Graff008Daniele Balicco

Non è facile pensare che l’Italia abbia un centro. È molto più facile pensarla come uno spazio centrifugo e indisciplinato, che stenta a riconoscersi nella sua storia unitaria, e che spesso preferisce, alla modernità imperfetta del proprio Stato, tradizioni locali più antiche, poco importata se sconosciute o illustri. Anzitutto per questa ragione, leggere un saggio come Margini d’Italia di David Forgacs è fondamentale, oggi. Perché uno sguardo critico che sosti sui margini ci ricorda che, anche se facciamo di tutto per ignorarlo, l’Italia ha realmente un centro, dei confini, una classe dirigente (non sempre impresentabile) e una meravigliosa, seppur molto malandata, città capitale. Certo, dal modo con cui uno Stato costruisce, controlla, armonizza, disciplina, annienta i suoi confini si capiscono molte cose della qualità politica di chi lo amministra e, più in generale, della sua identità culturale profonda: «c’è da chiedersi infatti se l’identità più profonda di una nazione, la sua identità inconscia e non quella pubblicamente riconosciuta, non sia forse composta anche dai gruppi che essa definisce come marginali, da quelli che respinge o non integra né assimila, e non solo da quelli che accoglie di buon grado e con piacere».

Forgacs ricostruisce la storia moderna dello Stato italiano descrivendola da cinque punti di osservazioni obliqui: la periferia di Roma, le colonie africane, il Sud, i manicomi, i campi Rom. Ogni capitolo si apre con l’analisi di una fotografia. L’intento è duplice. Per un verso, Forgacs vuole mostrare come i documenti fotografici confermino sempre uno squilibrio di potere. I margini vengono fotografati per essere studiati come spazi da organizzare, disciplinare; o distruggere. Chi è imprigionato in un margine ottiene sempre la stessa parte: più che il ruolo di attore non protagonista, quello di un oggetto di scena, privo di intenzioni e di storia. Nello stesso tempo però, seguendo la lezione dell’ultimo Barthes, quello della meravigliosa Camera chiara, Forgacs vorrebbe lasciarsi guidare, nei documenti fotografici che analizza, dal punctum: quel momento inatteso e non progettato dalla messa in scena fotografica che sovverte, anche solo per una frazione di secondo, il potere come asimmetria dello sguardo.

Ci sono due donne affacciate, per caso, sulla ringhiera di un cortile fatiscente nel quartiere di San Lorenzo, a Roma, nel 1905: guardano diritte in camera, non previste. Nel manicomio di Gorizia due internati corrono contro le inferriate e ci fissano, sbarrando la bocca; in un campo Rom della periferia di Roma, una madre cambia il figlio piccolo che, a testa in giù, sorride in camera. E così via. Questi documenti fotografici, scattati per lo più da operatori appartenenti a enti pubblici o a istituti di ricerca, non prevedono l’irruzione della vita nel loro spazio visuale, progettato per essere il più asettico possibile. Eppure, anche in questa gabbia la vita può irrompere e aprire un varco. Chi si occupa dei margini dovrebbe seguirlo. Questo è l’intento profondo del lavoro di Forgacs.

Leggendo le quasi 400 pagine del volume, spesso dense di notizie e di giudizi critici condivisibili (in particolare il secondo capitolo dedicato all’esperienza coloniale italiana è davvero splendido, anche se inspiegabilmente non prende in considerazione né il romanzo che più ogni altro ha descritto l’abominio di quell’esperienza storica, Tempo di uccidere di Ennio Flaiano; né tanto meno l’attuale letteratura migrante italiana che da anni lavora proprio sull’esperienza coloniale come rimosso politico), si ha però la sensazione che lo sguardo critico di Forgacs tenda a chiudersi in uno schema troppo rigido. La griglia concettuale con cui viene passato al setaccio un secolo e mezzo di storia italiana è quella dei cultural studies anglosassoni. Ma più nella postura scientifica estroflessa che nei contenuti teorici. Si sente spesso, insomma, il taglio freddo da laboratorio. Tutti i capitoli sono strutturati seguendo un ordine preciso che ha lo scopo di confermare, ogni volta, la stessa tesi. E cioè che la rappresentazione dei margini è una forma di conoscenza interna al potere.

Pochissime sono le eccezioni. Di fatto, solo due: Ernesto de Martino e Franco Basaglia. Il primo, nonostante compia, secondo Forgacs, una serie di gravi errori metodologici nello studio delle culture magiche meridionali, resta comunque l’autore che ha provato, in quegli anni, a interpretare le tradizioni sincretiche del Sud, non come fossile d’arretratezza da bandire, ma come implicita ribellione allo sviluppo senza progresso del boom; il secondo è invece il pensatore rivoluzionario che distrugge l’istituzione manicomiale dall’interno, mostrando come, grazie alla politicizzazione di massa degli anni Sessanta, l’Italia fosse capace di trasformare progetti di riforma francesi o inglesi in una vera e propria rivoluzione culturale. Lo sostiene lo stesso Basaglia, nelle bellissime Conferenze brasiliane, sulle cui parole, citate in volume, dovremmo tornare ancora una volta a riflettere: «l’esperienza francese ed inglese sono state pensate, proposte ed eseguite da tecnici, mentre l’esperienza italiana è stata formulata da tecnici ma la sua cultura è stata fatta propria da movimenti e forze politiche, che hanno trovato in essa un contenuto nuovo per le lotte di emancipazione della popolazione. Questa è stata l’originalità dell’esperienza italiana».

David Forgacs

Margini d’Italia d’Italia. L’esclusione sociale dall’Unità a oggi

traduzione di Laura Schettini

Laterza, 2015, XXVII-370 pp., € 26

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