Il vero Hugh Glass

Michele Emmer

«La Natura ha molti espedienti per convincere l’uomo dei suoi limiti – l’incessante scorrere delle correnti, la furia dei temporali, il sussulto del terremoto, il lungo rullio dell’artiglieria del cielo – ma il più tremendo, il più sconvolgente è la passività del Silenzio Bianco. Ogni movimento cessa: il cielo è limpido, l’aria tersa, il più lieve bisbiglio sembra sacrilegio, e l’uomo diventa timido, terrorizzato al suono della propria voce. Unica particella di vita in movimento attraverso le spettrali distese di un mondo morto, egli trema di fronte alla sua audacia, capisce di essere un verme e nulla più. Inusitati pensieri si affacciano alla mente non chiamati, e il mistero di tutto il creato lotta per esprimersi. La paura della morte, di Dio, dell’universo lo assale – la speranza della resurrezione della vita, l’anelito all’immortalità, il vano sforzo dell’essenza imprigionata – è allora, se mai, che l’uomo cammina solo con Dio».

Parole, queste, scritte da Jack London nel 1900: nel racconto Silenzio bianco. Molti dei libri di Jack London parlano della dura vita nel Grande Nord: il freddo, gli animali selvaggi, gli indiani. Non sapeva London che stava scrivendo la recensione dell’ultimo film scritto, diretto e prodotto da Alejandro González Iñárritu, The Revenant, con Leonardo Di Caprio protagonista. La storia di un uomo abbandonato da tutti nel freddo e nel gelo della Natura del Grande Nord. Solo la vendetta per l’uccisione del figlio lo tiene in vita, lo spinge a rialzarsi, lo trascina nelle foreste e valli e montagne ghiacciate, senza armi, senza cibo.

«Non è piacevole essere solo con i pensieri lugubri del Silenzio Bianco. Il silenzio del dolore è pietoso, avvolge come in un manto protettivo, e respira innumerevoli, tangibili simpatie, ma il luminoso Silenzio Bianco, chiaro e freddo, sotto cieli d’acciaio, è spietato […]. Il Silenzio Bianco sembrava ghignare ed egli fu invaso da una grande paura […]. Rotti il braccio e la gamba e la schiena; la parte inferiore del corpo paralizzata dalla vita in giù; e con ogni probabilità anche gravi lesioni interne. Qualche raro lamento era il suo unico segno di vita […]. Nessuna speranza. Niente da fare…Questo paese non è fatto per i bianchi».

Nel paesaggio spettrale si muovono diversi personaggi che hanno come scopo primario quello di cercare di sopravvivere. Di uccidere per mangiare, di uccidere per cercare di procurarsi pelli di animali, per trovarsi una donna. Per vendicarsi. E gli Indiani sono quelli più a loro agio, più in sintonia con la Natura, più leali alla legge della violenza e della morte. Non gli Indiani belli, luminosi, simpatici, di Balla coi lupi: ma gli Indiani Arikara col loro capo Elk Dog, Indiani che non hanno pietà, come nessuno l’avrà con loro, che vagano nella landa desolata ma aiutano chi ne ha bisogno se parla la loro lingua. Rinunciando anche a una parte del cibo.

«La quiete immobile sembrava quasi soprannaturale: il freddo e il silenzio dello spazio esterno avevano gelato il cuore e percosso le tremule labbra della natura […]. Quelli del Nord imparano presto la futilità delle parole, l’inestimabile valore dei fatti».

Per metà del film Di Caprio (il trapper Hugh Glass, veramente esistito) non parla. Si lamenta, soffre, a poco a poco riconquista la capacità di parlare e, per salvarsi la vita, riesce a scambiare qualche parola della lingua Pawnee con un Indiano nemico degli Arikara (che non sono i cattivi di turno, ma cercano solo di sopravvivere e difendersi). Si lamenta, si trascina, urla, vaneggia, arriva alla chiesa diroccata, sale alla montagna e vede il sole, la redenzione, la salvezza. La vendetta è quasi dimenticata. O meglio la salvezza è la vendetta stessa. È stato assalito da un orso. È stato quasi mangiato vivo, da un’orsa che difende anche lei il suo territorio e i suoi piccoli. E quando lo vede armato e in grado di nuocere lo assale.

«Egli si tuffò nella mischia con il fucile rovesciato e l’antico gioco della selezione naturale fu giocato con tutta la spietatezza di questo ambiente primordiale. Fucile ed accetta andavano su è giù, corpi balzavano con occhi selvaggi e fauci spalancate e l’uomo e la bestia lottarono per la supremazia fino alla più aspra conclusione».

Mi è venuta in mente la scena del film del visionario Werner Herzog, Grizzly man, del 2005. Due orsi enormi lottano tra loro ed è una scena di una violenza inaudita. Non si vedono le immagini di quando i due visitatori del parco dei Grizzly vengono sbranati, si sentono solo le loro voci (o meglio il regista non ce li fa ascoltare se non in parte). Una scena «vera», come «vera» vuole essere la scena della lotta con l’orso. Ma Di Caprio ovviamente non viene sbranato. È difficile capire come la scena sia stata realizzata, con stuntman o computer graphics. A me la cosiddetta violenza al cinema non fa alcun effetto, com’è giusto che sia. E non starò a parlare del ruolo della violenza nelle arti. Ho vacillato vedendo la parte iniziale del Figlio di Saul (film candidato a sua volta all’Oscar nella categoria film stranieri). Il protagonista che «vede tutto» della camera a gas ma sfuocato, opaco, così come vediamo noi spettatori (ne ha scritto in modo molto efficace il 27 gennaio su alfabeta2 Lorenzo Esposito). Dunque nessun problema con la «violenza» del film. Quelle terre erano il regno della violenza, dove non valeva alcuna legge. Basta rileggersi di Jack London Il richiamo della foresta (The call of the wild – del primitivo, del selvaggio –, 1903).

«Era sveglio e pronto nelle cose della vita. Ma soltanto nelle cose, non ne percepiva profondi significati. Sentire freddo gli faceva sentire un senso di malessere punto e basta. Non lo portava a meditare sulla sua fragilità di creatura legata alle condizioni termiche e sulla fragilità deLl’uomo in particolare» (Jack London, Farsi un fuoco, 1910). Il fuoco. Senza un fuoco si è perduti. Glass lo sa e ne accende diversi di fuochi nel film, come l’Indiano che lo aiuta.

«La fiamma la ottenne avvicinando un fiammifero ad una sottile scorza di betulla che aveva in tasca: bruciava anche neglio della carta: La mise sul primo strato di rami e alimentò la giovane fiamma […]. Accoccolato nella neve, districava i rami dalla boscaglia e li dava direttamente in pasto alle fiamme. Sapeva che non poteva permettersi di sbagliare».

Iñárritu è bravissimo a far sentire gli spettatori immersi nelle lande ghiacciate, nella foresta con la nebbia, con le belve, i banditi e gli Indiani in agguato. La macchina da presa si muove lentamente in brevi piani sequenza, e ci fa sentire a disagio, non sappiamo che cosa succederà. La scena lungo il fiume, con Glass che cerca di nascondersi dagli Indiani Harikara, è descritta dallo stesso regista in un breve video pubblicato sul New York Times in rete. Nulla a che vedere con l’uso ridondante e francamente noioso del lungo piano sequenza di Birdman, film del tutto sopravvalutato.

Di Caprio-Glass riesce a reggere anche le scene più difficili, quelle che rischiano di riuscire grottesche, come quando caduto dalla montagna si vede precipitare sopra l’orso ucciso (e il pubblico rumoreggia). E naturalmente quelle più belle, come quando indifeso, senza armi, vede passare tre cervi nel fiume – e ha fame. O quando ascende la montagna (è il caso di dire) e si trova davanti i bisonti, e i lupi che ne sbranano uno (un’immagine di George Catlin, il famoso pittore di praterie e Indiani cui si ispirò Kevin Costner).

Insomma un bel film con un finale deludente – già visto e rivisto nei film western. Anche se questo film non vuole essere un western (ma lo è a pieno titolo). Un’avventura nel Grande Nord che sarebbe piaciuta a Hugo Pratt. E a Jack London, che aveva previsto tutto: «La vista del cane gli fece venire un’idea folle: si ricordò la storia di un uomo che, durante una bufera, aveva ucciso un vitello e si era salvato rintanadosi nella sua tiepida carcassa». Un cavallo, nel film. Trova la sua vendetta Di Caprio-Glass – non così il protagonista di Farsi un fuoco.

«Non si vedeva alcun preparativo di fuoco, il cane non aveva mai visto un uomo starsene così seduto sulla neve senza accendere un fuoco […] le stelle brillavano nitide nel cielo gelido».

The Revenant

regia di Alejandro González Iñárritu, sceneggiatura di Alejandro González Iñárritu e Mark L. Smith

USA 2015, 156’

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Una Risposta a Il silenzio bianco – Jack London e The Revenant

  1. Fabrizio scrive:

    L’articolo è meglio del film, perché ci sono delle belle osservazioni su London, che proprio non si riescono a girare si Inarritu

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