lucasEnrico Menduni

Il giornalismo nasce come un’arte scritta e tale ancora si considera: la descrizione in parole di fatti ed eventi tra un ticchettio di macchine da scrivere, il pungente corsivo, l’erudita terza pagina, la testimonianza dell’inviato speciale in terre incognite, l’autorevole articolo di fondo scritto all’ultimo momento, mentre giù in tipografia linotype e rotative attendono. «It’s the press, baby, the press»: così (la citazione è ormai logora) Humphrey Bogart-giornalista in un vecchio film (Deadline USAL’ultima minacciadi Richard Brooks, 1952), avviando la rotativa che stamperà i misfatti del boss malavitoso di origine russa Rodzich. Per i cinefili: il russo è un’invenzione del doppiaggio; nell’originale è Rienzi, mafioso italiano.

Ancora oggi, le storie del giornalismo e i relativi manuali tendono a raccontare così la nobile professione: un cane da guardia (così Henry James nel Carteggio Aspern) a mezzo stampa. Sfugge ai sacerdoti della parola la considerazione che sempre più nel Novecento la notizia è stata un’immagine, fissa o in movimento, più o meno corredata di parole, ma affidata a una comunicazione per icone (e per suoni), con tutto il coinvolgimento emotivo che le immagini provocano. Ma solo la notizia? Forse anche la letteratura. Se questo è stato nel Novecento, figuriamoci oggi, tra smartphone e social networks.

I fotografi hanno sempre faticato a farsi considerare giornalisti, figuriamoci «autori»: sono stati trattati come illustratori, decoratori, grafici addetti al contorno della parola scritta, ritenuta la principale, anzi l’esclusiva, forma di trasmissione del pensiero. Lo scrive oggi Uliano Lucas, insieme a Tatiana Agliani autore della Realtà e lo sguardo, storia del fotogiornalismo italiano. Il grande fotografo torna così, con un testo attrezzatissimo che sarà una pietra angolare degli studi, sul tema che aveva in tante occasioni trattato con la parola e con la polemica, e non solo con la macchina fotografica. In particolare con la mostra Il fotogiornalismo in Italia. Linee di tendenza e percorsi per la XI Biennale di fotografia (Torino 2005) e relativo catalogo, sempre a firma Lucas-Agliani.

La realtà e lo sguardo è un testo prevalentemente italiano e ne siamo grati agli autori perché colma così una lacuna documentaria sul fotogiornalismo che ci appariva ormai intollerabile; dovremo adesso – qualcuno di noi dovrà farlo – integrare il discorso italiano in una situazione internazionale degli studi in cui la parola italiana più usata è ancora «paparazzo», dopo aver bruciato un granello d’incenso sull’altare di Blow-Up. Lucas-Agliani dopo un doveroso omaggio a Ottocento e Novecento entrano nel vivo della narrazione nel ventennio tra le due guerre, che è quello dell’istantanea e dei rotocalchi illustrati. C’è un ritardo italiano nell’adozione del racconto fotografico? Certamente sì, per il peso predominante della cultura letteraria e relativa retorica. È dovuto al fascismo? In parte. Omnibus, Il settimanale di Leo Longanesi che tutti i manuali di giornalismo indicano come principale tentativo di modernità «frondista» (prove tecniche di antifascismo soft) fa un uso della fotografia intelligente ma ambiguo: tutto il giornale del resto era così. È l’accostamento della foto ai titoli, o agli articoli, che aggiunge sale e pepe ai contenuti, non c’è un riconoscimento della sua capacità narrativa in sé e quindi siamo lontani dalla Germania di Weimar o dagli Stati Uniti. Anche Il Politecnico di Vittorini, gemma del dopoguerra milanese (prove tecniche di comunismo non togliattiano) farà della foto un uso grafico, grazie ad Albe Steiner e alla sua impaginazione fortissima: un giornalismo, e una narrazione, per fusione. Si era andati ancora più in là con l’integrazione foto-letteratura che Vittorini aveva realizzato in Americana, l’antologia pubblicata da Bompiani mettendoci Emilio Cecchi per dribblare la censura fascista.

Il segmento più emozionante del libro è il dopoguerra, la stagione che si apre con la Liberazione e che coincide con la biografia di Lucas: segnata dal contrappunto Roma/Milano, editoria/indipendenza, integrazione/denunzia. Il Sessantotto e la controinformazione marcano definitivamente la fotografia come lo strumento più appuntito della sensibilizzazione politica e della documentazione di abusi, violenze, eccessi e sprechi; ma quasi contemporaneamente inizierà il declino del rotocalco, la cui morte è attribuita dagli autori alla neotelevisione. Gli anni Novanta sono descritti soprattutto in termini di trasformazione e accentramento della distribuzione fotografica, con la nascita dei grandi archivi internazionali come Bettman-Corbis. È qui, finalmente, che si affaccia la parola «digitale».

Il fotogiornalista oggi ritaglia il suo punctum, la sua foto iconica e riassuntiva del suo sguardo sugli eventi, in un panorama affollato di operatori dell’informazione e di comunicatori-portatori di interessi che si muovono disinvoltamente sui “teatri di guerra” (mai termine fu più pertinente), toccando tutti i tasti digitali della tastiera multimediale. Non si può chiedere a questo libro di trattare l’enorme carico di tutto quanto è accaduto in questo nuovo secolo mobile e online, in cui la fotografia sopravvive benissimo, ma se si muove tra crowd e cloud. Solo qualche dato, estratto dal nuovissimo The State of News Photography: The Lives and Livelihoods of Photojournalists in the Digital Age, di Oxford University in collaborazione con World Press Photo (settembre 2015): il 60% dei fotogiornalisti professionali sono freelance; un terzo di loro gira anche video; la stessa percentuale guadagna meno di 10.000 dollari all’anno. Soltanto pochi vedono un rischio o una concorrenza nel citizen journalism, ma tutti sono preoccupati dall’uso non autorizzato delle loro immagini. Più della metà “qualche volta” scatta foto posate. Solo il 25% ricorre ad alterazioni digitali della foto, ma il 51% modifica contrasto, tonalità e saturazione dei colori, oltre al ritaglio dell’inquadratura, in postproduzione. Le pratiche, l’etica, i rischi, i contesti del fotogiornalismo sono radicalmente mutati.

Uliano Lucas, Tatiana Agliani

La realtà e lo sguardo. Storia del fotogiornalismo italiano

Einaudi, 2015, XXVI-569 pp., € 42

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