Brody-Carol-1200x630-1448905862Valerio De Simone

Nel lontano 1952 una ancora non celebre Patricia Highsmith, sotto lo pseudonimo di Claire Morgan, pubblica il suo secondo romanzo: The Price of Salt, successivamente reintitolato Carol (edito in Italia da Bompiani). La scelta del nome fittizio è comprensibile in quanto, in pieno maccartismo, il romanzo raccontava la relazione tra una donna dell’alta borghesia, in procinto di separarsi dal marito, con una giovane assistente scenografa. Si creava un precedente rispetto al filone letterario pulp lesbico in voga in quegli anni. Questi libri con personaggi omosessuali erano economici, stampati su carta scadente e venivano venduti nelle edicole o alle fermate delle corriere; e si contraddistinguevano per raccontare storie con finali negativi mentre The Price of Salt presentava un happy ending. Todd Haynes – uno dei più noti registi dell’ondata New Queer Cinema – ha scelto di adattare il libro per il cinema, avendo alle spalle il successo di Far from Heaven, un melodramma postbellico che affrontava l’omosessualità maschile e un amore interrazziale e interclassista.

Carol Aird (Cate Blanchett, che per la sua interpretazione ha ricevuto una nomination agli Oscar 2016) è una ricca donna dell’alta borghesia, sposata e con una figlia a cui è profondamente legata. Durante le spese natalizie, la signora si reca in un grande magazzino e il suo sguardo si incrocia con quello della più giovane Therese (Rooney Mara, anche lei in lista per gli Oscar come miglior attrice non protagonista). Non ci vorrà molto perché la ragazza scopra di provare sentimenti ben oltre l’amicizia. Ma il marito della donna, ancora innamorato di lei, tenterà in tutti i modi di ostacolarne la nascente liaison.

L’opera è interessante non solamente per la sua trattazione della relazione tra due donne in un’epoca in cui l’omosessualità era considerata una patologia psichiatrica, ma anche per come viene configurata. Già Cuori nel Deserto (Donna Deitch, 1986), liberamente tratto dall’omonimo romanzo firmato da Jane Rule (Zoe Edizioni 1996), aveva dipinto positivamente una relazione tra una trentacinquenne (Helen Shaver) e una venticinquenne (Patricia Charbonneau, la cui interpretazione affascinò Camille Paglia tanto da inserirla nel suo Sexual Personae) nell’America dei tardi anni Cinquanta – una relazione che trovava un esito felice superando le differenze, in primis di classe d’appartenenza. Carol prosegue il discorso del film di Deitch, rendendolo ancora più profondo: l’amore tra le eroine della storia travalicherà inizialmente i confini di classe, per poi portare a una crescita ed emancipazione definitiva di entrambi i personaggi, quale di rado si vede al cinema. L’opera quindi non propone la versione lesbica di Cenerentola, ma offre un superamento di tale tipologia narrativa per approdare a un esito francamente libertario. Anche la rappresentazione della sessualità tra le protagoniste è un esempio di delicatezza, volta a superare gli immaginari standard creati anzitutto dalla pornografia confezionata per maschi eterosessuali.

Altro elemento di grande forza del film, da un punto di vista narrativo, è l’assenza di un’ipostasi del male incarnata in un personaggio: certamente il patriarcato etero-normativo si oppone all’unione di Carol e Therese, ma senza scadere nel patetismo l’opera di Todd Haynes offre una via d’uscita, anche se non del tutto indolore.

Più che attribuire a Carol l’etichetta di film lesbico, che in certo senso ne ridurrebbe la portata, centrali vi appaiono i sentimenti, le scoperte, insomma le rivoluzioni di Therese e Carol – e nulla più. Girato e post-prodotto interamente in pellicola, Carol ricrea alla perfezione gli «idilliaci» anni Cinquanta americani dei manifesti pubblicitari (così come Far from Heaven ricreava miracolosamente il décor dei mélo di Douglas Sirk): merito del direttore della fotografia Edward Lachman che ha attinto a piene mani all’arte moderna americana, soprattutto a Edward Hopper.

Le interpretazioni di Blanchett e Mara sono un ingranaggio perfetto per un’opera eccellente che vuole chiudere con stereotipi sulle coppie lesbiche, da sempre presenti nel cinema, come mostrò Vito Russo nel suo pionieristico Lo schermo velato (Costa & Nolan 1984). In un momento storico in cui il dibattito sui diritti civili LGBT sembra bloccato sull’estensione del matrimonio, l’opera di Highsmith – la quale verso la fine degli anni Cinquanta ebbe una relazione colla scrittrice Marijane Meaker, che in seguito la raccontò nel memoir dal titolo Highsmith una storia d’amore degli anni Cinquanta (Sellerio 2007) – si presta perfettamente per superare discorsi meramente istituzionali: per tornare a parlare d’amore.

Todd Haynes

Carol

Stati Uniti 2015, 118’

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Una Risposta a Carol

  1. Luigi scrive:

    Condivido al 100%

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