vincolato a un patto sociale non dicibile, questo stesso poliziotto che tiene famiglia può farsi complice dei narcotrafficanti con l’aria ordinaria di chi va in ufficio a timbrare il badge ogni mattina. Sono molte le affinità con il sistema mafioso. Anche nel sistema mafioso il potere trae linfa dalla compiacenza delle istituzioni, anche il sistema mafioso ha la pretesa di nientificare il portato morale del singolo imponendogli un ordine di realtà parallelo, dotato di una legalità propria, con le sue regole e le sue sentenze.

Il cinema di Villeneuve suscita un interesse filosofico: la speciale intensità morale delle sue storie ci spinge a porci domande di giustizia, a fare valutazioni morali, a entrare nel territorio spinoso delle ragioni e dei torti entro scenari in cui non è mai facile determinarli. Com’è possibile la giustizia, qual è lo statuto della responsabilità individuale nell’inferno? Dove comincia e dove finisce la colpa, in un mondo che eccede le sue leggi? Significativamente Villeneuve ci pone queste domande attraverso personaggi apparentemente solidi: persino chi avrebbe gli strumenti per muoversi nel mondo, nell’emergenza corre il rischio radicale di perdersi.

Nel film del 2013, Prisoners – per limitarci ai soli lavori più recenti –, la domanda è: di che cosa sono capaci delle persone perbene quando viene loro tolto qualcosa di prezioso come un figlio? La risposta è che anche il più santo fra di noi può riattingere a sé una natura bestiale. Si respira un’aria di stato di natura hobbesiano, là dove i capisaldi dello stato di diritto vengono meno (Prisoners) e finanche le istituzioni rivelano il loro avvilente pallore morale (Sicario), partecipando alla guerra di tutti contro tutti, alla legge del più forte.

Il conflitto morale si presenta in Prisoners attraverso due soluzioni: dei due padri le cui figlie sono state rapite, uno di essi (Keller) sceglie la via crudamente giustizialista, torturando ferocemente il presunto colpevole; mentre l’altro (Franklin) indugia nel dubbio, nei territori del super-io. Keller è un vulcano, reagisce alla tragedia con incontenibile energia. Avvertiamo nettamente la sua volontà di vita esondare e imporre alla realtà l’andamento voluto con la tensione di ogni singolo muscolo a disposizione. Il principio della presunzione di innocenza in uno stato di diritto è al centro, si può dire, dello scrupolo morale di Franklin, che si rifiuta di prendere parte alla tortura, mentre Keller è fedele al principio opposto, che ci riporta dritto dritto alle società premoderne legittimanti le forme discrezionali di giustizia. Mentre l’uno corca di botte il sospettato del rapimento, l’altro si tormenta. C’è una specie di indifferibilità morale nel cuore dei film di Villeneuve. La scelta non può essere evitata, dissimulata, rinviata, tanto essa è insopportabilmente imperativa.

Colpisce che anche in Prisoners il terreno del conflitto morale sia rappresentato dal contrasto fra le istanze del singolo e quelle dell’istituzione e del diritto, ma in una chiave diversa rispetto al film del 2015. Sia Kate che Keller sono degli innocenti che infine la realtà obbliga ai suoi irriducibili, soverchianti mors tua vita mea. Tuttavia, se Kate diventa connivente passiva, Keller si fa artefice attivo e violento del reato. Le attenuanti non mancano, ma il regista ci conduce nel cuore di contraddizioni che non intende risolvere, facendoci affondare in esse con tutte le scarpe.

Con Villeneuve accediamo a un mondo in cui le regole a cui eravamo abituati non hanno più senso: in una specie di zona di sospensione del senso e della legge in cui finiamo radicalmente sprotetti, con tutto il corollario di spaesamento e di angoscia. L’insufficienza della legge è cioè protagonista. Sicario è un film sul potere in un mondo in cui la legge, dal momento che non riesce a contenere la realtà, scende a patti con essa. In Prisoners i principi della presunzione d’innocenza e l’impossibilità della detenzione preventiva in assenza di prove fanno capo a leggi paradossalmente troppo giuste per essere efficaci.

Si tratta di personaggi che incarnano come delle figure psicologiche, delle istanze forti di contro ad altre istanze: l’amore filiale (Prisoners), la ricerca della propria identità (Enemy), il senso di giustizia (Sicario). Ma non è la vita ordinaria l’oggetto di questi film, semmai il confine fra l’ordinario e l’orrore, il punto sensibile che precede il precipizio, l’attimo prima della deflagrazione. Villeneuve è interessato al lato emergenziale dell’esistenza, a quel nocciolo ambiguo che risiede in ogni cuore umano e che viene fuori quando le persone si trovano di fronte a una bomba a orologeria morale. Si tratta di una specie di antropologia dello shock. Che cosa fanno le persone davanti allo shock? Lo shock rende meno responsabili, e quindi colpevoli? In Enemy lo shock è radicale e disorientante, al punto da mettere in crisi il principio di individuazione. Ritroviamo questa semantica dell’emergenza sin nel film del 2009, Polytechnique; in esso però il confine fra bene e male appare ancora netto, il torto e la ragione evidenti: il regista non è ancora interessato a tematizzare i travagli morali possibili solo fuor di manicheismo, come farà nei film successivi.

Nei film di Villeneuve domina un senso dell’inesorabile, un fatalismo. Quando gli individui compiono delle scelte non esattamente brillanti in termini morali, è come se li si assolvesse, adducendo subito per loro una qualche attenuante, una giustificazione proveniente da una realtà che, scusate ma è troppo dura. Quando non scelgono, essi vengono comunque inghiottiti da un sistema fagocitante. L’aspetto deterministico emerge potente in Sicario, meno in Prisoners. L’autodeterminazione dei personaggi di Villeneuve si schianta con un principio di realtà che mostra i muscoli, in un corpo a corpo che ne fa tendenzialmente dei perdenti, ma mai in partenza: questo fallimento, come dire, se lo sono sudato.

Sicario

regia di Denis Villeneuve, sceneggiatura di Taylor Sheridan

USA 2015, 121’

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