Ketty_La_RoccaDaniela Lancioni

Il libro appena uscito, Ketty La Rocca. Nuovi studi, raccoglie davvero alcuni studi originali dedicati all’artista prematuramente scomparsa nel 1976 all’età di 37 anni. Una ricerca tutta la femminile condotta da un team affiatato, composto – oltre che dalle curatrici Francesca Gallo e Raffaella Perna – da Ada De Pirro, Elena Di Raddo, Silvia Bordini e Lucilla Saccà. Nonostante i precedenti contributi della Saccà, tra i quali la preziosa raccolta degli scritti dell’artista (Martano 2005) o la più recente monografia di Elena Del Becaro (Premio MAXXI, Electa 2008), il lavoro di Ketty La Rocca si conosce poco. Eppure è ammantato di fama e di rispetto. Lo rivelano numerosi indizi. Il fatto, ad esempio, che una giovane artista svizzera, Sally Schonfeldt, le abbia dedicato una laboriosa opera in progress, The Ketty La Rocca Research Centre, da poco esposta all’Istituto Svizzero a Roma.

Su cosa si fonda questo enorme credito? Lucy Lippard – esegeta dell’arte concettuale e poi militante femminista – all’artista nel settembre del ’75 scrisse che il suo lavoro le dava l’impressione di derivare da una qualche profonda necessità e da un lungo pensare. È questa folgorante autenticità, che colpisce incrociando testi e opere di Ketty La Rocca, a investirci a distanza come una benedizione. Perseguita dall’artista con una coerenza graffiante in anni che furono di grande libertà espressiva, ma che si possono leggere anche come quelli durante i quali una scorza dura, quasi una corazza, ha suggellato il corpo dell’arte: il discorso sul linguaggio, la riflessione sugli strumenti, poi la coscienza del passato, l’elaborazione della memoria. Molta arte, ancora oggi, per essere considerata tale – ossia per parlare al cuore e alle coscienze delle persone – necessita di essere collocata all’interno di un sistema. La sua corazza sono i luoghi deputati che ne sanciscono lo statuto e senza i quali molte opere sarebbero irriconoscibili. Talvolta le fanno da scudo le vicende del mondo, le storie passate, il suo stesso linguaggio.

Invece Ketty La Rocca, all’apice dei suoi sforzi forse accelerati dalla malattia e dei quali, certamente, la malattia ci ha impedito di conoscere gli sviluppi, si è presentata a mani nude: le mani che compaiono nel libro In principio erat del 1971 (libro di artista edito dal Centro DI) o nel video Appendice per una supplica, realizzato con Gerry Schum nel 1972 e in quello stesso anno presentato alla Biennale di Venezia. Il tempo in cui Ketty La Rocca ha vissuto è stato quello dell’arte concettuale, e un’attitudine concettuale pervade in effetti il suo lavoro. Anzi, dell’arte concettuale è considerata una delle voci più illustri in Italia. Ma nel suo procedere non si è arrestata all’analisi dei sistemi linguistici, né si è appagata di un’operazione in grado di dare scacco a quegli stessi sistemi dimostrandone relativismo e potere manipolatorio, come altri fecero in quegli anni di eroici cambi di prospettiva. Ketty La Rocca, al contrario, sembra aver creduto nella possibilità di una comunicazione umanamente accettabile.

Ha tentato di raggiungerla lavorandone strenuamente il linguaggio. Anche testandolo (con la gamma dei diversi enunciati classificati da John L. Austin, come suggerisce Francesca Gallo), snervandolo (efficace immagine suggerita da Raffaella Perna), contraddicendolo, scegliendo di adottare nonsense e frammenti, degradandolo e riscattandolo. Nel solco del collage dadaista e avendo come compagni di strada i nuovi poeti e gli artisti della poesia visiva, combinò parole e immagini, facendole sentinelle l’una dell’altra. La parola scompiglia l’ordine estetico dell’immagine e l’immagine scongiura sia la retorica che la voluta banalità della parola, nei collage degli anni 1964-1967 – Sana come il pane, Vergine, Qualcosa di vecchio, Bianco Napalm – ai quali La Rocca consegnò il suo grido di denuncia: le donne emancipate nei costumi hanno già trovato un altro nemico nell’industria del consumo, i bambini muoiono in Vietnam come in Africa, siamo più razzisti di quanto non pensiamo.

Per vivere faceva la maestra elementare, e chissà se questo contatto continuo con l’età dell’innocenza, quella che ancora lascia sperare di veder crescere da un tenero corpicino una personcina per bene, le abbia fatto maturare la speranza che si possa comunicare in assenza di costrizioni e di retorica. Il femminismo, necessarissimo di quegli anni, lo giudicò una strada non percorribile. Tutto, forse, dovette apparirle intossicato dai luoghi comuni o da sconfortanti semplificazioni. Intorno al 1968, rinunciando alla figura, combinò frasi brevi, e ambigue nella loro frammentarietà, con la concisa e perentoria immagine dei cartelli stradali. Al posto di «senso unico» leggiamo «io tu e le rose», «il senso di responsabilità», «amava molto di animali»; alle due frecce divergenti che indicano la possibilità di due diverse direzioni aggiunse «noi 2».

Il personale si affaccia nei suoi lavori e nei suoi testi come una naturale conseguenza dell’idea che «Bisogna essere sinceri sennò non si fa dell’arte». Nel suo lavoro più noto, quello con le fotografie delle mani, le mani sono aperte o chiuse nel pugno, si accostano o si stringono l’una con l’altra in tanti modi diversi. Nel libro del 1971 compaiono le mani di una donna, poi quelle di una donna e di un uomo insieme, infine quelle di una piccola comunità. Oltre alle mani s’intravedono pezzi di mondo, l’orlo di una camicetta, una giacca nera, un prato, un orologio. Nel video di Schum, invece, l’immagine della mano ha il valore di un’icona: un corpo luminoso stagliato su fondo nero. Da quell’approdo, l’immagine della mano non comparirà più nel lavoro di Ketty La Rocca se non snervata dalla parola «tu», ossessivamente trascritta sul chiaro della pelle. Il linguaggio, scrive l’artista in un testo del 1975, crea vittime che coniugano la loro stessa condizione e la definiscono «tu». Diffidò persino della coscienza dell’Altro, nella quale tanta arte e poesia hanno trovato il loro eden.

Piace maledettamente questa Ketty La Rocca che, c’è da esserne certi, sarebbe approdata chissà a quanti nuovi traguardi per poi smascherarli. È l’anti-Machiavelli, l’opposto della logica della sintesi, della ragion di stato, della convenienza aziendale, del non saper parlare della procreazione ai bambini con semplicità e chiarezza, dell’elevator pitch. Non vogliamo convincere nessuno in tre minuti delle nostre ragioni – vorremmo solo che, tutti, fossero un poco più ragionevoli.

Ketty La Rocca. Nuovi studi

a cura di Francesca Gallo e Raffaella Perna

Postmediabooks, 2015, 160 pp., € 19

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2 Risposte a Ketty La Rocca, senza stare con le mani in mano

  1. simone carella scrive:

    grazie Daniela per questa tua sentita riflessione che ci ricorda e parla di un’artista che ancora ci emoziona.

  2. liliana Dematteis scrive:

    Daniela, grazie, un testo bellissimo. Io adoro le donne in gamba, come Ketty e come te.
    Liliana

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