graeberEsce il 25 febbraio dal Saggiatore Burocrazia di David Graeber. L’autore, che insegna Antropologia alla London School of Economics, è oggi uno dei più autorevoli esponenti del pensiero anarchico e libertario; egli stesso ricorda spesso nei suoi scritti – anche in questa occasione – la sua militanza nel Movimento per la giustizia globale, a Zuccotti Park e altrove. Il suo libro Debito. I primi 5000 anni (pubblicato nel 2012 sempre dal Saggiatore) è forse il testo più letto e discusso, oggi, su questo dispositivo regolatore per eccellenza del dominio contemporaneo. Il nuovo saggio (uscito esattamente un anno fa da Melville House, col titolo The Utopia of Rules. On Technology, Stupidity and the Secret Joy of Bureaucracy) ne mette a fuoco un altro che al primo è legato da rapporti sottili quanto stringenti. E nel farlo mette a nudo una quantità straordinaria di paradossi che regolano la nostra vita quotidiana. Paradossi ai quali ci siamo tanto assuefatti da non considerarli più tali:

Qualcuno una volta ha calcolato che l’americano medio passa sei mesi della propria vita ad aspettare che scatti il semaforo. Non so se ci sono dati simili su quanto tempo passa a riempire moduli, ma sono sicuro che non ci siamo lontani. Se non altro, credo di poter dire che mai nella storia del nostro pianeta un popolo ha passato tanto tempo a occuparsi di scartoffie. Il problema è che tutto ciò è successo dopo la caduta dell’orribile e antiquato socialismo burocratico e il trionfo della liberta e del mercato. Di certo questo è uno dei grandi paradossi della vita contemporanea.

 È, questo appena citato (prelevato dal terzo capitolo), solo un esempio del metodo graeberiano di analisi decostruttiva dei processi sociali, che – nella migliore tradizione antropologica, da Montesquieu a Geertz – si potrebbe accostare allo «straniamento» teorizzato nelle arti e nella letteratura, all’inizio del Novecento, da Sklovškij e dagli altri formalisti russi. La conseguenza politica dell’assunto appena citato, per esempio, è per Graeber la seguente:

 credo che dovremmo ripensare radicalmente alcuni dei nostri assunti di base sul capitalismo. Uno è che il capitalismo si identifica con il mercato e che quindi entrambi sono nemici della burocrazia, la quale invece è una creatura dello stato. Un altro è che il capitalismo è per sua natura favorevole al progresso tecnologico. […] I sostenitori del capitalismo in genere insistono su tre considerazioni di carattere storico: primo, che il capitalismo ha favorito un rapido sviluppo scientifico e tecnologico; secondo, che, pur avendo messo un’enorme ricchezza nelle mani di una piccola minoranza, ha avuto l’effetto complessivo di migliorare la prosperità di tutti; terzo, che ha creato un mondo più sicuro e democratico. È abbastanza chiaro, però, che nel XXI secolo il capitalismo non sta facendo nessuna di queste cose. Ormai anche i suoi sostenitori cominciano ad ammettere che non è un sistema particolarmente valido, e si accontentano di dire che è l’unico possibile – o, almeno, l’unico sistema possibile per una società complessa e tecnologicamente avanzata come la nostra.

Per gentile concessione dell’editore italiano proponiamo qui un estratto dall’introduzione, intitolata La legge ferrea del liberalismo e l’età della burocratizzazione totale.

A.C.

Contro la burocrazia, da sinistra

David Graeber

Oggi nessuno parla più di burocrazia. Ma a metà del secolo scorso, special­mente alla fine degli anni Sessanta e all’inizio degli anni Settanta, sembrava non si parlasse d’altro. […] Uscivano romanzi kafkiani e film satirici. A tutti sembrava che le manie e le assurdità della vita burocratica fossero uno dei tratti carat­terizzanti del mondo moderno, e che quindi fosse particolarmente importan­te parlarne. A partire dagli anni Settanta, però, c’è stato uno strano riflusso. […] L’argomento suscita un interesse moderato fino al dopoguerra, poi cresce d’importanza negli anni Cinquanta, raggiunge l’apice nel 1973 e da lì co­mincia un lento ma inesorabile declino.

Come mai? Una spiegazione ovvia è che, banalmente, ci abbiamo fatto l’abitudine. La burocrazia è diventata come l’aria che respiriamo. […] Verso la fine del XX secolo i cit­tadini della classe media hanno perso sempre più tempo a combattere con reti di telefonate e interfacce web, e […] i meno fortunati hanno passato di­verse ore della giornata a districarsi tra complicatissime pratiche per acce­dere a quel poco che è rimasto dei servizi sociali. […]

Tutti i saggi raccolti in questo volume, in un modo o nell’altro, trattano di questa discrepanza. Anche se non ci piace occuparcene, la burocrazia in­fluenza ogni aspetto della nostra esistenza. È come se la nostra civiltà, in tutto il mondo, avesse deciso di tapparsi le orecchie e di canticchiare ogni volta che si tira fuori l’argomento. E quelle rare volte in cui se ne parla, i termini della discussione sono gli stessi degli anni Sessanta e Settanta. I movimenti sociali degli anni Sessanta erano generalmente d’ispirazione progressista e di sinistra, ma erano anche contro la burocrazia o, per essere più precisi, contro la mentalità burocratica, contro il conformismo oppri­mente dello stato sociale postbellico. Di fronte ai grigi funzionari di en­trambi i regimi, quello del capitalismo di stato e quello del socialismo di stato, quei contestatori si battevano per l’espressione individuale e per una convivialità spontanea, contro qualsiasi forma di controllo sociale (il mot­to era: «Norme e regole, a che servono?»).

Con il crollo del vecchio stato sociale, tutto ciò appare decisamente su­perato. Mentre il linguaggio dell’individualismo antiburocratico è stato, con crescente ferocia, adottato dalla destra, che propone «soluzioni di mer­cato» per qualsiasi problema sociale, la sinistra moderata ormai si è ridotta a combattere una patetica battaglia di retroguardia, provando a salvare quel che resta del welfare state: ha accettato passivamente – e spesso addirittu­ra incoraggiato – il tentativo di rendere lo stato più «efficiente» attraverso la privatizzazione parziale dei servizi e la sempre maggiore integrazione dei «principi di mercato», degli «incentivi di mercato» e delle procedure di mercato basate su «trasparenza e responsabilità» nell’organizzazione bu­rocratica stessa.

Politicamente, il risultato è stato disastroso. Non c’è altro modo per dirlo. Ogni soluzione di sinistra «moderata» a qualsivoglia problema socia­le (e oggi, quasi ovunque, le soluzioni di sinistra radicale vengono escluse tout court) si è invariabilmente rivelata una commistione da incubo tra i peggiori elementi della burocrazia e del capitalismo. È come se si fosse de­ciso scientemente di creare la posizione politica meno allettante possibile. Il fatto che qualcuno pensi ancora di votare per partiti che fanno scelte di questo tipo è il segno della forza intramontabile degli ideali di sinistra: se la gente continua a votare per i partiti di sinistra non è certo perché crede nelle loro politiche, ma perché queste sono le uniche che chi si definisce di sinistra è autorizzato a sostenere.

Come stupirsi, quindi, se ogni volta che c’è una crisi sociale è la destra, e non la sinistra, a fare da valvola di sfogo dell’indignazione popolare?

La destra, almeno, ha una posizione critica sulla burocrazia. Non è mol­to solida, ma almeno esiste. La sinistra non ce l’ha. Di conseguenza, quan­do chi si dice di sinistra vuole parlare male della burocrazia, il più delle volte è costretto a riciclare una versione annacquata delle critiche della destra.

Tale critica ha origine nel pensiero liberale ottocentesco e può essere re­spinta molto facilmente. […] La crescita della burocrazia è l’esempio supremo del­la degenerazione delle buone intenzioni. Questo concetto è stato espresso nel modo forse più immediato ed efficace dalla celebre massima di Ronald Reagan: «Le nove parole più spaventose della nostra lingua sono “Mi man­da lo stato e sono qui per aiutarvi”».

Il problema è che tutto ciò ha scarsissima attinenza con la realtà dei fat­ti. […] Abbiamo scoperto che per mandare avanti un’economia di mercato servono mille volte più scartoffie che nella monarchia assoluta di Luigi XIV.

Questo apparente paradosso – in base al quale una serie di misure vol­te a ridurre l’intervento dello stato nell’economia finisce per produrre più regole, più burocrati e più polizia – si ripete con tale regolarità che potrem­mo considerarlo alla stregua di una legge generale della sociologia. Propon­go di chiamarla «Legge ferrea del liberalismo»: ««La Legge ferrea del liberalismo stabilisce che qualsiasi riforma del mercato e qualsiasi iniziativa di governo volta a ridurre la burocrazia e a favorire le forze di mercato avrà l’effetto ultimo di incrementare il numero complessi­vo delle norme, la quantità complessiva delle pratiche cartacee e il numero complessivo dei burocrati al servizio dello stato». Il sociologo francese Émile Durkheim osservò questo fenomeno già alla fi­ne del XIX secolo poi diventò impossibile ignorarlo. Alla metà del Nove­cento, perfino i critici di destra come von Mises ammettevano – almeno nei loro scritti accademici – che i mercati in realtà non si regolano da soli e che per mandare avanti qualsiasi sistema di mercato serve un esercito di amministrativi […]. Tuttavia, il populismo di destra capì subito che, a prescindere dalla realtà dei fatti, prendere di mira i burocra­ti funzionava quasi sempre. […]

E così «democrazia» è diventata sinonimo di «mercato», mentre «buro­crazia» intrusione dello stato nel mercato. Questo è più o meno il significa­to che la parola ha conservato fino a oggi.

Non sempre è stato così. Il modello aziendale moderno che si è afferma­to alla fine del XIX secolo all’epoca era visto come un modo di applicare le moderne tecniche burocratiche al settore privato. Si dava per assodato che queste tecniche fossero necessarie, quando si operava su larga scala, perché erano più efficienti rispetto alla rete di rapporti personali o informali che ca­ratterizzavano il mondo delle piccole imprese a conduzione familiare. I pio­nieri di queste nuove burocrazie private furono gli Stati Uniti e la Germania(1) […].

Questo processo – la graduale fusione di potere pubblico e privato in un’u­nica entità portatrice di norme e regole che hanno il fine ultimo di estrar­re ricchezza sotto forma di profitti – ancora non ha un nome. Il fatto di per sé è significativo. Cose del genere succedono anche perché non esiste una terminologia per discuterne. Ma gli effetti si vedono in ogni singolo aspet­to della nostra vita. Passiamo le giornate tra scartoffie e moduli sempre più lunghi e complicati. Semplici bollette, multe e richieste di adesione ad as­sociazioni sportive o culturali sono ormai regolarmente accompagnate da pagine e pagine di documentazione in legalese.

Voglio inventarmi un nome. La chiamerò l’età della «burocratizzazione totale» […]. È cominciata timidamente alla fine degli anni Settanta, quando or­mai non si parlava più di burocrazia, e si è consolidata negli anni Ottanta. Ma è negli anni Novanta che ha preso veramente il volo. […]

Nel frattempo si è affermato un nuovo credo: tutti dovevano guardare il mondo con gli occhi di un investitore. […] La narrazione ufficiale era che attraverso la partecipazione ai fondi pensione o a qualche tipo di fondo di investimento tutti avrebbero avuto un pezzo di capitalismo. In realtà, il cerchio magico è stato allargato soltanto ai professionisti meglio pagati e ai burocrati delle aziende private.

Questo allargamento, tuttavia, è stato estremamente importante. Nes­suna rivoluzione politica è possibile senza alleati, e cooptare un certo seg­mento della classe media (e soprattutto convincerne gran parte di essere in qualche modo partecipe del capitalismo finanziario) è stato fondamentale. Alla fine, la componente più liberal e progressista di questa élite professional-manageriale è diventata la base sociale di quelli che vengono spaccia­ti per i partiti «di sinistra», mentre le organizzazioni dei lavoratori come i sindacati sono state abbandonate a se stesse (basti pensare al Democratic Party negli Stati Uniti e al New Labour in Gran Bretagna, con i rispettivi leader che hanno ripudiato in pubblico quegli stessi sindacati che storica­mente hanno formato il cuore del loro elettorato). Si trattava, naturalmen­te, di soggetti che già lavoravano in ambienti molto burocratizzati come scuole, ospedali o studi legali di diritto societario. La classe operaia vera e propria, che tradizionalmente detestava questi personaggi, o si è ritirata completamente dalla politica o si è rifugiata nel voto di protesta per la de­stra radicale(2).

Non è stato solo un riallineamento politico; è stata una trasformazio­ne culturale, che ha preparato il terreno per un processo grazie al quale gli strumenti burocratici (valutazione delle prestazioni, focus group, survey sull’allocazione del tempo…) sviluppati nei circoli finanziari e aziendali hanno invaso il resto della società – la scuola, la scienza, il governo – arri­vando a permeare praticamente ogni aspetto della vita quotidiana. Il mo­do migliore di ricostruire tale processo è partire dal linguaggio. C’è tutto un gergo che si è sviluppato inizialmente all’interno di questi circoli, fat­to di parole altisonanti e vuote come visione, qualità, stakeholder, leader­ship, eccellenza, innovazione, obiettivi strategici e best practice […].

Come dovrebbe configurarsi una critica di sinistra di questa burocratiz­zazione totale o predatoria?

Uno spunto ci arriva dalla storia del Movimento per la giustizia glo­bale, il primo movimento ad accorgersi (non senza sorpresa) della na­tura del problema. Me lo ricordo bene perché all’epoca ero coinvolto in prima persona. Negli anni Novanta, la «globalizzazione», nella vulgata di giornalisti come Thomas Friedman (ma in realtà di tutto l’establishment giornalistico degli Stati Uniti e di quasi tutti i paesi ricchi), veniva dipinta quasi come una forza della natura. I progressi tecnologici – in particolare Internet – avevano unificato il mondo come non era mai successo prima, la crescita delle comunicazioni aveva portato all’espansione del commer­cio e i confini nazionali erano diventati sempre più irrilevanti grazie ai trattati di libero scambio, che avevano creato un unico mercato mondia­le. Nei dibattiti politici dell’epoca, soprattutto sui mezzi di informazione dominanti, tutto questo veniva preso come un dato di fatto, e chiunque avesse qualcosa da eccepire veniva trattato come se avesse messo in di­scussione le leggi fondamentali della natura. Negare la globalizzazione era come sostenere che la terra fosse piatta: chi lo diceva veniva conside­rato un buffone, l’equivalente di sinistra dei fondamentalisti cristiani che negavano l’evoluzione.

E così, quando è nato il Movimento per la giustizia globale, i mezzi di informazione lo hanno dipinto come una retroguardia di sinistroidi gri­gi e malsani che volevano tornare al protezionismo, alla sovranità nazio­nale, alle barriere al commercio e alle comunicazioni e opporsi vanamente all’inevitabile marea della Storia. Il problema è che ovviamente non era ve­ro. Tanto per cominciare, l’età media dei manifestanti, soprattutto nei pae­si più ricchi, era di circa diciannove anni. Ma, soprattutto, c’era il fatto che il movimento era una forma di globalizzazione in sé: un’alleanza caleido­scopica di persone provenienti da ogni angolo del mondo, dalle associazio­ni dei contadini indiani al sindacato dei lavoratori postali del Canada, dai gruppi indigeni di Panama ai collettivi anarchici di Detroit. In più, i suoi esponenti spiegavano fino allo sfinimento che, nonostante si dicesse il con­trario, quella che i mezzi di informazione chiamavano «globalizzazione» non c’entrava niente con l’abbattimento delle frontiere e il libero movimen­to di persone, prodotti e idee. Non era altro che un modo per intrappolare una fascia sempre più ampia della popolazione mondiale entro confini for­temente militarizzati all’interno dei quali le forme di protezione sociale ve­nivano sistematicamente negate, creando un bacino di lavoratori talmente disperati da essere disposti a lavorare quasi per niente. Contro questo sce­nario, proponevano un mondo davvero senza frontiere. […]

Per chi è stato un rifugiato, o magari ha solo dovuto compilare un mo­dulo di quaranta pagine per richiedere l’ammissione di sua figlia a una scuola di musica londinese, l’idea che la burocrazia possa avere qualcosa a che fare con la razionalità o l’efficienza suona strana. Ma vista dall’alto sembra proprio così. Da dentro il sistema, infatti, le formule matematiche e gli algoritmi attraverso i quali viene valutato il mondo diventano non so­lo misure del valore, ma la sua stessa origine(3). L’attività principale dei bu­rocrati è valutare. Sono continuamente impegnati a misurare, controllare, confrontare e soppesare i meriti di piani, proposte, domande, linee d’azio­ne e candidati alla promozione diversi. Le riforme di mercato rafforzano questa tendenza. Succede a tutti i livelli. Quelli che ne subiscono di più gli effetti sono i poveri, tenuti costantemente sotto osservazione da un eserci­to di burocrati moralisti e invadenti che, spuntando delle caselle, valutano le loro capacità genitoriali, sbirciano nella credenza per controllare se abi­tano davvero con il partner, tentano di capire se hanno provato a cercarsi un lavoro o se le loro condizioni di salute sono realmente così gravi da im­pedire loro di svolgere un lavoro manuale. In tutti i paesi ricchi ci sono or­mai schiere di funzionari la cui mansione primaria è far sentire in colpa i poveri. Ma la cultura della valutazione è, se possibile, ancora più dilagante nel mondo ipercredenzializzato delle classi professionali, in cui domina il controllo contabile e nulla vale se non può essere quantificato, incasellato o inserito in qualche tipo di interfaccia o di relazione trimestrale. Questo mondo non è un mero prodotto della finanziarizzazione, ne è il prolunga­mento naturale. Che cos’è infatti il mondo dei derivati cartolarizzati, del­le Cdo e di altri strumenti finanziari esotici se non l’apoteosi del principio che il valore è un prodotto della carta, la vetta estrema di una montagna di documenti di valutazione? […]

Quella che manca […] è una critica di sinistra della burocrazia. Que­sto libro non è un primo abbozzo di tale critica. E non è nemmeno, a nes­sun livello, il tentativo di elaborare una teoria generale della burocrazia o una storia della burocrazia, o anche solo dell’età della burocratizzazione to­tale in cui viviamo. È una raccolta di saggi, ognuno dei quali indica alcu­ne possibili direzioni per una critica di sinistra della burocrazia. Il primo parla di violenza, il secondo di tecnologia e il terzo di razionalità e valore.

I capitoli non formano una tesi unica. Potremmo dire che ruotano at­torno a una tesi, ma sono soprattutto il tentativo di far partire una discus­sione. Sarebbe ora.

È un problema che ci riguarda tutti. Siamo strangolati dalle pratiche, dalle abitudini e dai valori burocratici. L’organizzazione della nostra vita si basa ormai sulla compilazione di moduli. Eppure, il linguaggio che uti­lizziamo per descrivere questo fenomeno non solo è tremendamente ina­deguato, ma forse è stato addirittura studiato per aggravare il problema. Dobbiamo trovare il modo di spiegare che cosa non ci sta bene di questo processo e parlare con franchezza della violenza che lo circonda, ma allo stesso tempo dobbiamo capire che cosa lo rende attraente, che cosa lo so­stiene, quali elementi varrebbe la pena di mantenere in una società dav­vero libera, quali possono essere considerati i prezzi inevitabili da pagare per vivere in una società complessa e quali invece possono e devono esse­re eliminati del tutto. Se questo libro riuscirà anche solo ad accendere la scintilla di questa discussione, avrà dato il suo contributo alla vita politi­ca contemporanea.

1 Sotto molti aspetti, gli Stati Uniti sono un paese tedesco che, per via di quella rivalità che risale al primo Novecento, rifiuta di riconoscersi come tale. Nonostante l’uso della lingua inglese, ci sono molti più americani di origine tedesca che inglese (basti pensare ai due piatti più caratteristici della cucina americana, l’hamburger è l’hot dog o frankfurter). […]

2 Una formula molto popolare dagli anni Ottanta in poi è «liberal nello stile di vita, conservatore in materia fiscale». Si riferisce a tutte quelle persone che hanno interiorizzato i valori sociali della controcultura degli anni sessanta ma hanno imparato a vedere l’economia con gli occhi degli investitori.

3 La logica è analoga alla concezione marxiana del feticismo, in base alla quale le creazioni dell’uomo sembrano prendere vita e controllare i loro creatori anziché il contrario. Probabilmente va considerata una sottospecie dello stesso fenomeno.

David Graeber

Burocrazia. Perché le regole ci perseguitano e perché ci rendono felici

traduzione di Fabrizio Saulini

il Saggiatore, 2016, 224 pp., € 21

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Una Risposta a Graeber: Contro la burocrazia, da sinistra

  1. Marco scrive:

    Già….di scintille se ne accendono leggendo l’articolo, chissa il libro. Gl’anni 90′ Friedman, le pretese della globalizzazione, ecc.ecc. fanno pensare ad una storia che si ripete, infatti, quella bogrghesia nel XIX secolo definì “socialdarwinismo” quella scelleratezza molto lombrosiana per cui i poveri erano, in due parole, degl’esseri inferiori dunque non avrebbero potuto essere altro che poveri. Nel secolo XIX, però, non era ancora stato ben definito il concetto di inconscio in relazione al comportamento umano nelle differenti istanze ed oggi alcuni studi di psicosociologia e non solo, pare debbano rimanere inascoltati. La ragione, che ha un suo nobile significato, viene spesso confusa con la razionalizzazione sicchè il divario tra consapevolezza e capacità di elaborazione pare aumentato. Altro che post-colonialismo, è tutto un susseguirsi di epoche coloniali.

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