sanguinetiÈ uscito nei giorni scorsi per i tipi genovesi del Canneto un delizioso libriccino di Edoardo Sanguineti, che raccoglie nove brevi articoli usciti sul quotidiano «Il Secolo XIX» dal 6 marzo al 1° maggio 2010. Gli articoli inauguravano una rubrica lessicografica – interrotta purtroppo per la più triste delle ragioni: Sanguineti morì il 18 maggio – dal titolo Le parole volano, e questo è pure il titolo del libriccino (67 pp., € 8) curato con devozione da Giuliano Galletta – al quale già dovevamo la serie di interviste, a ES, raccolte nel 2012 dal Melangolo col titolo La ballata del quotidiano – e accompagnato da un bel saggio di Enrico Testa dal titolo Sanguineti lessicomane (autodefinizione d’autore, questa: introdotta nei versi di Cose 12 ma, ricorda Testa, ribadita – all’atto di licenziare il Supplemento 2004 da lui diretto del Grande dizionario della lingua italiana della Utet – in un articolo apparso su «l’Unità» dal titolo, appunto, Memoria di un lessicomane: «mi sono trasformato da lessicomane clandestino, non dico a lessicografo, ma a lessicomane ufficiale semiautopatentato»). Il destino ha voluto che sia stata questa l’ultima collaborazione giornalistica di Sanguineti (condotta in parallelo a quella tenuta, da gennaio a maggio sempre del ’10, sul settimanale «Gli altri»: quattordici articoli raccolti nel volumetto L’altruista, con scritti di Piero Sansonetti, Stefano Jorio e Fausto Bertinotti, Gli Altri 2011): a conferma di una passione – o meglio, appunto, una mania – in precedenza spesso affiorante nella vasta selva delle collaborazioni giornalistiche raccolte in Giornalino (Einaudi 1976), Giornalino secondo (ivi 1979), Scribilli (Feltrinelli 1985), Ghirigori (Marietti 1988) e Gazzettini (Editori Riuniti 1993; si veda pure il numero 3 del 2007 della rivista «Poetiche», con la raccolta della rubrica Taccuini tenuta su «Rinascita» fra il 1984 e l’87); sicché davvero si può dire, con Testa, che «il costante ronron meditativo su lessico e lingua è come una musichetta di fondo che accompagna negli anni l’attività poligrafica di Sanguineti, in continua transizione tra generi e ambiti diversi».

Ma i nove «pezzi facili» raccolti in Le parole volano, nella loro stringatezza fulminante (annota giustamente Galletta come negli ultimi anni Sanguineti non avesse più la pazienza di continuare collaborazioni giornalistiche dagli spazi sempre più esigui, preferendo affidare il suo pensiero alle interviste – che si affollano nello stesso periodo, infatti, numerosissime –; è istruttivo però notare, in questi rari documenti postremi, come lo stile giornalistico di Sanguineti – negli anni Settanta contrassegnato da una sintassi avvolgente, quasi quanto quella della sua scrittura saggistica «ufficiale», e fiorito di una frastornante miriade di incisi – sappia qui invece semplificarsi radicalmente: sino a compiacersi, a tratti, di stilemi telegrafici), mostrano pure l’ostinata volontà di parlare, attraverso le parole, delle cose (come nell’inciso iniziale, qui, sulla «rovina della pubblica istruzione»). L’artefice della storica formula Ideologia e linguaggio non poteva, del resto, fare diversamente.

A.C.

Mina e l’endecasillabo

Edoardo Sanguineti

Su «Tuttolibri», il 6 marzo, si celebra una serie di volumi dedicati a La cultura italiana, editi dalla Utet. C’è un saggio di Michele Loporcaro, autore di meravigliose polemiche in cui ha splendidamente contrapposto Rousseau e Gramsci, in modi che liquidano con rara forza le radici della rovina della pubblica istruzione, dal riformismo di sciagurati ministri e legislatori e predicatori sino ai giorni nostri infelicissimi. Costui ribadisce che «i dialetti sono lingue altre, lingue sorelle dell’italiano, non sue forme alterate che, veneto della Serenissima a parte, non sono approdate a status di lingua ufficiale per ragioni politiche e culturali».

È proprio un problema di cultura, si sa. E oggi se i giovani parlano dialetto, egemonia, e politica, e «specie se abitano in centri di media grandezza, parlano un dialetto regionale e italianizzato», che agisce «nelle varietà regionali di italiano, anche nell’italiano di chi non ha mai parlato dialetto locale».

Sopra «La Stampa» del 7 marzo, sotto il titolo Una furtiva lagrima? Esageroma nen, si apprende che è stato eseguito un donizettiano Elisir d’amor, in una traduzione ottocentesca (che ebbe qualche esecuzione nel 1859, al teatro Rossini di Torino, e ora è stata dissepolta da una collezione privata), opera di un Anacleto Como di Alba, che volse il povero Felice Romani «in lingua piemontese». Ma, per celebrare Ennio Flaiano, nato nel 1910 a Pescara, voglio evocare due luoghi in cui, non primo né unico, ma tenace e limpido, rileva l’endecasillabità ossessiva della nostra lingua.

Nel 1938, celebrando le «lente e dolci» serate romane, e discorrendo del viale «ora dedicato a d’Annunzio», annotava che i «luoghi stessi» obbediscono alla metrica «persino nella toponomastica», tanto che vien fatto di pensarli in endecasillabi: «La scala della Trinità de’ Monti, La salita di San Sebastianello, o ancora, il monumento ai fratelli Cairoli».

Trascorrono gli anni, volano le parole, e vola il tempo. Siamo nel 1945, e Flaiano ritorna a una nostra «tradizione inconscia all’endecasillabo, ossia i giornalisti romani (oggi direbbe i titolisti, che è mestiere autonomo, ormai) usano senza accorgersene endecasillabi nei loro titoli, tanto che Silvio

d’Amico, in gioventù, fece un sonetto con i titoli della Tribuna, sonetto che ancora oggi viene citato

nelle redazioni». Se si recita ancora, non lo so. Temo che sia scomparso. Ma Ennio esibisce alcuni

esempi: «Tragica fine di una bella donna» (assassinio della Laffi), «L’imputato è fuggito dal Virgilio» (fuga di Roatta), «Gli alleati sorpassano Bologna / nella rapida marcia verso il Po» («il cui

ultimo verso – annota Flaiano –, con l’accento sull’ultima sillaba, viene comunemente ritenuto un piccolo capolavoro di armonia strategica, se così si può dire»). Insomma, conclude il nostro, «più i titoli sono chiari e mnemonici, più il pubblico li trova ben fatti».

Ma qui, puntando ancora sugli anniversari, voglio innalzare un inno ai «70 anni da tigre» di Mina, come leggo su «Oggi» del 24 marzo, che promette un numero speciale a lei dedicato («50 anni con Mina»). Lo faccio volentieri perché è stata e rimane un mio assoluto idolo. E l’occasione è buona perché devo lamentarmi che qui, sopra «Il Secolo XIX» del 19 marzo, Gino Paoli si è chiesto: «Mina è vera gloria?». E ha risposto, sventuratamente, che no, non è gloria, non è vera. E ci ha fatto un catalogo di tutt’altre interpreti, che sarebbero davvero adorabili. Tempo fa mi era accaduto di inneggiare alla sua voce, come fenomeno paragonabile, per dirla chiara, e in fretta, a una Callas, a una Berberian. E non ho mutato per niente opinione.

«Il Secolo XIX». 10 marzo 2010

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!