KHSG_01_Petrit_Halilaj_preview_PFrancesca Pasini

C’è chi crea un tableau vivant e chi, come Petrit Halilaj, una casa vivant.

In filosofia «il linguaggio è la casa dell’essere», ma quello che racconta Halilaj è più commovente, più contradditorio, più «banale», direbbe Hannah Arendt. È il dramma della distruzione della casa che vivono ogni giorno i migranti, politici ed economici. È successo anche agli Halilaj. Petrit è nato a Kumpir, in Kosovo, nel 1986; la casa è stata distrutta e dopo un soggiorno in Italia, dove ha frequentato l’Accademia di Brera, è andato a Berlino. Intanto il sogno che ha sostenuto lui e la sua famiglia si è avverato: la casa è stata ricostruita. A Pristina, in città, quella d’origine era in campagna. La espone a Milano, all’Hangar Bicocca.

Non è un diario fotografico, ma un insieme di storie che spuntano da vari angoli, proprio come avviene nelle case, quando una sedia, un tappeto, una foto in cornice sono tracce portanti, tanto quanto i muri. The places I’m looking for, my dear, are utopian places, they are boring and I don’t know how to make them real. Un titolo che racconta appunto dei luoghi utopici e noiosi con i quali convivere.

La casa di Petrit e della sua famiglia è vista attraverso l’assenza, non è un escamotage poetico, ma una realtà fisica. In mostra, più o meno al centro dello spazio, ci sono i casseri usati per tirar su i muri. Invece di buttarli o incorporarli nell’edificio, Halilaj li usa come un sentiero della memoria. Sono sopraelevati, si cammina sotto, come se potessimo calpestare le fondamenta o radiografare la costruzione fin dentro la terra. Così la visione di una casa sospesa è un’immagine del sogno che l’ha preceduta, ma soprattutto è la costruzione allo stato nascente e la sua adattabilità a entrare fisicamente negli ambienti altrui, come un museo. Dove ciò che è esposto diventa «la casa personale» di chi, guardandola, trasferisce lì le proprie memorie.

È una delle intenzioni di Petrit coinvolgere altri nel suo sogno, e in questa assenza «iconografica» della casa reale appare lo stato di cambiamento che avviene in chi perde la propria. Ci sono tanti modi di perderla. A volte volontariamente, a volte perché si cambia città, a volte perché si rimane soli, a volte perché ci s’innamora di un’altra. La casa d’origine, qualunque essa sia, però rimane: l’assenza non la cancella. C’è bisogno di elaborare una distanza. Questo dichiara la casa vivant di Petrit Halilaj. Lo fa con tanti elementi. Un cinguettio diffuso che a chiunque fa venire in mente l’infanzia, un prato, un albero amato, un desiderio. Un video di prati fioriti, farfalle che volano e si posano, indica una campagna armoniosa: è il posto della sua vecchia casa. Oggi non si riconosce più nulla della distruzione. Petrit ha tratto in salvo pezzi di ringhiera del cancello e altri resti, ne ha fatto dei grandiosi gioielli che potrebbe indossare la casa ricostruita e quella che ha attraversato i suoi sogni: It is the first time dear that you have a human shape (diptych-earring), (butterfly collier), (bracelet). Ocarine, rami, utensili, ricordano la sua vita e la nostra (Objekte n’Kumpir).

Anche le galline hanno una casa, un po’ dentro e un po’ fuori. È stato aperto un varco e il pollaio si trova all’esterno dentro un grande razzo spaziale in legno. Le galline vivono la loro vita nell’arte, facendo le uova e chiocciando. They are Lucky to be Bourgeois Hens: sì, sono fortunate ad essere galline borghesi, vanno anche al museo!

Possiamo inventare molte associazioni, ma quello che incide è la visione biografica. Ricordo la prima volta che ho incontrato Petrit Halilaj ad Artissima-Torino nel 2008. Aveva una piccolissima stanzina nello stand della galleria Chert. Lui ti invitava a entrare e poi chiudeva la porta. Lì, in brulichio di piume di gallina che volteggiavano e di oggetti, mi ha raccontato la sua vita. Questa era la sua opera. Lo è ancora oggi. Il modo per parlare del legame spezzato dalla guerra nell’ex Jugoslavia è un dialogo a tu per tu. Oggi la sua stanzina è un museo, ma la temperatura è intatta. Oggi come allora, rende esplicita la necessità di non dimenticare. Non è political correctness, ma un suggerimento a lasciarci andare e ammirare una gallina che fa l’uovo, visione ormai quasi impossibile per chiunque; farci venire il senso di colpa per tutti quelli che perdono la casa e che non sappiamo come accogliere; emozionarci per chi ha la capacità e la fortuna di ricostruire la propria vita e di darle casa. Un’esperienza che riguarda tutti, in tutto il mondo. Anche chi non è sotto tiro, sa che la gallina di Halilaj è simbolo di un ricongiungimento, da compiere ogni giorno. La casa vivant di Petrit invita a ricostruire la propria casa ovunque e a sorridere al magnifico e immaginifico disegno della sua gallina borghese che ci accoglie all’ingresso e ci accompagna all’uscita.

Petrit Halilaj

Space Shuttle in the Garden

a cura di Roberta Tenconi

Milano, Pirelli Hangar Bicocca, 3 dicembre 2015-13 marzo 2016

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