adornohorkheimerhabermasbyjeremyjshapiro2Lelio Demichelis

Leggere. E magari ri-leggere. Già perché, sopraffatti come siamo dalle novità editoriali troppo spesso dimentichiamo di andare a ri-prendere in mano un vecchio libro e di ri-leggerlo. Scopriremmo invece che ciò che un autore scriveva quaranta o sessant’anni fa è ancora attualissimo. Che ciò che descriveva era sì la società di allora ma ancor di più è la società di oggi. Che l’eclisse della ragione che denunciava nel 1946 si replica oggi in tempo di rete, di algoritmi, di autoritarismo apparentemente democratico. Che la società industriale di allora è la società in rete di oggi, con effetti molto simili in termini di alienazione, estraniazione, falso individualismo. Che la società era in transizione negli anni Settanta come lo è oggi, perché il capitalismo e la tecnica vivono di perenne transizione e di incessante modificazione di se stessi, imponendo agli individui e alla società intera di adattarsi e solo di adattarsi al cambiamento che producono, chiamando presuntuosamente razionale questo adattamento che però nega l’individuo (pur esaltandolo), la sua soggettività, e lo fa semplice (ma sempre più efficiente e convinto) funzionario dell’apparato, oggi perfetto nodo della rete cui viene semplicemente chiesto di funzionare al meglio; a consolare basta l’industria culturale che lo stesso apparato produce per distrarci e divertirci.

Rileggendolo scopriremmo, ancora, che se la società di allora si avviava a essere una società amministrata (tutto potrà essere regolato automaticamente, che si tratti dell’amministrazione dello stato, del traffico o del consumo). Lo è diventata davvero oggi: quando il connettersi in rete è un dovere individuale e l’amministrazione è il prodotto della stessa rete e dei suoi algoritmi. Che l’isolamento degli individui (ieri e oggi soprattutto in rete) viene prodotto e provocato sistematicamente ricorrendo a tutti i mezzi di comunicazione di massa e questo isolamento indotto è nel catechismo dell’arte di governo autoritaria. Anche se si chiama democrazia.

Stiamo parlando ovviamente di Max Horkheimer (1895-1973), uno dei massimi esponenti, con Adorno – insieme al quale aveva scritto la famosa Dialettica dell’illuminismo – della Teoria critica e della Scuola di Francoforte. Rileggiamo allora Eclisse della ragione e La società di transizione (pubblicati anni fa da Einaudi). Scegliendone due parti.

La prima, sulla demagogia. Intesa come quella prassi politica che si fonda sulla ricerca del sostegno delle masse, assecondandone le pratiche e i comportamenti irrazionali ed elementari (oggi diremmo, di pancia). Mentre demagogo è colui (uomo politico e/o abile oratore) capace di guidare il popolo. Demagogia e populismo, poi, se il populismo è quella forma della politica che invoca nel popolo – inteso come aggregato omogeneo depositario di valori immodificabili e positivi – la fonte e la legittimazione di sé e per sé. Scriveva Horkheimer: «Dai tempi della prima crociata e di Pietro l’Eremita fino all’era di Hitler e Stalin e dei loro successori, i trucchi demagogici sono rimasti sostanzialmente gli stessi. Il demagogo si definisce un eroe che al tempo stesso è un martire, la cui vita è costantemente minacciata. Parla sempre al superlativo, ma soprattutto ripete instancabilmente che noi siamo i buoni e gli altri i cattivi. Gli altri – gli uomini che appartengono ad altri popoli o anche al proprio popolo, se sono contro di lui o semplicemente se appartengono ad un altro partito – hanno sempre torto, solo lui ha ragione. Egli sostiene di far parte della gente semplice; invece è un individuo che impiega coscientemente un intero arsenale di trucchi. […] Pretende sempre di essere aggredito e di doversi difendere. Dobbiamo reagire. […] E nel caso del demagogo, dei suoi partigiani e seguaci, svolge un ruolo importante il pensiero stereotipato, per schemi» (oggi diremmo: per slides o tweet). Facile integrare la riflessione di Horkheimer pensando non solo a Berlusconi o a Renzi, ma soprattutto alla tecnica. Anche la rete, infatti, è demagogica: pretende di essere il popolo (della rete) e di interpretarne/rappresentarne i valori; glorifica se stessa (ama scriversi con la maiuscola e al superlativo) e tutti i suoi gregari/esegeti/cultori; gli altri hanno sempre torto e solo la rete ha ragione; soprattutto vive e riproduce un pensiero semplificato, veloce e stereotipato.

Passiamo al secondo tema, la televisione. «Da un lato essa determina reazioni più rapide ed esatte, un orientamento più precoce che il vecchio rapporto personale; e dall’altro, per quanto posso vedere, provoca passività spirituale. La televisione educa i bambini in un mondo in cui intelligenza significa sempre più percezione e prestazione precisa, rapida, […] educa i bambini a reagire meccanicamente ai segni e a un determinato genere di passività. L’integrazione o addirittura la sostituzione della parola stampata e parlata con l’illustrazione, va a scapito della fantasia, la suggestione diventa più facile». E ancora: i mass media tecnici forniscono modelli all’azione e danno al mutismo che producono (si ascolta e si guarda ciò che offrono, senza parlare) «l’illusione che venga detto qualcosa. Nonostante tutta la rapidità del suo pensiero, il cittadino perde l’abitudine di esprimersi». E allora: reazioni rapide, esatte, automatiche; passività rispetto al mezzo (si vive, pensa, comunica come il mezzo permette di fare, non altrimenti); mancanza di fantasia (basta una app o un videogioco). Davvero la rete sembra avere preso il posto della tv. Certo, oggi si replica dicendo che in rete massima è invece la libertà di esprimersi. Ma questo esprimersi sembra solo un infinito monologo collettivo: tutti dicono ma nessuno parla con gli altri né li ascolta, la comunicazione è fatta di brevi messaggi molti-molti, senza che venga costruito alcun discorso.

Ecco allora la grande attualità di Horkheimer – anche se oggi siamo privi di una nuova Teoria critica su capitalismo, tecnica e nuova industria culturale via rete. Persa l’iniziale fiducia nella rivoluzione, Horkheimer aveva conservato una grande fiducia nelle facoltà critiche dell’individuo, capaci di salvare l’uomo dall’eclisse della ragione. Nel nome, con Adorno, di un esistenziale «essere pessimisti in teoria e ottimisti nella pratica».

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