Paolo Fabbri

Che misterioso enigma è l’uomo!

Sherlock Holmes, Il segno dei quattro

Mitogonia

Siamo in un’epoca revisionista: torniamo indietro, dal post al pre, a passo di gambero. Ma così facendo incappiamo nei fatti di spalle. Grande merito di questo libro è che ci aiuta a voltarci e a guardare di fronte il suo oggetto: la mitogonia di Umberto Eco.

Ci riporta all’esordio e ai primordi dell’intellettuale italiano vivente più conosciuto del pianeta(1), o se si preferisce all’intellettuale planetario più conosciuto in Italia. Poiché la fama semplifica, la fisiognomica della celebrità conduce alla caricatura: Eco è l’uomo che sapeva troppo, il dotto enciclopedico che ha anticipato l’avvento di Google e Wikipedia – le quali rendono inutili le enciclopedie private, ma più necessario il loro impiego creativo. […]

Il metodo

[…] Salta agli occhi […] il proposito di applicare il metodo semiotico(2) a un celebre semiologo. Non si tratta però di un divertissement – l’arroseur-arrosé e neppure dello spargimento impressionista di «connotazioni, come polvere d’oro» (Barthes). […] Eco infatti ha manifestato un interesse costante per gli specchi, cioè ad osservarsi a partire da uno sguardo altro. E quella di Cogo infatti è il contrario di una autobiografia: una eterobiografia mitica che introduce perciò molti elementi rizomatici tra gli alberi delle genealogie ufficiali.

La temperie

Sono gli anni – dalla metà degli anni Cinquanta alla metà degli anni Sessanta – nei quali Eco inizia a lavorare all’interno della nascente industria culturale, prima alla Televisione di Stato e poi alla casa editrice Bompiani. Anni di formazione per il bilidungsroman del nostro eroe e per una nuova cultura italiana, il rinnovo del suo canone e della sua doxa. […]

Eco non è solo: fa parte di una generazione intellettuale – che ha espresso il Gruppo 63 – molto aggressiva rispetto alla precedente. A questa generazione appartengono figure come Gregotti, Gae Aulenti, Sanguineti, Balestrini, Scalfari, ecc., che hanno ancora un ruolo culturale direttivo in quanto la generazione successiva ha perduto il proprio turno tra utopie politiche, evasioni nella droga e dispersioni globalizzate.

Nello spirito del tempio, Eco sul Diario minimo («il verri», 1959) scriveva allora una Estetica dei parenti poveri, in cui elencava «tra le ricerche possibili: evoluzione del tratto grafico da Flash Gordon a Dick Tracy; esistenzialismo e Peanuts; gesto e onomatopea nel fumetto; schemi standard di situazioni narrative; influenza dell’eco magnetica nell’evoluzione della vocalità dopo i Platters; uso estetico del telefono; estetica della partita di calcio». E via scrivendo, sui fumetti e la televisione fino ad Apocalittici e integrati, 1964, il libro dalle iniziali profetiche (A.I.), dove è già tracciata la disciplina semiotica come legante del rizoma enciclopedico. […]

Questa «dominante» della personalità sui diversi contenuti smentisce la supposta poliedricità di Eco, le sfaccettature multiformi che lo renderebbero diverso a seconda dei punto di vista. È proprio il contrario: Umberto Eco è un frattale, un oggetto geometrico che non cambia aspetto a seconda dei luoghi d’osservazione. La sua personalità creatrice la si ritrova intatta in ciascuna delle varie attività che svolge […].

QuiProQuo

La materia narrativa di Eco è moltiplicata e rifratta dal meccanismo socioculturale del QuiproQuo (QpQ). La sua carriera infatti, specie agli inizi, è stata feconda di fraintesi. Spieghiamoci: ogni successo è dovuto a scelte intenzionali quanto a rifiuti collettivi. Eco non aveva una formazione nei media scritti o visivi; universitario impegnato nella ricerca hard – l’estetica medievale – avrebbe pianificato una carriera accademica, ma Luigi Pareyson, un mandarino dell’estetica con cui i Eco intendeva collaborare, gli perferì Gianni Vattimo.

Il QpQ è un colpo di fortuna. Dapprima inavvertito, perché Eco si è impegnato a lavorare nel mondo dell’editoria e dei media quasi di soppiatto, spesso sotto pseudonimo: Dedalus, personaggio di Joyce beninteso, ma anche il progettista di labirinti (v poi Il nome della rosa). In questo suo modo di avanzare mascherato, Eco si è fatto spesso labirinto per gli altri. Ha cercato, Sherlock Holmes rovesciato, di far perdere le proprie tracce e nel farlo si è ritrovato in posizioni e ruoli che non aveva anticipato. Una virtualità che riesce ad attualizzarsi in funzione del potenziale delle situazioni.

Un esempio per tutti il successo di Apocalittici e integrati(3): Eco per sua ammissione non credeva «di dire nulla di nuovo ma di fare il punto su un dibattito ormai maturo» e invece «prendeva di sorpresa i meno informati» e azzeccava il punto d’incontro tra «conservatori amareggiati e progressisti in tensione». Gli è capitato sovente anche con Il nome della rosa, testo irto di citazioni locali e personali che ha finito, per la solida impalcatura della detective story, per diventare un classico planetario.

Talento e Semiosfera

A questo e ad altri QpQ(4), Eco ha risposto con il proprio talento, riuscendo, sospinto dagli sguardi altri, a fronteggiare le esigenze impreviste d’esser preso per qualcuno che non intendeva diventare. «Talento» è, per sua etimologia, desiderio e abitudine e quello di Eco è un talento opportuno che sa cogliere con divertita laboriosità, i momenti, i luoghi e le persone giusti e orientare le sue virtualità e inclinazioni. Ha contribuito così a caratterizzare il periodo che il libro prende in esame nei suoi tratti fondamentali.

Umberto Eco non è un code breaker (scassa-norma o rompi-codice). Non ha forse realizzato delle innovazioni teoriche salienti, anche se Opera aperta resta un riferimento per l’estetica e il modello per la fuga degli interpretanti della sua semiotica. Il suo ruolo è stato invece decisivo per operare dei veri e propri movimenti tettonici all’interno della cultura italiana e internazionale. Non rotture epistemologiche quindi ma pieghe, inflessioni e spostamenti d’accento nella semiosfera, che hanno modificato le gerarchie e riscritto i criteri tradizionali di dominanza culturale. Eco ha fatto per la cultura quello che i futuristi volevano fare coi versi: mutare il periodare classico del pensiero. Senza Eco, questo spostamento non sarebbe avvenuto, o molto più tardi e in maniera diversa. Il suo meritato mitismo è quello di un Personaggio Concettuale (Deleuze).

Il contemporaneo: presenza e opportunità

[…] La sua presenza attiva nell’attualità contemporanea ci interroga proprio sul problema della presenza e della contemporaneità. […] Nelle tattiche della compresenza Eco si è dimostrato però assai diverso dalle strategie dell’avanguardia, che sospende o revoca il presente a nome del futuro. Eco invece è attivo nel contestualizzarsi al presente. Detto semioticamente, i suoi testi sono, soprattutto, generativi di un contesto del quale ha saputo sempre spostare i frames. Così il rigoroso semiologo, il teorico dell’avanguardia, ha ridefinito col suo stile romanzesco il movimento postmoderno. Un altro QpQ?

Essere contemporaneo implica un’acuta sensibilità al momento opportuno. Non bastano gli intenti: ci vuole fortuna e tempismo, cioè la capacità di saper riconoscere l’occasione e acciuffarla al passaggio. Come prendere l’onda nel surf. Eco è un golden surfer: prima d’ogni altro sa riconoscere le onde buone o far credere che esistano. […].

Con ironia

[…] Eco è un Esopo brillante, non è l’intellettuale che pretende di dir l’ultima parola a nome della totalità, come Sartre o come ha provato a fare Foucault , in occasione della rivoluzione iraniana, quando ha sostenuto Khomeini nel suo Sessantotto clericale.

Eco non pretende infatti d’impartire agli altri tutta la verità e nient’altro che quella, perché non è l’intellettuale del concetto ultimo ma del pensiero penultimo. Sa che altri ne verranno e per questo più che nel dissenso lui si riconosce nella condivisione, come prova la sua indefessa memoria per le citazioni erudite e per le storielle, non sempre elevate, con cui crea un ricordo in comune. […] La sua è una memoria esopica, in quanto ha come obiettivo la trasmissione di una moralità a volte improntata ad un insospettato buonsenso, ma veicolata da una forma umoristica e ironica. […]

Uno stile brillante

[…] A mio avviso la brillantezza di Eco risiede soprattutto nella sua capacità di saper dosare la sua memoria esopica a fini morali. Ci sono momenti buoni per farlo e momenti in cui ciò non è possibile. Eco sa che se si rimane sempre intensi non si produce brillantezza; ci vogliono pause nella presenza per cogliere-capire il momento giusto per esercitare tempestivamente le proprie qualità. Una capacità di far emergere e afferrare il momento e farne un memento. […]

Stile scritto e orale. Eco è ancora un uomo del medium scritto a partire dal quale – come peraltro McLuhan – esplora e teorizza gli altri media. Ma, nell’esercizio delle sue numerose qualità, è anche un professore. Ora, Barthes sostiene che i professori sono soprattutto orali, talvolta verbosi e vanno distinti dagli intellettuali, i quali sono professori che scrivono; entrambi diversi dagli scrittori che lavorano dentro alla lingua. Umberto Eco fa ancora eccezione: è uno scrittore di successo che insegna. Capita quindi spesso che lo si ascolta non per quel che dice, ma per il riverbero del suo mitismo. […]

Conclusione

[…] Certo, come notava Baudrillard, oggi è più difficile fare ironia perché sono diventate ironiche le cose e i maître à penser sono diventati pret à penser. Gli intellettuali – con l’eccezione degli scienziati? – sembrano privi del potere di sperimentazione e trasformazione: le loro opinioni, consumate al ritmo dei media, sembrano ininfluenti nelle scelte politiche e culturali (le stesse persone che trovano brillantissimo l’Eco che «scherza» Berlusconi, poi votano Berlusconi).

Cos’è successo in questi anni? La tesi di Eco, il senso del suo tempismo è che il paradigma culturale è tornato indietro a passi di gambero. Che gli rimane da fare allora? […] Meglio recuperare […] allora la forza illocutiva di contestualizzazione che non gli è venuta meno? Come la ripresa a distanza di trent’anni di una rivista come Alfabeta, che ha orientato la cultura di una generazione.

E infine: se nessuno come lui ha saputo cogliere il vento e guidare la nave in porto, quanto ha contato il suo carico? Quanto è importante ciò che ha trasportato? Ai contemporanei la sentenza. Ardua, mi pare, ma è il caso di farne un caso.

(1) A puro titolo d’esempio si veda la mappa delle lauree honoris causa conferite ad Umberto Eco nel corso degli anni.

(2) Ancora più curioso, per chi ha familiarità con questa disciplina, che si applichino gli strumenti della semiotica generativa a uno dei principali esponenti della semiotica interpretativa. Ma questo è un divertimento da accademici, nulla di veramente divertente insomma.

(3) Il fortunatissimo titolo è stato imposto dall’editore Valentino Bompiani: QpQ?

(4) Qualcosa in comune con Mike Bongiorno ci doveva pure essere no? Mike è stato un maestro del qui pro quo verbale, spesso apparentemente inconsapevole.

Dall’Introduzione a Michele Cogo, Fenomenologia di Umberto Eco. Indagine sulle origini di un mito intellettuale contemporaneo, Baskerville 2010

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