naveGiorgio Mascitelli

Nelle prime pagine del suo celebre Storia notturna Carlo Ginzburg racconta come nel 1321 in Francia si propagò un’ondata di violenze nei confronti dei lebbrosi, accusati di avere avvelenato le acque potabili in odio ai sani; in seguito alcuni dei lebbrosi furono sottoposti a tortura e naturalmente ammisero l’esistenza di una congiura per conquistare la cristianità. Il 21 giugno dello stesso anno Il re di Francia Filippo V il Lungo emanò così un editto nel quale si autorizzava la reclusione e l’uccisione dei lebbrosi, si confiscavano i loro beni e tutti i processi venivano avocati dalla corona in quanto imputati del delitto di lesa maestà (in seguito alle proteste dei prelati e dei nobili che amministravano i beni dei lebbrosari la confisca dei beni verrà annullata). Da quel momento in poi i lebbrosi, che sino ad allora venivano ricoverati in istituzioni ospedaliere in cui si entrava volontariamente, verranno segregati in luoghi chiusi; mentre a più riprese la voce della congiura riemergerà, associando sempre più spesso ai lebbrosi gli ebrei, finché questi ultimi – nelle dicerie e nei provvedimenti pubblici – soppianteranno del tutto i primi.

Sempre più spesso, in questi ultimi mesi, queste pagine del grande storico di fronte alle reazioni di molti governi di stati europei, e delle rispettive opinioni pubbliche, all’ondata dei profughi. So benissimo che è sbagliato, o quanto meno azzardato, cercare similitudini in eventi storici lontanissimi e diversissimi; so benissimo che, per fortuna, esiste un movimento di solidarietà e che in determinate realtà alcune situazioni difficili sono state risolte in maniera dignitosa dalle autorità locali. Eppure il crescendo di misure annunciate da varie nazioni (dai muri fisici e virtuali alle confische di beni dei profughi, dai rimpatri di massa fino alle accuse ai greci di compiacenza e inefficienza nel controllo dell’emigrazione, con reiterate minacce di espulsione dall’area Schengen) non può non richiamarmi alla mente il miscuglio di paura e odio descritto da Ginzburg.

Del resto solo un flusso di paura crescente può spiegare il fatto che un paese marginale in termini politici, economici e demografici come l’Ungheria sia riuscito a imporre la propria linea sulla questione rifugiati all’intera Unione, e in particolare al capo del potente governo tedesco – senza il consenso del quale, si può dire, non si muove foglia in Europa. Certo l’Ungheria ha interpretato in anticipo lo spirito dominante nell’Unione contando evidentemente sugli effetti perversi del cosiddetto regolamento di Dublino II, che regola la questione profughi nella UE scaricandola di fatto sui paesi d’arrivo. In fondo, se qualcuno si spingesse ad affermare che Orban ha superato Merkel sul terreno che le è proprio e che lei stessa aveva usato spregiudicatamente in passato, ovvero quello di fomentare paure nazionali al fine di ottenere risultati politici ed economici, non mi sentirei di dargli torto.

Non ha particolare senso sostenere che questa ondata xenofoba sia frutto dei timori e delle difficoltà politici ed economici che vivono le popolazioni europee; non perché non sia vero, ma perché ogni ondata di questo genere nella storia ha avuto alla base ingredienti di questo genere, tra gli altri. La xenofobia vive periodi di latenza, ma su di essa si deve avere la consapevolezza che ha Rieux alla fine della Peste di Camus: mentre la città festeggia la fine dell’epidemia, egli sa che la gioia dei suoi concittadini è solo provvisoria: il bacillo della malattia si annida ancora da qualche parte. Certo non hanno questa consapevolezza coloro che negli anni Novanta – proprio quando si andavano gettando le basi degli attuali problemi – hanno descritto la globalizzazione con toni da Ballo Excelsior, e che hanno scambiato come pilastri di un nuovo ordine mondiale i sintomi del caos sistemico che viviamo ora.

È indicativo dello stato d’animo europeo di paura il fatto che gli avvenimenti della sera di San Silvestro a Colonia abbiano assunto un rilievo nell’immaginario collettivo, almeno in parte spontaneamente e non solo a causa dell’enfasi mediatica, quasi simile a quello avuto dagli attentati di Parigi. Infatti gli episodi capitati nella città renana sono utilizzabili a pieno titolo in una narrazione mitologica che richiami il modello del ratto delle fanciulle da parte dell’invasore. Se frammenti di paure ancestrali si diffondono, amplificati per di più dalla convinzione mainstream che il progresso tecnologico ci abbia resi immuni dagli errori del passato, la voce della critica langue e rimane sempre più isolata. La geografia della paura per le ondate migratorie si sovrappone a quella della paura per la crisi economica, indicando l’origine dei guai che investono la virtuosa Europa centrosettentrionale nella rotta che passa per Grecia e Italia. Ciò che a uno sguardo razionale appare una condizione geostorica, in una prospettiva mitologica si carica di significato simbolico. Di fronte alla paura, temo, le differenze tra destre tecnocratiche e populiste tendono ad appiattirsi e del resto, giova ricordarlo, lo stesso Orban non apparterrebbe in teoria al novero degli estremisti di destra, essendo a pieno titolo membro del Partito popolare europeo.

I flussi di paura sono perfettamente globali, o quanto meno continentali, a dispetto del localismo delle forze che si accingono a sfruttarli; mentre le poche forze che potrebbero contrastarli restano divise e ancorate a prospettive nazionali. In un certo senso sono simili ai flussi di denaro: per la loro rapidità e la loro irrazionalità. Soldi e paura sono le grandi forze cosmopolite del nostro tempo: il che, se non fosse drammatico, conterrebbe anche la sua buona dose di ironia nei confronti di una certa retorica neoliberale.

Tagged with →  
Share →

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!
Almanacco
Il primo Almanacco di alfabeta2 che riassume come «cronaca di un anno» l’attività di www.alfabeta2.it sul tema Post-futuro. Con sconto 30%!
La moneta del comune
Il secondo libro della collana alfalibri: La moneta del comune a cura di Andrea Fumagalli ed Emanuele Braga. L’obiettivo è semplice creare un ambiente socio-economico ed ecosostenibile in grado di produrre per sé e non per il profitto e la rendita.