pippodelbonoincontroDecostruire Delbono con gli strumenti di Delbono

Dalila D’Amico

Dal 19 al 31 gennaio il Teatro Argentina ospita il Vangelo di Pippo Delbono. Parliamo del regista italiano più presente nei palcoscenici d’oltralpe e d’oltreoceano. I suoi spettacoli sono sostenuti da prestigiose istituzioni. Solo per quest’ultimo ad esempio figurano l’ERT (Emilia Romagna Teatro Fondazione) e il Teatro Nazionale Croato di Zagabria, cui si aggiungono lo svizzero Théâtre Vidy Lausanne, la Maison de la Culture d’Amiens e il Teatro Comunale di Bologna. Ben tre centri di produzione esteri hanno dunque sostenuto quest’ultima fatica della compagnia Delbono. Dovremmo esserne tutti felici, dato che in Italia il teatro soffre proprio di mancanza di fondi; ma soprattutto perchè questa monumentale offesa intellettuale non gravata su noi contribuenti.

Chi abbia visto negli anni recenti un suo spettacolo, ne conosce a memoria i codici ripetitivi: la celebrazione sempre compiaciuta di un monumento eretto al proprio io, il «ragazzo di vita» che, sebbene costretto a pagare i suoi turbolenti anni giovanili con l’HIV e afflitto dalla morte dei suoi cari, non è mai incline alla resa, è sempre nell’atto di redimersi, impegnando diseredati e «barboni» in attività culturali, alleviando le sofferenze di attori mentalmente disabili attraverso il beneficio terapeutico del teatro e regalando ai suoi spettatori epifanie di salvifica autenticità. Vangelo conferma la ricetta del discorso a tu per tu con lo spettatore, condito con un pizzico di attualità e scaldato nel tegame di poeti d’altri tempi, primo fra tutti Pier Paolo Pasolini.

Soffermarsi nell’analisi di questo ennesimo autoritratto del regista risulterebbe dunque pleonastico, tuttavia è opportuno riflettere sul perchè la formula del patetismo lacrimevole di stampo televisivo mieta ancora tanto successo. Mi si consenta di farlo appropriandomi per un attimo della metodologia Delbono a quanto pare molto efficace: sciorinando conoscenze e scomodando Pasolini.

Conoscenze: Il sociologo Zygmunt Bauman (Homo consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi, Erickson 2007) sostiene che la libertà illimitata (di scelta, di informazione, di espressione) offerta dai processi di globalizzazione celi l’obbligata accettazione del paradigma capitalistico, dal quale deriva una liquefazione delle istituzioni, dei valori e della politica a vantaggio dell’economia: un processo sottile che trasforma i cittadini quasi unicamente in consumatori, creando e plasmando per loro desideri e necessità. Ne consegue che anche chi produce arte scenda a patti col capitale, affidandosi alle formule vincenti dei cine-panettoni dalla risata facile o dei Vangeli delboniani dalla commozione facile. Sempre secondo Bauman, tale liquefazione depotenzia la fiducia nell’azione per una causa condivisa e converte l’esperienza da terreno di incontro con l’altro a luogo narcisistico di ripiegamento nel privato, dissipato in social network e reality show: «I talk show legittimano il pubblico dibattito sugli affari privati. Rendono il vergognoso decente e trasformano gli scheletri nell’armadio in motivo di vanto». Prendendo in prestito la redditizia «narratologia» televisiva, Pippo Delbono espone le proprie e le altrui debolezze per far sentire lo spettatore meno solo e derubarlo della propria compassione (e moneta).

Le precarietà della vita contro cui lo spettatore/consumatore combatte quotidianamente, negli spettacoli di Delbono, sono non solo tematizzate ma anche personificate da attori/stigma delle diverse miserie umane. È il caso dell’attore/feticcio di nome Bobò, un uomo sordo e analfabeta salvato da un ospedale psichiatrico dallo stesso regista (il quale così di consueto presenta la sua vicenda) oppure dell’attore affetto da sindrome di Down Gianluca Ballarè, dello scheletrico Nelson Lariccia e, più di recente, dell’attore afgano: specchio in scena dell’allarmante e viva questione dei migranti. Delbono non è l’unico a lavorare con attori non professionisti o disabili; quello che sorprende è la modalità con cui coinvolge questi performer nei suoi spettacoli, modalità che ricalca il gusto del bizzarro e la reificazione della rarità umana dei Freak Show vittoriani. Come allora queste persone vengono esibite in scena, chiamate a essere se stesse e inserite in una narrazione che esige pietà caricandole di significati simbolici. Quello che disturba è vedere perpetuata un’immagine della disabilità come oggetto di pietà o di fascino, quella cioè di super disabili realizzati in diverse competenze nonostante le proprie problematiche. Forse Delbono non sa che la logica del nonostante è proprio quella che associazioni, movimenti, studi e artisti disabili attualmente stanno cercando di decostruire.

Su Pasolini: Da studiosa di teatro mi stupisce la decontestualizzazione con cui Delbono si appropria delle parole graffianti di Pasolini. Il regista infatti fa implicitamente sue le premesse del Manifesto per un nuovo teatro pubblicato da Pasolini su «Nuovi argomenti» nel 1968, approdando a un risultato che è esattamente la sintesi delle due modalità di fare teatro da Pasolini esplicitamente rinnegate. Il suo Manifesto si scagliava tanto contro il teatro della «chiacchiera», vuoto e occasionale, quanto contro quello del «gesto» e dell’«urlo» avanguardista, secondo lui contestatore e al contempo conservatore perché «inconcepibile senza il suo fantasma, la cultura borghese, da scandalizzare e da offendere». Il primo è un rituale dove la borghesia si rispecchia; il secondo è un rituale in cui la medesima borghesia prova il piacere della provocazione. Queste due modalità di fare teatro sembrano pienamente ottimizzate da Delbono, il quale da una parte chiede ai suoi spettatori empatia con «buoni sentimenti e sani valori tradizionali, anche se com’è ovvio “aggiornati” con senso del progresso» (Pasolini); dall’altra si propone di scandalizzare con fare dissacrante (a un costo, peraltro, tutt’altro che bassissimo – come proponeva invece Pasolini). Il «teatro di parola» proposto da Pasolini si proponeva invece di prendere le distanze dalle sedi ufficiali di «chiacchiere» e «urli», e soprattutto – considerando i propri destinatari intellettualmente propri pari – mirava a «uno scambio di opinioni e di idee», evitando qualsiasi «interesse spettacolare e mondano» poiché «l’unico interesse è culturale, comune all’autore, agli attori e agli spettatori; che, quando si radunano, compiono un “rito culturale”». Siamo come si vede agli antipodi dalla comunicazione monodirezionale di Delbono: che crea problemi solo per fornire soluzioni.

Delbono (citando appunto Pasolini) non si stanca di scagliarsi contro il «teatro borghese» delle «pellicce di visone». Quest’ultima è una sua ossessione, si può dire che non ci sia un suo spettacolo che non le tira in causa. Scruto la sala sperando di trovarne una, ma è impossibile; sia perchè la moda animalista e salutista le ha bandite dagli armadi di quei pochi che in Italia possono ancora permettersele; sia perché è anacronistico continuare a prendersela con una classe borghese ormai inesistente. E in effetti così sembrava già quasi mezzo secolo fa allo stesso Pasolini, quando scriveva: «Il teatro borghese è un fasto della gente ricca e perbene, che ha anche il privilegio della cultura. Ora, un simile teatro è costretto a riconoscere le ragioni che lo respingono ai margini, come qualcosa di superato: un nuovo tipo di società, immensamente appiattita e allargata, lo ha sostituito con due tipi di avvenimenti sociali molto più adatti e moderni: il cinema e la televisione». Ma è proprio la televisione il modello al quale guarda il teatro di Delbono!

Come in televisione, il regista crea e ingigantisce falsi mostri da sconfiggere per poi richiedere il plauso allo spettatore. Vittima ed eroe, Delbono emula la formula già assodata del patetismo e terrorismo dello spettacolo di massa, per arrogarsi il merito di liberare il teatro dal bigottismo inesistente di una borghesia altrettanto inesistente. Tuttavia, come già ammoniva Pasolini nel ’68, «ai tempi di Brecht, si potevano ancora operare delle riforme, anche profonde, senza mettere in discussione il teatro: anzi, la finalità di tali riforme era di rendere il teatro autenticamente teatro. Oggi, invece, ciò che si mette in discussione è il teatro stesso. Comunque questo è certo: che i tempi di Brecht sono finiti per sempre».

«Banalità» del bene e del male

Michele Emmer

Dunque, Vangelo di Pippo Delbono. Mi è stato consigliato di andare a vedere lo spettacolo. Confesso che non ho mai visto uno spettacolo di Delbono. E quindi sono andato per essere sorpreso, interessato, aggredito o divertito e chissà quante altre cose ancora. L’ultimo spettacolo che avevo visto, qualche settimana prima, era stato quello di Antonio Rezza, Anelante, con il diluvio di parole, gesti, scene che Rezza riversa sulla platea, dialogando alle volte, provocando un poco il pubblico, recitando al buio. E quel summit di sederi scoperti che si parlano tra loro! Uno spettacolo sfrenato, eccessivo, rumoroso, incontenibile, con situazioni e scene irresistibili e qualche caduta qua e là. Dopo quel diluvio di parole e gesti che cosa poteva succedere al Teatro Argentina, il tempio del teatro (stabile) di Roma?

Vangelo, dunque. File di sedie vuote che a poco a poco si riempiono, con le sedie ovviamente rivolte verso il pubblico. Signore eleganti che certo non si ritrovano nella platea vera del teatro. Il teatro nel teatro, la banalità dell’inizio? La scena è interessante. Una parete, un muro, il buio. Comincia la parola. Un ambiente triste, cupo, d’altra parte siamo stati abituati a considerarci colpevoli di qualcosa, di essere tristi per qualcosa, siamo dei morti in fondo, e sono luoghi di morte il teatro come la chiesa. E la voce ripete delle frasi, prese da tanti autori, cominciando con Sant’Agostino, e poi certamente Pasolini. Una sagra della banalità? Domanda legittima, anche perché la voce che recita, legge, interpreta i testi sembra che non voglia fare il suo mestiere. Certo se uno si ricorda il teatro della voce di Carmelo Bene, la voce che canta, il teatro come teatro d’opera, le voci che costruiscono un altro universo, diverso dal testo, diverso dalle parole scritte, tutte pre-testi. Però… in mezzo a quelle parole dette con la voce di un presentatore televisivo, si vedono avanzare dei personaggi, delle forme nello spettacolo. Un re forse, un grande sacerdote. Avanza lento, poi esce. E la voce continua, con la sua monotonia, a dire cose che sono parole dette, recitate male, se le parole hanno ancora un senso. Però… nel buio, mentre la voce grida «Non credo in Dio», entrano delle ballerine che hanno vesti di bianco e di nero, una poesia viene recitata, e si crea un altro spazio, un mondo diverso. Al di là di quelle banali parole. E le parole parlano di martiri, di suicidi, di kamikaze. Come si fa a non parlarne? È la grande attualità. La moda, verrebbe da dire, se la parola non fosse grottesca pensando a chi quella morte l’ha vista da vicino. Poi arriva il diavolo, tre ballerine, ballano. Passano e non interferiscono, ma rendono ancora più banale quello che viene detto e mostrato.

Chi parla si muove, va in giro per la sala con una pila di fogli, li legge, fa spostare le persone, dirige in diretta insomma. O meglio recita, cerca di recitare, interferisce: le parole che vengono in mente sono velleitario, provocativo (non provocatorio), visionario, ma questo non è un difetto… Entriamo in chiesa. I balletti, la poesia, i video. Ovviamente girati male, in modo volutamente inesperto, in modo da risultare ancora più fastidiosi. Gli occhi malati, la malattia, Cristo… un occhio solo, l’ospedale Forlanini. Però la musica, doveva esserci l’orchestra dal vivo, come era stato fatto alla prima a Zagabria. Alcuni degli attori parlano una lingua slava incomprensibile. Alcune immagini sembrano venire dal film di Sorrentino La grande bellezza. «La verità rende liberi», grida la voce. «Non voglio perdere i sogni». Il video sugli immigrati riempie il muro dove tutto si proietta. Da dimenticare. «Beati i puri di cuore». Profugo afgano dal vero, un amico da prendere sottobraccio, che parla e racconta. Però… ritorna il balletto, la musica.

È chiaro che quello che stiamo vedendo è un opera, un’opera lirica, in cui le parole dette in realtà non contano, né quelle cantate né quelle recitate. Conta il suono delle parole, il suono della musica. E i movimenti: come i personaggi si muovono, ballano, interagiscono con la luce, la musica. Arriva davvero l’opera: col Don Giovanni, il convitato di pietra, la morte, la musica che travolge tutto e commuove, più di tante parole. Non poteva mancare il rock, i Rolling Stones, Sympathy for the Devil, of course. Però… ritorna il ballo, Jesus Christ Superstar, le luci psichedeliche. Certo ci sono le icone, la madre, il vecchio, il magrissimo. Le vedevo per la prima volta.

Un’opera buffa, un’opera tragica, in cui la voce recitante serve solo a riempire i vuoti tra una musica e l’altra, con grande fantasia se non si ascolta quello che viene detto, se si sentono solo i suoni, se si guardano solo le luci, se si guarda come vengono utilizzati i corpi dei ballerini, dei personaggi che passano, in una sorte di grande bazar dove il banale è presente, è predominante, è distruggente.

Abbiamo visto un banale spettacolo teatrale recitato da un banale recitatore attore supernarcisista o un opera buffa e tragica con musica, forme di danza, poesia, immagini, suoni, movimenti, in cui tutto si confonde e tutto diventa irreale, anche le parole gridate, soprattutto le parole, che servono a creare lo spazio teatrale? Bisogna guardare però, invece che immaginare lo spettacolo che si vorrebbe far credere stiamo vedendo. Un gioco inconsapevole? Un inganno teatrale? Abbiamo visto un altro spettacolo? Un divertissement inconsapevole. Io mi sono divertito, con questi momenti di teatro inatteso disseminati all’interno della banalità della vita e della sofferenza e della morte. Forse i veri creatori dello spettacolo sono gli spettatori, e ognuno ha visto un’opera diversa. Ma di sicuro un’opera.

Tagged with →  
Share →

Una Risposta a Pippo Delbono: pro e contro

  1. Antonio scrive:

    Divertente esempio da studiare nelle scuole di giornalismo. Un recensore che vedeva uno spettacolo di Delbono per l’ennesima volta e uno che lo vedeva per la prima volta non potevano che scrivere quello che hanno scritto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il tuo commento dovrà essere approvato prima di apparire.

Iscriviti alle notizie da alfabeta2 e alfapiù

* = campo richiesto!