lav_diaz-a_lullaby_to_a_sorrowfully_mystery-2Lorenzo Esposito

Non si fa mai un buon favore, né ai film né ai registi, ad apporre etichette. Laddove poi, come nel caso del cinema, l’unica cosa indiscutibile è l’animo recalcitrante (per fortuna) a essere tutto e tutto assieme connesso e reagito, inventarsi calderoni in cui gettare alla rinfusa sedicenti nuove scuole e incredibili rinascimenti è il modo migliore per allontanarsi dalla verità.

La Berlinale 2016 non fa eccezione. Ci sono i film, ci sono i registi e c’è l’etichetta buona per tutte le stagioni, ossia la rinascita del cinema documentario (anzi, la rinascita del cinema tout court, grazie al documentario). E sia chiaro, soprattutto quello della scuola italiana. Qui il calderone ribolle: una confusione più unica che rara fra realtà, realismo, «cinema del reale» (si salvi chi può) e finanche ovviamente il solito improprio riferimento alla tradizione neorealista (già abbondantemente equivocata: Rossellini docet).

Nessuno che semplicemente noti come il dato tecnico – l’ondata digitale – pone ormai da anni con naturalezza la questione o la possibilità filmica di un surplus di realtà. Pochissimi, fra i cosiddetti documentaristi, quelli che si interrogano sui criteri di autenticità legati al mantenimento filmico di ciò che di un evento reale appare unico e irripetibile. Ancora meno quelli che mettono in luce tutto il lavoro che viene fatto sul rischioso e difficile equilibrio tra fisica della realtà e sua estetizzazione (finzione e documentario di fatto coincidono, ma questo si sa, o si dovrebbe sapere, fin dall’inizio – vedi la consunta e superficiale storica distinzione Lumière/Méliès).

Che un festival metta in concorso quel che si suole chiamare (semplificando molto) documentario, e che dia conto fra alti e bassi, in tutte le sezioni, di questa tendenza onnivora e proteiforme a fissare pezzi di fulminante realtà nell’andirivieni non lineare della Storia, non ha nulla di particolarmente coraggioso; è una constatazione minima di partenza. Dunque, per restare al «caso» italiano, negare tutto questo e insistere su inesistenti nuove scuole significa perdere completamente di vista ciò sui cui stanno riflettendo negli ultimi anni (al di là dei singoli esiti) registi come Gianfranco Rosi, Franco Maresco o Roberto Minervini (indico qui i tre che a mio parere mostrano una lucidità maggiore nell’affrontare la questione). Si tratta infatti non solo di cineasti finalmente di nuovo apolidi, ma che si fanno carico della forma apolide stessa della realtà (solo in questo senso, da intendersi neorealisti).

Per esempio Rosi, fresco vincitore della Berlinale con Fuocoammare. Se ci si limita al coraggio del documentario (che peraltro di per sé non significa nulla), non si coglie tutto il rischio, che Rosi corre volutamente da sempre, nel rapporto fra realtà e sua messa in scena. Fuocoammare, rispetto a Sacro GRA, ne ha forse una concezione più statica, una struttura più didascalica (e sicuramente meno estrema di quell’azzardo puro – sul piano di verità e menzogna – toccato con El sicario). Mentre Sacro GRA arrivava a una tale concentrazione di non-luogo e personaggi da risultare visionario, Fuocoammare non sembra risolvere con la stessa intensità il desiderio di umanità da cui letteralmente prende le mosse. Quell’umanità capace di oltrepassare la sua stessa cecità (l’occhio pigro del piccolo protagonista e degli abitanti dell’isola che, come il resto d’Italia e d’Europa, sembrano non vedere ciò che sta accadendo) e la sua stessa irraccontabilità (che Rosi supera qui con l’inedita confessione libera del dottore, nuova rispetto al suo metodo e istinto di restituire il reale cogliendolo nel momento di sua massima trasformazione, anche se questa mutazione a vista è guidata dal cineasta, che ne accoglie la naturale ambiguità pur lavorandola: qualcosa di un po’ più complesso di un documentario, no?). Così, benché si dipani preciso e doloroso nella sua tripartizione, Fuocoammare sembra in parte soffrire filmicamente di un eccesso di metaforicità. Curiosamente tutto torna in Fuocoammare: ogni tassello è al suo posto, proprio dove invece il mondo è fuori sesto…

Forse allora la questione è un’altra. Non la realtà in sé, ma come raccontarla. Un documentarista sa che nulla di ciò che vede è reale; ed è in questo spazio, in questo nero, che trova il tempo del racconto (si veda come un signore di nome Frederick Wiseman ancora l’anno scorso, nel suo ultimo In Jackson Heights, abbia filmato il viaggio/epopea di un’immigrata messicana solo ascoltandone il racconto; anche Rosi d’altronde ha in più di una dichiarazione ricordato che al suo arrivo Lampedusa era silente e vuota, e che della realtà atroce in procinto di avverarsi c’era solo l’eco). Lav Diaz (anche lui in concorso), per esempio, in Lullaby to the Sorrowful Mistery (ma come sempre nei suoi fluviali poemi) considera la realtà come il documento del suo oltrepassamento, e le Filippine come trama minima di ciò che si trama nel mondo. Dopo le prime quattro/cinque ore, che quasi fingono la messa in scena, la storia della ribellione contro l’occupante spagnolo a fine Ottocento (per di più tratta dal romanzo El filibusterismo di José Rizal, eroe della rivoluzione che, per questa sua mitologia militante, fu veramente condannato a morte) diventa un prodigioso documento visionario, dove figure reali della Storia, deambulanti nella giungla filippina, sono i fantasmi di un limbo infuocato che racconta il drammatico tentativo dell’occhio di dar corpo allo spaesamento collettivo, di trattenere le immagini sparite e in via di sparizione, di dare un’immagine a ciò che dell’immagine sfugge (e guarda caso Lav Diaz mette in scena la prima proiezione Lumière nelle Filippine; mentre sul piano delle concordanze astrali – si ricordi che il precedente film di Diaz, From What Is Before, è stato insignito del primo premio al Festival di Locarno da una giuria presieduta proprio da Rosi! –, a proposito di disturbi oculari, notiamo che il romanziere rivoluzionario José Rizal era in origine un oftalmologo…).

Infine la scelta del cinese Wang Bing nel bellissimo Ta’ang (passato nella sezione più accesa, il Forum): mentre la realtà cambia continuamente veste e luce, e ora del giorno e della notte, non si può far altro che documentare questa eterna cangiante finzione atmosferica, consapevoli che qualunque cronaca si voglia intraprendere essa non sarà mai solo cronaca, né solo documento, ma cronaca di una visione. La cronaca qui è quella della regione di Myanmar Kokang (Burma) ai confini con la Cina, abitata dal popolo Ta’ang e messa a ferro e fuoco da una guerra civile che dura dal 2009. La visione è quella di Wang Bing, il quale segue senza soluzione di continuità – durante tutto un giorno, tutta una notte e le prime ore del mattino seguente – alcuni profughi, fra le migliaia in fuga verso la Cina. Fra vallate abissali, racconti infiniti attorno al fuoco, l’eco confusa e impietosa dell’artiglieria che nessuno sa più dire da che parte arrivi. Certo che è un documentario, ma come può esserlo un cerchio magico dove letteralmente niente è vero (o posto su un differente livello di verità), dove sradicamento e disorientamento di un popolo significano al tempo stesso rassegna poetica di arcaicità e mito secolari prima che si smarriscano. Si è in viaggio, senza meta, con l’unica idea di sopravvivere. La camera è così dentro i fatti da introiettarne lo spaesamento e cercare di ritrovarsi, nell’ultimo folgorante plan, nella distanza. Si, è un documentario, se per documentario si intende quel naturale spazio di tempo necessario alla narrazione della realtà per raggiungere l’ancor più naturale infingimento della visione.

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Una Risposta a Cronaca di una visione. Echi dalla Berlinale 2016

  1. jurij scrive:

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