j-ai-pas-l-habitude-1027Luigi Azzariti-Fumaroli

Nel Dizionario dei luoghi comuni, Flaubert assegna all’abitudine tre accezioni: per la prima, essa andrebbe sempre accompagnata dall’espressione «è una seconda natura»; per la seconda occorrerebbe riandare con la memoria ai beati anni del castigo, in cui essa era sinonimo di pratiche onanistiche; infine l’abitudine sarebbe sinonimo di una disciplina severa, di un ripetuto e protratto esercizio delle proprie facoltà.

Stupisce che una così felice sintesi d’uno dei «problemi centrali intorno al quale si è disposto il pensiero francese, da Maine de Biran a Ravaisson, da Ravaisson a Boutroux, a Bergson, a Edouard Le Roy» (per tacere di Malebranche, Pascal e Descartes) – secondo le parole di Jacques Chevalier, autore nel 1929 dell’ultima grande opera filosofica per intero dedicata al tema dell’habitude – non trovi menzione nel saggio altrimenti esaustivo, rigoroso e analitico (sin quasi al punto da indispettire) di Marco Piazza. Forse la predilezione per Proust, ch’egli ha mostrato fin dai suoi primi lavori, lo induce a condividere il suo celebre giudizio sullo stile flaubertiano che, col suo uso insistito del tempo imperfetto, provocherebbe una cupa tristezza tale da esaltare fino al parossismo l’azione sedativa dell’abitudine. O forse a ironizzare sull’abitudine come «seconda natura» si fa corrivamente torto a una tradizione risalente ad Aristotele, ma recuperata da Ravaisson e Bergson, che considera l’abitudine una natura acquisita, appunto aggiunta alla somma delle tendenze naturali: una natura «naturata» dalla «natura naturante».

Ma probabilmente un’omissione come questa tradisce dell’altro: qualcosa di più intrinseco a una disamina – quale quella proposta da Piazza – che sembra non voler ammettere cretti, interstizi o contraddizioni; e persuasa che la freccia del tempo, d’accordo con Stephen Jay Gould, segni l’intelligibilità di eventi sempre distinti e irreversibili; e rispetto alla quale la bêtise, «il non pensiero dei luoghi comuni» sciorinato dal Dizionario flaubertiano, si pone come ciò che non cede davanti alla scienza, alla tecnica, al progresso. Del resto negli auspici di Flaubert il Dizionario avrebbe dovuto rifondare il rapporto con la convenzione generale. Per questo, a ben vedere, non può trovare posto in un saggio di storia della filosofia nel quale tutto è disposto secondo il più perfetto ordine del discorso, rispettando ogni dettame della ricerca storiografica: così da dare forma a pagine assai belle, certamente, proprio per la loro incrollabile fiducia nelle risorse dell’analisi storico-ermeneutica. Un’analisi che giunge, non si sa quanto inconsapevolmente o quanto per desiderio di immediatezza mimetica col proprio oggetto, a farsi quasi soverchiare da quel potere dell’abitudine che – appuntava Montaigne – «ci mette addosso a poco a poco, senza parere, il piede della sua autorità».

Nel thesaurus qui chiamato a preservare il concetto di abitudine si riflette la forma assunta da una ricerca persuasa che il raccogliere, conservare e rendere godibili i tesori trasmessi dal passato concorra in modo determinante alla funzione cui la cultura storico-filosofica è deputata. Ma – avvertiva già Curtius nell’epilogo del suo capo d’opera, Letteratura europea e medio evo latino – l’idea del thesaurus deve riconoscersi soggetta a significative modificazioni, se non si vuole ch’esso susciti indifferenza: «Non ci serve – egli ammoniva – alcun magazzino della tradizione, bensì una casa in cui si possa respirare». Di qui la necessità – sulla quale Piazza stesso opportunamente richiama l’attenzione – di pensare l’abitudine soprattutto come strumento necessario a dare scioltezza al pensiero, lasciandola reagire con esso, ma prima ancora con se stessa, in modo da scongiurarne la sclerosi. Scrisse una volta Paul Bourget: «nella prefazione alla Comèdie humaine si legge: “se l’abitudine è il fattore costitutivo della società, ne è anche l’elemento distruttore”. L’autore di Madame Bovary non ha fatto quasi altro che commentare questa frase profonda, ma il commento diviene capitale e bisogna esaminarne la portata».

Marco Piazza

L’antagonista necessario. La filosofia francese dell’abitudine da Montaigne a Deleuze

Mimesis 2015, 232 pp., € 22

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