photogallery_479Gabriele Sassone

«L’arte finiva in mano ai peggiori». Questa constatazione, non sempre applicabile, l’ho letta nell’ultimo romanzo di Tiziano Scarpa, ma avrei potuto sentirla pronunciare da molti artisti viventi – magari non in pubblico, magari lontano dagli stand delle fiere o dalle vetrine delle gallerie, magari avendo venduto soltanto pochi pezzi in tutta la carriera. Chi sono i peggiori non spetta dirlo né a me, né a Scarpa, però una cosa è sorprendente: la precisione con cui lo scrittore descrive alcune dinamiche del fare l’artista oggi in Italia. Quello che molti pensano e pochi dicono; per esempio: «I curatori conformisti che obbediscono alle tendenze di moda. I vecchi artisti-professori che spingono avanti i loro allievi. I curatori gay che scelgono artisti gay. Le curatrici donne che scelgono artiste donne. I curatori maschilisti che scelgono artiste carine. I collezionisti ricchi che trasformano in grandi opere robaccia inconsistente solo perché la pagano tantissimo».

Federico Morpio ha trentanove anni, vive in un monolocale a Milano. Ha investito tutto sulle sue opere, ha sacrificato se stesso. Ne è valsa la pena? «Pensavo che bastasse stare a Milano: pensavo che essere nato qui, avere studiato nella città italiana più importante per l’arte contemporanea mi garantisse la rete di relazioni sufficiente a sfondare. Farsi vedere a qualche inaugurazione, bere l’amaro prosecchino d’ordinanza, scambiare due chiacchiere. Avere buoni lavori, opere interessanti, e stare a Milano; tutto il resto sarebbe venuto da sé». Questo disinganno, uno dei tanti nell’oscillare di Morpio fra rovina e redenzione, si contrappone all’epifania di Adele. Che invece ha ventinove anni ed è impiegata presso un’azienda di stampi per bicchieri e piatti usa e getta. Grazie a un geco caduto dentro una pentola rivestita di Teflon – non vi spiego perché – Adele si converte al cristianesimo. Durante il suo peregrinare per Milano, una città disseppellita via via dalle vivide messe a fuoco dell’autore, Adele conosce Ottavio. Prima diventano una coppia, poi i primi Cristiani Sovversivi.

Se l’arte finisce in mano ai peggiori, ho chiesto a Scarpa, nelle mani di chi finisce la religione? «Adele e Ottavio sono due neoconvertiti che, come tali, prendono sul serio la fede cristiana, sono esigenti, pretendono coerenza da sé stessi e dalla Chiesa». In sostanza sono due persone che agiscono, che hanno la forza di far accadere qualcosa. Proprio nel passaggio tra volontà e possibilità di agire s’innesta la terza dimensione del Brevetto del geco: quella delle parole. O meglio, delle parole pronunciate da un essere mai nato (scoprirete di chi si tratta leggendo il romanzo). Immaginate che le parole possano perdere la loro astrazione; immaginate che poi, una volta vive, desiderino agire, prendere parte al mondo, conoscerlo, ma non lo possano fare. Immaginatelo, ed ecco rappresentata una metafora verosimile della nostra condizione: soggetti che possiedono gli strumenti per agire, ma non la possibilità.

Allora contro quali forme di interdizione dovremmo combattere?, mi sono chiesto dopo aver letto il libro. La solitudine, forse. In particolare, un tipo di solitudine generato dal continuo riscrivere il presente, dal continuo redigere proposte, dal continuo sottoporsi al giudizio. Quella che Boris Groys definisce «solitudine del progetto», una sorta di scivolamento sulla vita reale. Partendo da questi presupposti, la domanda che ho rivolto a Scarpa riguarda le modalità con cui compensare questa mancanza di attrito. Il pensiero più spontaneo si è indirizzato verso le azioni collettive.

«C’era una volta un modo per farlo, nell’arte si chiamava “avanguardia”. Le opere continuavano a nascere nella solitudine, ma si intraprendevano azioni collettive che creassero effetti moltiplicatori. La mostra organizzata da Morpio e dai suoi amici artisti nel romanzo è una specie di avanguardia senza contenuto, senza poetica, puramente tattica. All’opposto, le azioni dei Cristiani Sovversivi sono un’applicazione talmente letterale dei princìpi da sfociare, come conseguenza necessaria, in un’avanguardia religiosa».

Arte e religione – all’appello manca la finanza – sono fra i principali generatori di immaterialità del nostro tempo. A uno dei due protagonisti avrei voluto chiedere quali sono gli effetti di questa esposizione all’immaterialità. Ho trovato una buona risposta in una battuta di Morpio: «Ecco cosa sono stato: un insipido artista dalla buona condotta. L’arte ha fatto di me una personcina educata e rispettosa».

La sensazione che ho provato leggendo Il brevetto del geco è di aver camminato lungo una fune tesa fra un mondo tremendamente concreto e un accecante desiderio di sublimazione. Io sono nato vicino alle campagne descritte nel libro, quelle del Parco Agricolo Sud, e ora vivo a Milano. Grazie alla scrittura meticolosa e rivelatrice di Scarpa, l’aspetto esteriore di natura e città a me familiare si è sfalsato di qualche centimetro dalla sua verità interiore. Ed è in questa sottile intercapedine che, lo so, si giocherà il resto della partita.

Tiziano Scarpa

Il brevetto del geco

Einaudi, 2016, 328 pp., € 20

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Una Risposta a Insicurissimi di poterlo fare

  1. Non ho letto il libro ma solo ciò che Sassone ha qui riportato. Ad Amstredam ho avuto per 10 anni, 10 lunghi anni, una galleria. Well…le parole di Tiziano potrei riportarle qui in un “taglia e incolla”. È troppo vero ciò che leggo ed è altrettanto vero che nessuno vuole modificare questo, da oramai troppo tempo, ‘staus quo’. Non è questa una geremiade ma la semplice e cruda verità con le ovvie eccezioni.Qui non si parla di mafia del mondo dell’Arte bensí, di un suo elegante eufemismo: network!

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